DATA: 9 FEBBRAIO 2007
TITOLO: "I riti di massa dell'Italia quotidiana" di Antonio Calabrò
FONTE: IL MONDO

Quelli che vanno a fare il pubblico degli spettatori a Domenica In e non se ne vergognano… Quelli che amano gli autogrill… Quelli che vorrebbero solo leggere e si ritrovano controvoglia campioni di calcio… Quelli che fanno di tutto per sfuggire a un destino da balordi Quelli che “volevano solo vendere la pizza”… O yeah, canterebbe per loro Enzo Jannacci. E li apprezzerebbe molto, lui indagatore così attento e inconsueto dei vizi e dei vezzi degli italiani che non si lasciano ricondurre a un luogo comune. Li apprezza anche Francesco Piccolo, scrittore orginale, che dedica il suo iltimo libro, L’Italia spensierata, a un vero e proprio reportage di costume, raccontando esperienze che intellettuali sofisticati e bella gente non farebbero mai: frequentare uno studio televisivo d’un programma popolare, ma non da protagonisti, affollarsi fra il pubblico di un film con De Sica e Boldi, comprare un panino Fattoria in un autogrill proprio in quei giorni che i cronisti ignoranti definiscono esodo, vivere tutta, ma proprio tutta, la Notte bianca. Reportage dall’interno, accuratissimo. Con sguardo sghimbescio e ironico, ma mai beffardo, Piccolo entra dentro i riti, indaga (ottime le pagine d’esegesi di Tanta voglia di lei degli intramontabili Pooh, partecipa e si diverte: “Ci si sente un po’ stupidi? Sì. Ma questo è comprensivo e caloroso, suggerisce un diritto a essere un po’ stupidi qualche volta nella vita e lasciarsi andare”.
Trai riti di massa, vorrebbero starci comodi anche loro i protagonisti di Come Dio Comanda, di Niccolò Ammaniti, tre balordi e un ragazzino che, in un paese perso in una pianura umida, cercano un loro destino fuori dalla vita precaria: villoni e fabrichette, centri commerciali e baracche, voglia di benessere ed errori disperati, ansie di liberta e voglia ricominciare. E’ bravo, come sempre, Ammaniti a costruire sinfonie di personaggi, ambienti affilata conoscenza della realtà: Rino e Cristiano Zena, figure di letteratura, un giorno o l’altro, potremmo pur incontrarli per strada.
Per strada, abbiamo sicuramente incontrato uno alla Luigi Furini, persona in carne e ossa, che si stanca di fare soltanto il giornalista e vuole diventare imprenditore. Piccolo piccolo, per carità: un artigiano. Racconta: Volevo solo vendere la pizza. Ma non ci riesce. Perché inciampa in stupide burocrazie, microinteressi ostili, sordità sindacali, furbizie da stupidi. E alla fine rinuncia, dopo aver sprecato un buon centinaio di migliaia di euro. Governo, Regioni e Comuni si affiancano a promettere semplificazioni per favorire le imprese? Furini, testimone di vita vissuta, spiega che la realtà è tutta un’altra cosa. Ancora un’Italia fuori dagli stereotipi.
Tutto il contrario di uno stereotipo è anche il percorso di Vanni Visco, che da bambino disdegna la finale del Mondiale Italia-Germania per starsene a leggere in santa pace e finisce per diventare popolarissimo idolo del calcio. Vita involontaria, tutto sommato. Sino all’Ultima di campionato (titolo dell’ottimo libro di Francesco Abate sull’umanità e lo sport, le convenzioni e la libertà) in cui, con un colpo di scena, si ritorna a poter scegliere, tra i libri e il pallone. Scelta difficile e dolorosa. Appunto inconsueta. Mai lasciarsi ingannare dal pregiudizio che le cose stiano davvero così, come sembrano.



DATA: 7 GENNAIO 2007
TITOLO: "Ultima di campionato" di Stefano Favaro
FONTE: MILANO NERA

Vanni Visco è innamorato della scuola e della cultura in generale, ma purtroppo per lui ha un dono: gioca a calcio benissimo. Quello che per altri sarebbe una fortuna indescrivibile si trasforma per il protagonista in un incubo. Lui, così attratto dai libri, ha la struttura fisica e il tocco di palla dei veri fuoriclasse e viene così instradato dalla famiglia verso i campi da calcio. E fuoriclasse lo è davvero. Il suo percorso verso la gloria sportiva è inarrestabile e contribuirà a portare la sua squadra diverse volte a vincere lo scudetto e la Nazionale fino alla fase finale dei mondiali. Accanto a questi successi si affiancano naturalmente quelli monetari e quelli con le donne che farebbero di tutto per una notte d’amore con lui. Non è però contento di questa vita che considera assolutamente vuota e priva della forza vitale necessaria ad essere vissuta. La sua grande passione però non è il calcio, che considera ben poco, ma la cultura. E’ così che diventa amico di bibliotecari e librai e quello che legge in questi libri viene, nel romanzo, alternato ai momenti di vita. Questa dicotomia lo convince ad un gesto plateale perché non riesce più a sopportare lo doppiezza che sta vivendo. Ed è da qui che abbiamo l’incipit del flusso di coscenza che è questo romanzo.
Un libro decisamente contro il sistema calcio per come lo vediamo in questi anni con il professionismo esasperato che lo sta portando verso il tracollo e l’inevitabile suicidio. A tratti è un po’ irreale, ma nel complesso ben riuscito e che porterà il lettore verso un finale che non si sarebbe mai aspettato.


DATA: 1 DICEMBRE 2006
TITOLO: "Ultima di campionato" di Marco Philopat
FONTE: ROLLING STONES

All’adolescente Vanni piacciono i libri e l’odore delle pagine sfogliate, l’Italia del calcio trasmessa in Mondovisione non lo interessa. La famiglia lo costringe al tifo, lui pieno di rabbia prende una palla e con colpi precisi abbatte, una dopo l’altra, le statuine di gesso sulle mensole di casa. Il padre chiude il rimprovero con la profetica affermazione: “Però! Che mira!”. Vanni diventa in breve una rock-star del pallone involontaria. All’apice della carriera, l’infallibile bomber è preso dal flusso esistenziale alla vigilia di un gran rifiuto. Il nuovo libro di Abate è un romanzo in conflitto fra poesia e allenatori, mazzette agli arbitri e brani di romanzi. Vanni segna rigori e dall’alto della piramide si prende la responsabilità di denunciare un sistema dominato da infiniti egoismi. L’uscita dallo spogliatoio è trionfale e i gol che seguono sono il preludio al colpo di scena finale.

DATA: 16 NOVEMBRE 2006
TITOLO: "Quell'ultima partita nel campo di pallone" di Antonino Sidoti
FONTE: IL CITTADINO di Lodi

Se avete letto Getsemani e siete rimasti coinvolti dallo stile e dalla storia, non crediate che in questo libro l’autore Francesco Abate, giornalista e dj nei club della Sardegna con il nome di Frisco, si sia ripetuto. Là infatti dava corpo a una vicenda avvincente, ambientata in una città del Mediterraneo, nel luogo dove un tempo sorgeva un uliveto secolare. Getsemani è il quartiere residenziale creato da una lottizzazione selvaggia: c’è un tentativo di rapina e una donna armata che tiene sotto tiro tre ostaggi, mentre, fuori, la polizia è pronta a intervenire…Qui invece siamo di fronte a una autobiografia immaginaria: il tono è intimistico e il racconto ci parla dell’arcinoto mondo del calcio inmodo originale: infatti, oltre a scudetti, rigori, arbitri e mazzette, il protagonista è Vanni Visco, un campionea cui, nonostante il talento naturale, piacciono i libri, l’odore delle biblioteche e le chiacchiere sui testi più amati. Nessuno immagina che dietro la facciata smagliante si cela un uomo infelice, preso da una serie di disgrazie private e incapace di avere con le donne un rapporto sereno. Ripetendo nella sua testa, a memoria come tanti mantra, i brani dei romanzi e delle poesie predilette, tenta di conciliare quello che sembra inconciliabile: lo sport e la cultura, la gloria del fisico e quella della mente. Quando decide di giocare la sua ultima partita, la frase finale accompagna l’esito guizzante della sua carriera e del libro: «Anche questa è una cosa banale, stucchevole, ma forse nessuno l’avrebbe mai immaginata».

DATA: 31 ottobre 2006
TITOLO: Intervista su Fahrenheit di Marino Sinibaldi
FONTE: RADIO RAI 3

Ultima di campionato di Francesco Abate e' un libro che ha vissuto piu' di una vita. Una nel 2004 quando e' stato pubblicato dall'editore sardo Il Maestrale, un'altra pochi mesi fa quando e' uscito in Francia (per lo stesso editore che pubblica altri italiani come Rigoni Stern, Fenoglio, Montale e Sergio atzeni, il grande scrittore sardo di questi ultimi decenni) e ora in questa nuova edizione per Frassinelli. Cosi mentre Vanni Visco, il protagonista del libro, continua a incontrare altri lettori, Abate sta ultimando, con un sardo d'adozione come Massimo Carlotto, un nuovo noir a quattro mani che vedra' la luce in primavera. Nell'attesa Ultima di campionato. Ascolta qui l'intervista: http://www.radio.rai.it/radio3

DATA: 23 ottobre 2006
TITOLO: "Quel calciatore triste che preferisce Kafka ai gol" di Paola Vitali
FONTE: Il Giornale

Povero Vanni Visco. Lui vorrebbe passare ogni attimo del suo tempo in compagnia della letteratura, respirando l’odore magico della carta dei libri, e invece è stato dotato di un talento naturale e assoluto per il gioco del calcio, cui non gli sarà possibile sottrarsi. Così, invece di essere uno dei tanti ragazzini pronti a rispondere «il calciatore» alla domanda sulla professione che più gli piacerebbe svolgere, senza possedere l’indispensabile genio calcistico, lui è inconsapevolmente e senza sforzo un campione da mondiale, frustrato per anni nell’ambizione di dedicarsi come gli piacerebbe al mondo di Kafka, Joyce, Hesse.
Il protagonista di questo originale Ultima di campionato di Francesco Abate (Frassinelli, pagg. 185, euro 14) non ha potuto scegliersi il percorso, piegato alle dinamiche familiari che lo hanno voluto figlio rispettoso della volontà dei genitori, figlio pacato e non ribelle come lo sfortunato fratello Luigi, e quindi ragazzino accondiscendente alle scelte degli altri, ovviamente mai sfiorati dal dubbio di non fare la cosa più giusta per lui. Vanni scala le tappe della gloria sportiva senza alcuna difficoltà e senza passione, e da calciatore di Serie A vive la più standard delle vite degli dei del pallone: soldi, investimenti, sesso facilissimo, ambienti da rotocalco. Ne è sempre disgustato e sempre in fuga, oltre ad essere circondato da un pesante recinto di solitudine e a non riuscire ad avere rapporti sereni con il genere femminile.
Per sopravvivere alla «paradossale» frustrazione si concede fughe pomeridiane nella libreria in cui l’amico proprietario gli ha riservato una stanza per dedicarsi alla lettura, e spegne il contatto con l’esterno durante la partita, o in compagnia di donne inutili, ripetendo in testa come fossero mantra prodigiosi i passaggi dei testi più amati. L’ultima di campionato del titolo in realtà è la prima partita ufficiale della nuova stagione di serie A, quella durante la quale Vanni cerca il coraggio per dare finalmente la propria impronta al destino, magari scegliendo una vita più modesta ma più adatta a lui.
Francesco Abate, giornalista sardo nonché dj (che dalla frequentazione della musica sembra aver preso la capacità di mixare generi diversi), è tutt’altro che alla sua prima opera narrativa: vanno ricordati soprattutto il convincente Getsemani del 2006 e il romanzo a quattro mani Catfish con Massimo Carlotto. Lo si vede dalla disinvoltura con cui sa far crescere il racconto e dall’abilità nel dare voce ai sentimenti del suo protagonista incontrastato, con immagini chiare ed efficacissime. Il romanzo procede con un ottimo ritmo, mescola linguaggi differenti risultando sempre credibile, monta in ordine temporale sparso i ricordi fino al liberatorio doppio colpo di scena conclusivo. Ha soprattutto il pregio di non produrre troppe macchiette e stereotipi anche quando si immerge nelle situazioni da tragicommedia all’italiana che ne sarebbero il parco naturale.
Questa bella storia sulla presunta inconciliabilità di muscoli e cervello, sulla fatica di far convivere dono naturale e passione eletta, nasce inizialmente come soggetto cinematografico, con il quale l’autore ha vinto l’edizione 1999 del premio «Solinas». Non si fatica a credere che una trama così intelligente e ben concepita, nonché ricca di fotografie ben fatte della nostra società - che il cinema italiano solitamente riesce a riproporre con efficacia - possa essere una vicenda attraente per lo schermo, oltre a fornire un ottimo spunto per riprendere da un nuova angolazione il mondo dello sport.

DATA: 8 aprile 2006
TITOLO: "Ultima di campionato: Abate sbarca in Francia"
FONTE: L'Unione Sarda

Entro il 2006 il romanzo di Francesco Abate "Ultima di campionato" (pubblicato dalla nuorese Il Maestrale) sarà tradotto in Francia per la casa editrice La Fosse aux ours. A tradurre Abate sarà Marc Porcu, già traduttore di Sergio Atzeni per La Fosse aux ours di Lione e per altri editori transalpini (Il figlio di Bakunìn, Apologo del giudice bandito, Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo, Racconti con colonna sonora). Lo scrittore cagliaritano (del quale Frassinelli e Il Maestrale hanno recentemente pubblicato "Getsemani", Aliberti ha dato alle stampe "Catfish" firmato insieme a Massimo Carlotto) approda Oltralpe come già Marcello Fois, Francesco Masala, Giorgio Todde, Giulio Angioni e Salvatore Niffoi. "Ultima di campionato, uscito nel 2004, nasce dal soggetto cinematografico col quale Abate vinse nel '99 il Premio Solinas.

DATA: 20 novembre 2005
TITOLO: "Intervista a Francesco Abate" di Rifolo Viro
FONTE: Lankelot

Signor Abate, con il suo racconto, ha posto in evidenza una peculiare sensibilità per l’amore verso la letteratura. Ma la sua biografia ci rende manifesta una sua eguale passione per la musica. Vorrei ci spiegasse quanto la musica si interseca con ciò che scrive, se attinge ispirazione da essa e quanto il suo lato creativo differisce tra un campo e l’altro.
Ci sono, solitamente, due fasi nella composizione di ciò che scrivo. Una metodica per la stesura del racconto, l’altra creativa per il suo sviluppo. La prima si svolge di giorno, la mattina presto, non mi disturba se in casa ci sono altre persone, se squilla il telefono o mi interrompono. La seconda avviene la notte, in assoluta solitudine e con una precisa colonna sonora nell’impianto stereo. Scelgo con cura i cd che voglio mi accompagnino nel lavoro di scrittura, mi ispirano e mi condizionano. Alla fine suoni e parole fanno parte di un unico sistema creativo. Ecco perché non voglio che ci sia nessuno nel mio appartamento, voglio poter passeggiare fra cucina e corridoio, pensare lasciando che i suoni scorrano per casa. Mi piace così, potrebbe sembrare un po’ naif, forse snob, ma risponde alla mie esigenze.
Il suo romanzo è densamente intriso di un nichilismo quasi “cosmico”, si respira fatica e stento ovunque: nei rapporti con le ragazze del protagonista, nel rapporto col potere e la celebrità e con la famiglia. Perché tutto questo pessimismo? È riconducibile tanto facilmente con un periodo buio della sua vita, o nasconde altre scelte narrative specifiche, magari come specchio di una prospettiva storica sociale italiana?
Tutti abbiamo avuto periodi più o meno felici. Traumi, disgrazie, patito ingiustizie e umiliazioni. Ci spettano di diritto, non sono optional ma costanti di ogni esistenza. Nessuno ne può essere esente, me compreso. Ma costruire un romanzo per esorcizzare la propria fatica di vivere lo trovo oggi, sottolineo oggi, banale e inutile, alla stregua di un diarietto su cui in tanti magari sognano di fondare fortune letterarie o di un blog logorroico. Quindi nella visione nera di Ultima di campionato non c’è nulla di strettamente personale. C’è semmai una visione globale dell’infezione che ha profondamente minato le basi del vivere sociale. Vanni Visco, il protagonista del libro, non respira per sua personale debolezza ma per un ambiente che non lascia aria a uomini del suo calibro, dei suoi sentimenti, della sua concezione di vita. Per dirla in un concetto: Vanni è una persona per bene che vuole affrontare il mondo in campo aperto, lealmente. Impossibile. Gli fa da contrasto Rudi Saporito, il protagonista del mio Cattivo Cronista, giornalista cinico e baro che ben sguazza e si mimetizza nella melma in cui si muove. Insomma, una carogna organica. Ecco Vanni Visco non è organico a questa società.
Qual è il suo rapporto amatoriale con il calcio? Lo segue? Pensa ad una visione di conciliabilità tra l’attività sportiva, e perciò muscolare, materiale, con quella invece mentale, spirituale e trascendentale, oppure queste due prospettive di realizzazione nella vita sono un aut-aut non sovrapponibile, contrariamente ad una considerazione omnicomprensiva come, per esempio, il mondo classico ellenico?
Il calcio mi appassionava, oggi meno. Lo seguo con distacco ma lo seguo. Mi incasino malamente con le formazioni ma conosco tutti i risultati di campionato. L’esperimento che ho voluto portare avanti con Ultima di campionato era proprio la fusione in un solo corpo di due caratteristiche che raramente viaggiano in un individuo di pari passo: la prestanza intellettuale e quella fisica. Due capacità che per natura dovrebbero o potrebbero avere uno sviluppo parallelo ma a cui da tempo non siamo più abituati. Anzi oggi l’una esclude l’altra e quando invece si incontrano portano all’annunciazione di un miracolo. Ma, credo, questo accade ancora una volta sulla base delle regole sbagliate imposte nel gioco. Scardinarle mi piacerebbe fosse il futuro che si ricollega a buon passato.
La lettura traspare per Lei come stanza inviolabile dell’intimo, come una vicissitudine da vivere in segreto, tanto è preziosa e potenzialmente fragile al mondo appariscente e consumistico che attornia il protagonista. Ecco, secondo Lei, quanto e come la letteratura può concretamente cambiare la vita del singolo, oggi - con l’anestesia dei sentimenti medianica coatta -, e perciò quella della collettività? Quali letture selezionate ci consiglia?
La letteratura cambia la vita del singolo? Nutro questa speranza, sarei portato a dire di sì. Ha cambiato la mia, quella di tante persone che conosco, quindi dico sì. Mantengo però un margine di dubbio perché non sono per le formule senza eccezioni e varianti, tanto più per le ricette che devono valere per tutti. Però vado oltre, credo che sia la condivisione della letteratura il momento più salvifico, appagante e divertente. Una valida alternativa all’omogeneizzato mediatico. Cosa consiglio? Tutto e nulla. E’ come prescrivere una medicina a un paziente di cui non si conosce la patologia, un menù a un ospite di cui non si sanno i gusti. Sempre che non si vogliano imporre i propri. Darei un altro consiglio: entrate in libreria, aprite il libro che vi attrae per il titolo o la copertina, leggete le prime due pagine, se vi acchiappa è il vostro libro sennò no. Se poi per curiosità volete sapere cosa c’è nella mia libreria vi dico che ci sono tantissimi volumi ereditati da due genitori che erano dei grandi lettori e arricchita dalle mie successive scelte. Fondamentali per la mia crescita Kafka, Carver, Tondelli, Conrad.
Per Lei dov’è che un racconto, per quanto profondamente sentito e narrato, dismette la veste di lavoro intellettuale, divenendo autentica opera d’arte? L’abisso è superabile e in che modo può essere valicato?
Quando diventa eterno e universale. Forse.
Come autore, cosa pensa dell’editoria moderna italiana? E di quella indipendente e misconosciuta? E di quella che richiede un contributo economico allo scrittore per la pubblicazione? Crede che il settore stia attraversando un periodo di malattia o invece le cose non stiano così male?
So dare solo una risposta certa: quella che chiede un contributo economico per la pubblicazione allo scrittore non è editoria, è un’associazione a delinquere. Sul resto ho molti dubbi e poche certezze. C’è il vecchio che immobilizza e il nuovo che scalpita. Il vecchio che dà certezze, il nuovo che si perde. C’è una situazione in evoluzione rispetto a un momento grigio che forse passerà. Su tutto un fatto: gli italiani che leggono sono pochi, gli italiani che vogliono scrivere e che scrivono di più. Tutti vogliono parlare, pochi vogliono ascoltare.
È lampante, nella sua scrittura, un tentativo pressante di capire e comprendere i disagi e l’emotività della giovinezza. Anche, e soprattutto, i temi, come quello del calciatore, attirano moltissimo l’interesse dei ragazzi. Come fa, oramai non essendo esattamente un adolescente, a introiettare le manifestazioni di questa fase esistenziale? Quanto ha importanza nello scrivere un libro mantenersi giovani e tentare di non arrendersi all’oblio della memoria? I giovani cos’anno da dire più dei “grandi”?
È raccontare l’assassinio dell’innocenza che mi intriga e affascina, non la giovinezza. In ciò che scrivo racconto il mio tempo che sarà memoria solo per chi verrà oppure carta igienica. Oppure nulla, manco quella. Fa nulla. Se, e ribadisco se, sono riuscito a raccontare l’adolescenza pur essendo un quarantenne forse è dovuto al fatto che osservo molto e con attenzione. E conservo bene i ricordi. I giovani non hanno nulla da dire più dei grandi, hanno solo l’obbligo di ricordare loro come sono stati, chi erano e quindi da dove sono venuti.
A cosa anela la sua scrittura? Quale il suo orizzonte come autore letterario? Ha una minima idea di dove la porterà la sua ricerca stilistica e tematica, negl’anni e nelle opere future?
A questa domanda rispondo sempre alla stessa maniera. In tutto ciò che faccio rincorro il piacere. A me piacciono i suoni e le parole e mi piace condividerli, sono la comunicazione dei sentimenti. Così adoro leggere e scrivere, proporre musiche e andarle a sentire. Stimolare ed essere stimolato. Ogni volta in maniera nuova e diversa.


DATA: 5 novembre 2005
TITOLO: "Ultima di campionato" di Daniele Barbieri
FONTE: Carta

Vanni Visco è un campione, anzi "l'imperatore del calcio ancora da eguagliare", che però a un certo punto e per ragioni del tutto ignote decide di suicidarsi. O forse no. Se ne andrà "senza chiudere i conti, se la finiscano loro la stagione" o invece...? I lettori inseguiranno la sua storia in diciannove "pezzetti" [si tratta infatti di non ordinati capitoli ma appunto di frammenti e suggestioni] . Non è facile scrivere di sport evitando gli scogli della retorica e quelli contrapposti della critica snob che odia tutto ciò che sa di popolare, ma questo romanzo [nato e premiato nel 1999 come sceneggiatura di un film purtroppo non realizzato] di Francesco Abate ci riesce. E non è poco.

DATA: 26 giugno 2005
TITOLO: "Ultima di campionato"
FONTE: Flash Giovani

Vanni Visco è un campione di calcio affermato, un vero fenomeno, il sogno di milioni di ragazzini e ragazzine. Ma per lui un incubo da cui deve uscire a tutti i costi, a qualsiasi prezzo. Qualsiasi sia il gesto da compiere, anche il più estremo.
La storia ha inizio durante la finale dei mondiali Italia - Germania. Mentre mezza Europa è incollata al televisore, Vanni, rintanato in camera, sta cercando di leggere il suo libro preferito, ma il baccano dei tifosi è insopportabile. Esasperato dall’ennesima ondata di urla, Vanni non regge più e decide di scaricare tutto il suo nervosismo menomando le statuette di santi e madonne che la nonna colleziona su una mensola con chirurgica precisione. Di fronte a cotanta dimostrazione di doti balistiche, e dopo una sonora discussione sulla poca correttezza del gesto, la sua strada di piccolo calciatore ha inizio.
La passione di Vanni è però un’altra: i Libri! E il calcio diventa una punizione.
Scritto in forma diariale Vanni ci accompagna in questo suo vivere la dicotomia tra la sua passione e quella impostagli dal padre, che lo porta a recitare la parte del campione. Entriamo così in un mondo popolato da calciatori doppiogiochisti, avventure in night e discoteche, squali-procuratori.
Tra tutti spicca il libraio Rocca, sorta di guardiano di una porta che gli permette di valicare il confine tra la realtà che vive fingendo e la finzione di quella che vorrebbe vivere.
Lo stile di Abate particolare, vispo e tagliente, riesce a calarci nel mondo interiore di Vanni in un susseguirsi di continue scoperte e nuovi personaggi che porteranno, con un finale che lascerà a bocca aperta, fino al gesto estremo che Vanni sa di dover compiere, ma che non esprime mai chiaramente.

DATA: 16 dicembre 2004
TITOLO: "Il mondo del calcio secondo Frisco" di Mimmo Mastrangelo
FONTE: Il Quotidiano della Basilicata

Il romanzo “Ulrima di campionato” di Francesco Abate, edito dalla piccola casa editrice di Nuoro Il Maestrale, sarà presenato il 23 dicembre a Moliterno nella Sala degli Affreschi.
Un romanzo che lascia con il piacere di averlo letto per la maniera disincantata con cui presenta il mondo del calcio dentro cui si possono ritrovare le tracce di qualche storia vera, come quella di Gigi Meroni o del grande e insuperabile Mané Garrinchia.
E’ la prima giornata del campionato di calcio della massima serie. Come sempre l’evento è annunciato dalla stampa con risonanza. E come tutti i campionati sicuramente la sfida fra le grandi sarà avvincente ma quel grande gioco popolare che un tempo (non lontano) si nutriva di passioni accese, di simboli, di miti, è stato trasformato progressivamente in una grande merce, Per Vanni Visco, il campione, il fuoriclasse, il beniamino della squadra locale (forse il Cagliari?) quella prima di campionato è è programmata in un addio, dopo una carriera ineccepibile e foriera di successi personali. Il campione Visco come consuetudine è arrivato allo stadio prima dei suoi compagni e sta solo negli spogliatoi a combattere con i propri pensieri. Dentro di sé è tutto un trambusto, sente che la sua vita privata è andata sbriciolandosi “pezzetto dopo pezzetto”. E per la sua sensibilità ormai fin troppo scoperta schiacciare il grilletto della pistola sarebbe probabilmente la miglior soluzione.
Inizia con la voce narrante braccata dalla molla del suicidio il secondo romanzo del giornalista del quotidiano L’Unione Sarda Francesco Abate alias Frisco quando veste i panni del dj. Dalla penna di Francesco Abate il calcio ne esce con le ossa rotte, viene descritto come un microuniverso di ipocrisie che non merita nessuna carezza di indulgenza, e se pur vero che può garantire successo, denaro e donne, può anche accadere che svuoti la vita.
Così come accade a Vanni Visco che per natura si ritrova le doti e il talento del campione, ma nella vita avrebbe voluto fare altro. Ama la letteratura e le letture sono state il suo trastullo sin dagli anni della giovinezza. Secondo lui i libri, i poeti, i narratori sono quelli che ti fanno aprire la mente e non ti fanno guardare il mondo secondo le convenzioni. E sulla sfida tra un’esistenza vissuta ed altra desiderata che scorre un racconto in cui c’è un uomo che sta recitando un copione di una messinscena non gradita e di cui si aspetta e solitario”y final”.
Ma la chiusura sarà una sorpresa per il lettore, Vanni Visco, l’imperatore del calcio ancora da eguagliare e con i fili della sensibilità troppo scoperti, ritrova il gusto della vita. Sarà per lui una rivincita di fine carriera, fuori dalla Babilonia del calcio, esattamente come avrebbe voluto.

DATA: 18 ottobre 2004
TITOLO: "Storia di un campione che sogna di non esserlo" di Gianni Perrotti
FONTE: Voce Europea.it

“Ultima di campionato” è il titolo del romanzo che Francesco Abate ha pubblicato (ed. Il Maestrale, pag. 191, euro 10,00) nell’aprile scorso. “Ultima” sottintende “giornata” ed entrambe sottintendono “campionato di calcio”, sport nazionale per il quale tutti gli appassionati ritengono di essere commissari tecnici, attaccanti, difensori, analisti infallibili e protagonisti indiscutibili delle domeniche passate davanti al televisore e alla sua moviola. “Ultima di campionato”, sembra scontato, non può che narrare quindi di avventure calcistiche. Sembra scontato, appunto. Ma di scontato, quando si parla di un’opera di Francesco Abate, non vi è proprio niente. Sarebbe estremamente riduttivo se nell’approccio al libro ci si limitasse a voler scoprire i “dolori” del giovane protagonista-calciatore alle prese con allenatori incapaci, compagni di squadra invidiosi, tifosi inviperiti e stupidi.
Il protagonista del libro, Vanni Visco, è un campione, un fuoriclasse che trascina le folle con le sue prodezze da goleador, che accumula soldi e fortuna non cercati, non desiderati. Vanni Visco (ed ecco l’Abate non scontato) non desidera quel tipo di vita, ma anzi la detesta: avrebbe voluto essere un intellettuale raffinato, uno studioso, un conoscitore profondo della cultura del suo tempo. E fa di tutto per esserlo, frequenta una biblioteca e lì costruisce il suo mondo ideale che lo aiuta a superare l’angoscia delle qualunquistiche, scialbe domeniche sportive. Niente di scontato, quindi, nella storia di Vanni Visco e niente di scontato nella narrazione che Francesco Abate fa del suo personaggio, del suo ambiente, della sua città. Come non è lasciata al caso la narrazione (o la maniera di narrare) frenetica, incalzante, stringente, ritmica e musicale, con una struttura da brano jazz.
Francesco Abate (giornalista professionista e dj per vocazione) ha già dato dimostrazione di notevoli capacità di narratore. I suoi precedenti libri, in particolare “Il cattivo cronista”, hanno indicato a chiare lettere le potenzialità dell’autore e soprattutto gli itinerari che sarebbero stati percorsi nella ricerca (o sperimentazione?) di un linguaggio e di un pensiero da scovare ed elaborare, da rimestare e rivelare, da rivoltare e proporre senza dare niente per scontato. Come la soluzione che Vanni Visco adotta per risolvere, in modo appunto per niente scontato, i suoi enigmi esistenziali. Ecco, Francesco Abate, che giustamente non disdegna gergo e parole dialettali, trova soluzioni originali ed efficaci per la sua scrittura. Ed è per questo motivo che, verosimilmente, la sua vena narrativa continuerà a sorprenderci e a stupirci.

DATA: 28 agosto 2004
TITOLO: "Con il piede magico in campo, con la testa in biblioteca" di Sergio Pent
FONTE: La Stampa

Siamo il popolo dei tifosi e degli opinionisti, dei commissari tecnici e dei campioni mancati d'un soffio, tuttavia abbastanza arretrati in quanto a letteratura di matrice agonistica. Il nostro più grande narratore sportivo - pur senza mai produrre romanzi sportivi - è stato senza dubbio Gianni Brera. Subito dopo, con le sue fanta-cronache calcistiche, l'altro «Giuàn», l'Arpino mai abbastanza rivalutato. Aggiungiamo il giovane Testori dell'impagabile Dio di Roserio, le mitiche cronache ciclistiche di Buzzati e le arti marziali elevate a dimensione intellettuale di Antonio Franchini, a dimostrare che, quando ci mettiamo all'opera, riusciamo ad essere davvero grandi, critici ironici e impietosi, intellettuali con le scarpe chiodate. E' d'ambiente sportivo - disciplina maratona femminile - uno dei più vigorosi romanzi di questi anni, A perdifiato di Mauro Covacich. Ed è d'ambiente sportivo - Calcio, con la "C" dei maiuscoli entusiasmi nazional-popolari - il vivace racconto Ultima di campionato di Francesco Abate, giornalista culturale dell'«Unione Sarda», già autore di un altro interessante romanzo-documento, «Il cattivo cronista». Ma il calcio messo sotto accusa da Abate non è quello delle folle domenicali o della corruzione dilagante, bensì quello di una attitudine innata al ruolo di fuoriclasse, capitata per disgrazia tra i piedi di un ragazzo qualunque con ambizioni - ahimè - libresche e intellettuali. L'ultima di campionato del titolo è in realtà la prima partita ufficiale della nuova stagione di serie A. Vanni Visco, attaccante ormai mitico nella massima serie, è rintanato negli spogliatoi in attesa del fischio d'inizio, anche se egli intende - più o meno serenamente - metter fine fisicamente alla sua vita «sbagliata». L'attesa del colpo finale ci porta indietro nel tempo, in un altalenarsi di ricordi piccolo borghesi - padre conciatore di pellami, madre insegnante di educazione fisica - in una città - forse una Cagliari mitizzata dalla memoria - in cui il giovanissimo Vanni ambirebbe unicamente a trascorrere il tempo tra le muffe cartacee delle biblioteche. Ma la sua istintiva bravura lo porta a scalare le classifiche della gloria sportiva, come in un incubo in cui si ritrova, ricco ma senza affetti, a far parte vincente in quel gioco di ruolo miliardario dove «ventidue disgraziati si azzannano per infilare la palla dentro una ragnatela di disperazione». Vanni cerca dunque il coraggio per trasformare la nuova stagione nell'ultima giornata del suo campionato privato: ha cercato in ogni modo di seguire le proprie inclinazioni - la libreria del signor Rocca, in cui si rifugiava ogni lunedì a leggere in un angolo privato - ma la vita gli ha regalato un successo privo di soddisfazioni, il piede magico sembra quasi l'appendice inerte di una mente sempre rivolta altrove. La morte del fratello Gigi per overdose, la scomparsa mesta della madre, la demenza smarrita del padre, la scoperta del figlio avuto dal fratello con una ragazza ora felicemente accasata, l'addio malinconico a Lucina, compagna dei lunedì di lettura in libreria... I ricordi finali del campione sono quelli modesti e dolorosi di un fallimento, poiché «il campionato più bello del mondo» non può sostituire in alcun modo la volontà individuale di scegliersi il proprio destino, anche se con meno zeri sugli assegni. Attendiamo dunque con ansia la risoluzione finale di Visco, mentre l'agile flash-back di Abate ci fa ripercorrere le fasi salienti - essenziali, telegrafiche - di una vita marginale piovuta per caso sotto le luci della ribalta. E il finale è degno dei migliori colpi di scena, ironico e beffardo come tutte le casualità che hanno reso Vanni Visco l'eroe involontario di una storia che non ha scelto di vivere. Un romanzo fresco e veloce, per chi ama il calcio ma anche per chi sa scegliere tranquillamente altre strade quando il campionato finisce o la squadra del cuore retrocede: un romanzo, in fondo, per una generazione che spesso non riesce ad accettare l'ipotesi naturale di un destino di serie B.

DATA: 12 agosto 2004
TITOLO: 'Ultima di campionato" di Rudy Ghedini
FONTE: Pickwick.it

“Clic… Clic… Clic… Clic… Clic… Clic… Scarico i flash sui miei occhi aperti, una sventagliata senza pietà, carica da sei. Una raffica che mi fa lacrimare. Forse dormirò meglio.
La Polaroid è a terra che frigge e vomita i miei scatti, la faccia della disperazione”

Una delle più belle copertine degli ultimi tempi - un paio di scarpette da calcio, sdrucite e ammaccate, “appese al chiodo” - per il terzo romanzo di questo quarantenne sardo, vincitore del Premio Solinas nel 1999 (Francesco Abate, Ultima di campionato, Il Maestrale, pp. 191, euro 10.00).
Comincia negli spogliatoi di una squadra di calcio isolana, e sa evocarne odori e rumori: Vanni Visco, il Campione, il capobranco, si prepara a quella che sa essere la sua ultima partita; nessuno sa che Vanni intende suicidarsi.
Da bambino, Vanni era un “ragazzo troppo sensibile” che se ne stava a leggere anche mentre l’Italia vinceva i Mondiali, e preoccupava i genitori, famiglia medio borghese, padre commerciante, madre insegnante. Lo zio medico lo prende con sé, un’estate, gli fa fare tanta ginnastica, lo porta a cacciare il cinghiale, ne intuisce le qualità calcistiche.
Da adulto, nonostante il successo, Vanni detesta la vita che sta vivendo (“Non sono uno di loro, sono uno come loro”), non si riconosce nemmeno nel suo corpo muscoloso. La sua antitesi è Luigi, il fratello maggiore, anticonformista sempre vestito di nero, “tormentato e irrequieto, insoddisfatto, strafottente”, incapace di fare del male, se non a se stesso.
Vanni avrebbe voluto studiare, passare la vita fra i libri, ma la parte del figlio ribelle se l’era presa Luigi, che morirà ad Amsterdam di overdose. Pur di leggere, il campione va tutti i mercoledì in una libreria, di nascosto; è lì che incontra Lucina, una ragazza che non sa che lui è il grande goleador.
A differenza del compagno Demetrio, che lo invidia e finirà per tradirlo, Vanni non vuole lasciare l’isola (Cagliari e Gigi Riva sono allusioni abbastanza trasparenti).
In attesa di giocarsi l’ultima partita, Vanni ripensa ai giorni in cui scoprirono il suo talento, agli allenamenti, ai passaggi di categoria, ai tanti gol segnati, alla conquista del rispetto dei compagni. Rispetto, non amicizia; le uniche condivisioni erano state le serate in discoteca e un certo consumismo sessuale.
Vanni non ama i tifosi: “Fischiavano, urlavano. Se tanta rabbia e tanta foga l’avessero messa nelle loro vite, non avremmo avuto una città con il 35 per cento di disoccupati”.
Vanni è stato convocato in Nazionale, ha giocato due Mondiali, ha girato il mondo, scrivendo cartoline in incognito, che finiscono appese nella libreria preferita. Gli tornano in mente le vacanze fotocopia in posti esotici, fra personaggi ricchi e abbronzati, premi letterari fasulli e sempre senza Lucina, innamorata di un altro.
Nel calcio moderno non ci si ritrova: “E poi uno alla fine ci perde pure la testa, con queste girandole di maglia. Quello che ti doveva lanciare in rete sei mesi fa, è quello che ti deve gambizzare prima di arrivarci, alla rete.
Uno si perde in questa corsa forsennata all’ingaggio migliore. La mano stretta ieri, la scarpetta al collo con i colori della società all’arrivo in aeroporto per uno scatto dei fotografi, per una ripresa della tv, è un patto che può valere solo sino a domani.
Quindi non ho festeggiato. E tutti l’hanno presa per l’umiltà del campione. Ma era fastidio”.
Il romanzo scorre con un crescendo di tensione, qualche indulgenza sulle avventure erotiche, molti dialoghi. Abate sceglie un andamento ellittico, fra presente, passato e trapassato remoto, per tornare sempre lì, nello spogliatoio, “lo stomaco dell’arena”. Si respira un senso di morte, anzi no, di disfacimento. L’andamento ricorda Viale del tramonto, finché l’attesa si scioglie nell’annunciato suicidio, la rivincita catartica di Vanni, l’apertura verso la vita che avrebbe sempre voluto vivere.


DATA: 7 agosto 2004
TITOLO: 'Palle di carta" di Christian Giordano
FONTE: Il Guerin Sportivo

Dopo Mister Dabolina (1998) e Il cattivo cronista (2003), il giornalista-scrittore cagliaritano propone un nuovo personaggio letterario: Vanni Visco, un calciatore triste travolto dalle aspettative di una piccola città di provincia che lo stritola. Nato quasi contemporaneamente con Mr Dabolina e ultimo di una trilogia di mostri, di personaggi negativi che incarnano i vizi di una società e malata, Visco è, secondo l'autore, "il più mostro di tutti, perché rappresenta lo scontro tra presentanza fisica e consapevolezza intellettuale, in un'espolosione di sentimenti che lo travolge e lo porta a rifiutare il corpo come non suo". Per stessa ammissione di Abate, Ultima di campionato è l'opposto di un romanzo di formazione: è un romanzo di destrutturazione. Con un finale a sorpresa.

DATA: 28 luglio 2004
TITOLO: 'La vita è il contorno di una partita di calcio" di Francesco Mannoni
FONTE: La Provincia di Como

Un calciatore al culmine della carriera getta la spugna e sceglie tutt'altro destino. Da Francesco Abate arriva fulminante romanzo Ultima di campionato. Il titolo, benché attirante, non rende giustizia a questo splendido romanzo che, per intenderci, è si ambientato nel mondo del calcio, e del calcio ha come protagonista un campione, ma non è, non soltanto, questo.
Nato come soggetto cinematografico e come tale premiato (Premio Solinas 1998), “ Ultima di campionato” raccoglie con una maestria impressionante la sfida di raccontare dell'oggi e del qui, sfida che da qualche tempo tentano un po' tutti, ma invano.
Il protagonista, Vanni Visco, al culmine della sua carriera getta la spugna (per rimanere in tono sportivo) e sceglie tutt'altro destino. Cosi è presentato, sin dalle primissime pagine, un piede nella realtà, uno nella leggenda, e tanto basterebbe a raccomandarlo all'attenzione del lettore. Ma quella che subito dopo si allarga intorno a lui è una tela ancora più vasta, piena di personaggi e di avvenimenti. Se il mondo del calcio, dai campetti su cui si addestrano i ragazzini agli stadi nazionali, dall'intimità degli spogliatoi all'esaltazione delle maggiori competizioni, dalla solerzia degli allenamenti agli intrighi devastanti destinati a finire nella cronaca nera, non smette mai di incombere sui personaggi come sfondo di tutte le vicende, l'autore è capace di allargare il telaio della narrazione ben oltre nel tempo e nello spazio. In un continuo alternarsi di lampi (si pensi alle più sapienti formule cinematografiche, al “ Citizen Kane” di Orson Welles) i membri della famiglia Visco e le presenze di quanti le gravitano intorno prendono corpo nelle varie fasi del loro destino; l'affascinante fratello che la droga finirà per distruggere, il padre chiuso in un cerchio di illusioni che si rivelerà capace di un miracolo d'amore; il libraio martire laico della sua devozione per la cultura; la fidanzata segreta e la sua metamorfosi in donna di carriera; la bella forestiera amata dal fratello di Vanni che da una parte secondaria e da una lunga eclisse riappare come una meteora carica di fascino ad arricchire la narrazione di un'altra sfaccettatura ancora. Brevi, fulminanti incursioni nel mondo dello spettacolo, dei concorsi gastronomico - letterari, delle festicciole in cui una certa gioventù scarica più o meno felicemente un troppo pieno di energie e di mediocri istanze libertarie, fanno di questo Ultima di Campionato un romanzo esemplare del nostro tempo ma anche, nel diluvio della produzione letteraria attuale, un esempio di rigore e di rispetto della grande tradizione narrativa.
Né si può chiudere senza citare il capitolo settimo (l'autore lo chiama il “settimo pezzetto“) con la lunga carrellata sul filobus che percorre da un capo all’altro l’intera città mentre in una serie irresistibile di intuizioni – illuminazioni, il protagonista ne indaga il tessuto sociale, le disparità architettoniche da una via all’altra, gli episodi minuti della vita che vi si svolge giorno per giorno, per confessare infine una segreta aspirazione a diventare qualcosa di simile al diavolo zoppo che nel romanzo di Lesage scoperchiava le case per scoprirne i segreti: aspirazione, a pensarci, di tutti i narratori.

DATA: 28 luglio 2004
TITOLO: 'Francesco Abate si racconta" di Patrizia Gentili Spinola
FONTE: Crastulo.it

Vi presento Francesco Abate come non l’avete mai visto prima. Sono andata a trovarlo a casa sua, dove mi ha accolta con estrema gentilezza, con quei suoi garbatissimi modi da signore d’altri tempi…Vi svelo i segreti della sua doppia identità, che lo porta ad essere Dr Jekyll e Mr Hyde nella stessa persona senza alcun conflitto interiore. Il suo “lato oscuro” la notte prende il sopravvento, e lo porta in consolle, dove diventa Frisko. Ma, durante il giorno, ripiega il mantello e si ritrasforma nel giornalista perfetto, impeccabile, professionalissimo che tutti conosciamo. Leggendo la sua intervista scoprirete che questi due aspetti della sua personalità si completano vicendevolmente. I suoi occhi, profondamente buoni, sono quelli di un venditore di sogni, un uomo che usa la penna con la stessa maestria con la quale un pittore dipinge i suoi quadri.
Vorrei che mi parlassi un po’ di te, mettendo in luce la tua anima di scrittore. Vorrei che mostrassi ai miei lettori un Francesco Abate come non l’hanno mai visto prima: non il giornalista perfetto, che tutti conoscono e stimano, né lo scrittore affermato, vincitore del premio Solinas. Voglio Francesco Abate, l’uomo. Vorrei che mi raccontassi la tua storia partendo dal principio, quando muovesti i primi passi, a partire dalla “gavetta”, quella che nessuno osa chiederti, ma che ti sei sudato e che ti ha portato, meritatamente, dove sei ora. Vorrei che ripercorressi l’iter che ti ha fatto diventare l’uomo che sei oggi, diverso da quello che eri ieri, ma non certo statico solo perché arrivato ad un primo traguardo.
La gavetta la sto facendo anche adesso, e non lo dico per falsa modestia! In questo mestiere è una gavetta continua, e ti dirò di più: nel momento in cui sei convinto di essere arrivato, ti fermi e sei perduto. Naturalmente è ovvio che i problemi che dovevo affrontare 6 o 7 anni fa non sono certo gli stessi con cui mi devo rapportare ora. Allora il problema era solo quello di avere degli scritti e di farseli pubblicare. Oggi, invece, i problemi sono di altro genere: acquisire una maggiore visibilità, fare una maggiore promozione del proprio lavoro, avere uno standard di qualità che migliori continuamente nel tempo e non rimanga statico. Chi si ferma è perduto.
Come e quando nasce in te la passione per la penna?
E’ una passione che ho avuto da sempre: nasce di pari passo con l’amore per la lettura. – In questo momento gli si illuminano gli occhi. La passione viscerale per il suo lavoro traspare da ogni suo gesto, ogni sua parola, perfino dal tono della sua voce… Si può quasi toccare con mano. Poi, lasciando trasparire un po’ di emozione, riprende- L’amore per la lettura è un amore che non saprei datare. Forse risale al primo giorno in cui ho imparato a leggere in modo compiuto. Ho sempre letto tantissimo, di conseguenza a casa ho sempre avuto una biblioteca molto vasta. Prima ho depredato la biblioteca di famiglia, poi, pian pianino, ho iniziato a fare le mie scelte, aiutato anche dagli amici librai. L’amore per la scrittura è nato di pari passo, solo che tenevo per me quello che scrivevo. Ti dirò che molte cose le ho anche perse, altre ancora non so se le tirerò mai fuori…parlo di quelle che ho scritto quando avevo 15/16 anni. Poi mi sono un po’ fermato, perché pensavo che la mia voglia di scrivere avesse trovato sfogo nell’attività giornalistica. In parte questo è vero: a soli 19 anni, quando già facevo il dj radiofonico, il direttore dell’Unione Sarda di allora, Fabio Maria Crivelli, mi sentì in radio, rimase entusiasta e mi fece contattare per iniziare una collaborazione. Questo deve farti capire che le due cose, e cioè l’attività che svolgo di giorno e quella che faccio la notte, non sono slegate tra loro, ma sono due facce della stessa medaglia. Anzi, proprio la vita che faccio di notte mi ha permesso, poi, di scoprire la strada giornalistica e percorrerla. Crivelli era un direttore illuminato: intuì che avrei potuto parlare del mondo giovanile, che, fino ad allora, era sconosciuto all’Unione. Mi chiesero di scrivere di musica e, più in generale, di argomenti che riguardavano i giovani. Però, nel frattempo, continuavo sempre a scrivere, e, in un momento in cui non avrei mai pensato di tirare fuori un libro invece tutto è accaduto… E anche qui devo dire che ho avuto una “botta di culo” niente male!-
Sorride e guarda verso di me divertito, come se volesse testarmi, mettermi alla prova, farmi cambiare un po’ espressione…Insomma, fa di tutto per mettermi a mio agio ed allentare un po’ la tensione, che, da parte mia, è davvero tanta…Si è visto mai un pesciolino piccolo intervistare un pesce grande? Poi riprende- La Castelvecchi, casa editrice del mio primo libro, Mr Dabolina, stava cercando degli autori giovani che scrivessero su determinati argomenti. Un mio amico sapeva che avevo diverse cose nel cassetto, le tirammo fuori e tutto incominciò… Quindi, come vedi, la mia non è stata la solita gavetta. Anzi, devo proprio ammettere che è stata abbastanza “culosa”!- mi guarda e sorride di nuovo divertito-
Va bene, ma non sarà stata tutta rose e fiori… Si saranno pur verificate anche cose sgradevoli durante questo lasso di tempo. L’invidia, per esempio, dove la metti?
Mah, le cose sgradevoli e l’invidia ci sono in tutte le città, in tutti gli ambienti, bisogna sempre metterle in conto!
Si, ma a Cagliari ancora di più…
Annuisce-
A Cagliari ancora di più, soprattutto se ottieni dei risultati e ti metti in ballo fin da quando sei giovane…
Mi permetto di interromperlo- Ti dicono che sei “accozzato” anche se non è vero!
Non solo –continua lui- ti dicono anche che non sei bravo! Però, siccome mi confronto con situazioni di questo tipo da quando ero adolescente, ho imparato, col tempo, a dargli un’importanza relativa. Alla fine decido di fare le cose solo ed esclusivamente per soddisfare le mie passioni.

Quanto sei stato supportato dalla tua famiglia e quanto dai tuoi amici?

La mia famiglia non mi ha né supportato né ostacolato: mi hanno lasciato fare abbastanza serenamente. Invece devo dire che ho potuto contare su un gruppo veramente eccezionale di amici, che mi ha supportato e mi supporta ancora oggi. Amici che mi hanno sempre difeso, facendo muro intorno a me e ai miei progetti, portando le mie storie “oltre”. Io devo moltissimo ai miei amici, e tra questi annovero anche alcuni miei parenti, mio fratello, e, comunque, un folto gruppo di persone a cui piacciono le cose che scrivo e che mi sostengono e mi aiutano sempre.
Mi sono sempre domandata come facessero i giornalisti a scrivere tutti i giorni. Infatti, mentre lo scrittore può permettersi di scrivere solo nel momento in cui ha l’ispirazione, il giornalista DEVE necessariamente produrre quel tot al giorno. Tu sei entrambe le cose, cioè giornalista e scrittore. Mi sveli come si fa a scrivere ogni giorno?
Viene con l’esercizio… è una sorta di “palestra”! –mi spiega- Però rammenta che i periodi di blocco esistono per tutti, e che sarebbe anormale non averli. Anzi, ti dirò di più: il blocco è sintomo di crescita, significa che non sei più soddisfatto di come stai scrivendo e senti la necessità di fare un passo in avanti. Ti trovi, cioè, in quella fase in cui stai prendendo le misure per poterlo fare, anche se ancora non sai bene come. Ricordati che, quando il blocco arriva, segna sempre un cambiamento in positivo. Chi, invece, non arriva mai al blocco, significa che ha una sicurezza e un’arroganza tale da non mettersi mai in dubbio, per cui si manterrà sempre allo stesso livello, senza mai andare avanti.
Il tuo stato d’animo influisce su come scrivi? Se sei triste o se hai preoccupazioni, riesci ugualmente a dare il 100% di te?
Se parliamo della scrittura creativa, e non di quella giornalistica, essa nasce da stati di sofferenza o di grande gioia. E’ quando si provano emozioni forti e grandi che si riesce a scrivere. Io non credo nell’ispirazione, intesa come folgorazione divina in un momento casuale. In realtà non è mai casuale il momento in cui crei: è la fase finale della metabolizzazione di tutta una serie di stimoli che uno ha ricevuto e che, inconsciamente, ha fatto suoi. Secondo me è fondamentale aver vissuto: aver visto e fatto, avere osservato la vita, fatto esperienze insomma. E’ in questo momento che arriva l’ispirazione: quando hai metabolizzato tutta una serie di esperienze di vita tue e degli altri, che ti hanno colpito così profondamente da far nascere in te la necessità di farle diventare uno studio.
Quali sono le tue insicurezze, le tue paure, e quali, invece, i tuoi punti di forza?
Sono identici.
Io, incredula- Come identici?
Si, sono identici –ribadice. E poi prosegue, spiegandomi meglio- Il mio punto debole, la mia insicurezza, è di non essere riuscito e non riuscire mai a dare un prodotto “artisticamente valido”, di non essere riuscito a dare il massimo. Del resto questo è anche il mio punto di forza perché, per riallacciarmi al discorso iniziale, è proprio quando non ti senti mai arrivato che continui a migliorarti.
Ti hanno mai fatto delle critiche poco carine ed educate? E, invece, qual è il complimento che hai ricevuto che ricordi con più affetto?
Devo dire che critiche feroci nessuno me ne ha mai fatte, per lo meno in faccia…. Invece una delle mie soddisfazioni più grandi l’ho avuta quando ho messo su il mio sito, www.frisko.it. Il mio intento era quello di stabilire un contatto diretto coi miei lettori e devo dire che ci sono riuscito: mi scrivono abbastanza. I complimenti migliori li ho ricevuti proprio da loro. La maggior parte di essi mi scrive in privato e non sul forum. Mi dicono liberamente se il mio libro gli è piaciuto oppure se li ha lasciati perplessi, dunque i loro complimenti sono molto gratificanti. Io penso che anche l’ultimo dei lettori (ultimo non certo per importanza, bensì per significare che può essere inteso come chiunque) possa cogliere un aspetto importante, che magari agli altri sfugge. Ritengo il confronto coi miei lettori fondamentale, vitale.
Quali sono i consigli che daresti a un giovane che volesse intraprendere la tua stessa carriera?
Beh, ce ne sono molti. Anzi, ti dirò che, secondo me, c’è un ABC fondamentale. Il primo consiglio che do è quello di scrivere: l’esercizio, la “palestra”, è fondamentale. Quando affermo che l’ispirazione non esiste intendo dire che una persona non si può permettere il lusso di scrivere solo ed esclusivamente quando si sente ispirato. Così come i muscoli vanno allenati anche il cervello deve stare in continuo esercizio. Poi bisogna leggere moltissimo, perché questo ci permette una crescita. Il terzo consiglio che dò è di confrontarsi con gli altri, e questo si può fare se si partecipa agli incontri letterari, che ci consentono di sentire anche altre voci. Ma, soprattutto, non bisogna mai considerare la letteratura come un mezzo. Mi spiego meglio: oggi chi scrive propone se stesso, cercando di pubblicizzarsi al meglio. Invece io credo che la letteratura, la musica e, in generale, tutte le arti, non debbano avere come fine ultimo quello di affermare una rock-star che faccia lo scrittore…bensì di affermare un’arte. Quello che conta è l’amore per quello che stai facendo, e NON vendere un milione e mezzo di copie. In quel caso diventeresti solo un ragazzino famoso e piano di soldi, ma questo non porta da nessuna parte. Per carità, c’è anche chi lo fa, però non andrà molto avanti. Per passare, infine, alla fase successiva, cioè quella di pubblicazione, giocano svariati elementi, non ultima la fortuna, inutile negarlo! Però è anche vero che bisogna proporsi. Sembrerà banale ma non lo è per niente: per proporsi bisogna avere, innanzi tutto, materiale da proporre. Quindi il consiglio che dò è quello di scrivere, fare fotocopie su fotocopie e poi spedire, spedire e spedire ancora! E’ ovvio che la partecipazione alla vita letteraria facilita in questa fase, perché ti aiuta ad allacciare dei rapporti. Andare alle presentazioni dei libri, alle quali sono presenti i rappresentanti delle case editrici, andare ai reading, andare a teatro, dove sono presenti i registi teatrali, significa iniziare ad allacciare dei rapporti. In questo modo, anziché spedire la fotocopia del proprio lavoro ad una casa editrice, all’incontro successivo ci si può avvicinare alla persona e, magari, consegnargli il proprio lavoro. Ma questo non significa entrare a far parte di una casta, bada bene! Significa, molto più semplicemente, entrare a far parte di un ambiente, all’interno del quale le persone si conoscono. Bisogna frequentare, ma non per raggiungere uno scopo: devi sentire tuo quell’ambiente perché in esso trovi persone con la tua stessa passione e i tuoi stessi interessi. Poi da cosa nasce cosa.
A proposito di presentazioni di libri e di incontri letterari, mi permetto di consigliarvi un aperitivo con Francesco Abate proprio stasera alle 19, al caffè delle lettere, presso la cartolibreria Dessì in via dante 100/b. Non perdete l’occasione di conoscere di persona questo straordinario scrittore, così affabile e gentile nei confronti di chiunque gli si avvicini. La sua sensibilità e il suo sorriso, l’amore con cui parla del suo lavoro, non potranno che conquistarvi.

DATA: 4 luglio 2004
TITOLO: 'Un mostro nel gioco fuori schema" di Massimo Carlotto
FONTE: Il Manifesto

Di giorno veste i panni del giornalista all’Unione Sarda, di notte anima club alternativi nel ruolo di dj oppure gira la Sardegna con un gruppo di attori e musicisti a presentare i suoi romanzi. Si tratta di Francesco Abate, lo scrittore sardo più interessante del momento, forse perché si distingue per la sua estraneità a quella cultura sarda più consolidata e più conosciuta. Eppure Abate la Sardegna la racconta. Quella cagliaritana in particolare, più sensibile alle trasformazioni e alle influenze esterne. Ma sarebbe riduttivo catalogare la sua scrittura solo come espressione dell’attuale fermento isolano. Cagliari è il luogo prediletto delle trame ma in realtà il progetto di Abate è di raccontare “mostri”, personaggi tanto straordinari, quanto sintomi di malattia della società che li produce. Ovunque. Ha iniziato con Mister Dabolina del 1998, Castelvecchi. Poi, nel 2003 è arrivato Il cattivo cronista per la casa editrice nuorese Il Maestrale e ora Ultima di campionato, ancora edito da Maestrale (pagg. 204, euro 10). Come il titolo suggerisce, la trama del romanzo affonda le radici nel mondo del calcio. Ma non solo. Il “mostro” Vanni Visco, fuoriclasse imbattuto del pallone, ha un vizio nascosto, l’amore per la letteratura, che lo porta a vivere una vita parallela. Leggere Ultima di campionato in questo periodo di campionati europei e di calcio italiano, infetto e inguardabile, è davvero un’esperienza particolare. Non solo perché il romanzo è davvero bello ma perché sovverte tutti i luoghi comuni sullo sport nazionale e fa piazza pulita delle categorie a cui siamo stati abituati per lungo tempo. In questo senso Abate è sorprendente. Passa da un mostro all’altro con la lucidità di un chirurgo. Il suo bisturi affonda nel mondo del giornalismo raccontando Il cattivo cronista e poi con la stessa disinvoltura scarnifica quello del calcio nella città mezza provincia, mezza metropoli di Gigi Riva. Vanni Visco, l’eroe del pallone, approda agli stadi in modo particolare e in modo straordinario ne esce ma prima, negli anni Ottanta, è stato un ragazzo e le pagine che raccontano quel periodo sono particolarmente efficaci. Le mode, la musica, la droga, i viaggi a Londra e ad Amsterdam sono veri e fanno parte del patrimonio di memoria di quella generazione.
Ultima di campionato è nato come soggetto cinematografico e ha vinto il premio Solinas nel ’99, poi è diventato una piece teatrale. Come mai hai sentito la necessità di trarne un romanzo?
Nel 1999 Ultima di campionato era solo un soggetto, una ventina di pagine appena. Partecipando al Solinas speravo di potergli dare uno sviluppo cinematografico ma, nonostante la vittoria e una buona opzione contrattuale, così non è stato. Ma non mi andava di chiudere la partita, di chiuderlo in un cassetto e di farlo morire in quella maniera. La sentivo un’opera incompiuta, in fondo era solo una traccia, magari una buona traccia, che andava approfondita. Ultima era poi un lavoro premonitore, aveva colto in anticipo i segnali – ma c’erano già in giro delle pesanti tracce in questo senso– di quello che sarebbe accaduto oggi al calcio: le logiche dell’economia che divorano quelle dello sport, la sfida portata all’estremo, la rivalità allo spasmo, il capovolgimento di ogni morale e di ogni etica al servizio del profitto e della prevaricazione, la spettacolarizzazione più misera schiava della logica del teatrino televisivo e quindi degli sponsor. Proprio quando ho creduto che fosse il caso di rimetterci mano e dargli uno sviluppo completo, la casa editrice Il Maestrale, che aveva letto il trattamento e se n’era innamorata, mi propose di farne un romanzo.
Che tipo di “mostro” è Vanni Visco?
Vanni è un mite, potrebbe sembrare un codardo ma non lo è. E’ mostro in quanto non risponde alle logiche che regolano il suo mondo, oserei dire il mondo, è un diverso perché non è in linea con il pensare comune. Non insegue sogni di gloria, né denari né donne né potere. Non è neppure uno che si limita, nella corsa al successo, a soddisfare un enorme ego, come capita a certi campioni. E’ un atleta che non vuole mettere a servizio le sue grandi doti ma soprattutto non le vorrebbe mettere nelle mani del mercato pallonaro. Vorrebbe inseguire la grande passione per la letteratura che lo potrebbe portare verso mestieri lontani dai sogni scintillanti di molti suoi coetanei: magari il librario, il bibliotecario, il professore. Ma è un mostro anche perché non riesce prima a sottrarsi ai voleri della famiglia, poi ai meccanismi della sua professione dai quali riuscirà a liberarsi solo con un gesto estremo.
L’incapacità e la conseguente necessità di trovare un modello di vita compatibile con questa società per non esserne schiacciati è la caratteristica dei tuoi personaggi. Perché pensi che le strategie di sopravvivenza siano importanti da raccontare?
Per un solo motivo: trovare, riflettendoci, una via d’uscita. Oggi mi interessa raccontare lo stato di sofferenza e di inadeguatezza con cui troppi devono fare i conti. Mi interessano gli sconfitti che annaspano e sanno di affogare, quelli che lottano, quelli che non lottano più, e quelli che si adeguano. Ecco perché ho cercato nei tre romanzi di creare questa galleria di mostri. Mi piace sottolineare quando sia difficile trovare modelli alternativi, quando sia molto più facile perdersi o incagliarsi. Credo che la malattia del singolo sia sinonimo di una cattiva salute della collettività, che se i grandi sistemi non funzionano è anche perché alla base non funzionano quelli piccoli, a partire dalle relazioni personali. E alla fine non si capisce più da dove è partita l’infezione, dall’alto o dal basso? Mi andava di sottolineare come ci sia uno scambio continuo di sangue infetto. Oggi l’economia e la politica occidentale seguono una linea, uno stile, chiarissimo: molto per pochi, briciole agli altri, se sopravvivono. E questo si sa. Quello su cui riflettevo è quanto questo modello scateni meccanismi distorti nella gestione di tutto ciò che c’è sotto: sino ad arrivare alla squadra di calcio di provincia o al rapporto fra colleghi in un ufficio. Mi incuriosiva capire quanto ciò che di bestiale viene provocato ai piani bassi venga metabolizzato e in che forme ancora più incarognite ritorni ai piani alti. Credo che alla fine ci troviamo a fare conti con un tutti contro tutti che lascia poche via di scampo, specie alle persone miti. Come Vanni Visco, incapace di partecipare al massacro senza prigionieri.
Cagliari non è mai citata in modo esplicito eppure lo slang è quello “casteddaio”. Oggi la letteratura sarda (oltre al cinema) sta vivendo un momento particolarmente felice ma tu hai scelto, in qualche modo, di distinguerti sia sul linguaggio che sulle storie che potremmo definire meno sarde delle altre…
Racconto ciò che bene conosco: Cagliari, luogo meticcio, come meticcio sono io, sardo, famiglia paterna campana, famiglia materna cagliaritana con sangue piemontese. Un bel mix, come la mia città, come molte altre città del Mediterraneo. Porti di provincia che improvvisamente hanno dovuto fare i conti in maniera rapida e quasi traumatica con il resto del mondo, altre visioni, altre voci, altre idee. Cagliari è capitale di Sardegna che si vanta di esserlo ma un po’ se ne vergogna. Porto di mare, quindi per natura luogo aperto allo scambio, ma di una terra chiusa e diffidente. Luogo levantino ma che ha tenuto molto dello stile del Regno sabaudo di Sardegna. Raccontare queste contraddizioni, la commistione a volte esplosiva, a volte corrosiva, di questi elementi così contrastanti mi sembrava fosse una buona maniera di narrare un altro aspetto della vita nella nostra Isola.
Questo romanzo è piaciuto molto a una parte di giornalisti sportivi nonostante il ritratto impietoso dell’ambiente, sia quello calcistico che delle redazioni…
Forse perché ad alcuni Vanni Visco ricorda certi personaggi che hanno lasciato un segno positivo e particolare, molto personale, nel mondo del calcio: i Riva, i Solier, i Vendrame, i Meroni. Gente fuori dagli schemi già ai suoi tempi, figurarsi oggi. Il calcio come sarebbe potuto essere, il mondo come sarebbe potuto essere.

DATA: 22 giugno 2004
TITOLO: 'Il romanzo di un fuoriclasse del calcio" di Francesco Mannoni
FONTE: Il Messaggero Veneto

Il titolo, benché attirante, non rende giustizia a questo splendido romanzo che, per intenderci, è si ambientato nel mondo del calcio, e del calcio ha come protagonista un campione, ma non è, non soltanto, questo.
Nato come soggetto cinematografico e come tale premiato (Premio Solinas 1998), “ Ultima di campionato” raccoglie con una maestria impressionante la sfida di raccontare dell'oggi e del qui, sfida che da qualche tempo tentano un po' tutti, ma invano.
Il protagonista, Vanni Visco, al culmine della sua carriera getta la spugna (per rimanere in tono sportivo) e sceglie tutt'altro destino. Cosi è presentato, sin dalle primissime pagine, un piede nella realtà, uno nella leggenda, e tanto basterebbe a raccomandarlo all'attenzione del lettore. Ma quella che subito dopo si allarga intorno a lui è una tela ancora più vasta, piena di personaggi e di avvenimenti. Se il mondo del calcio, dai campetti su cui si addestrano i ragazzini agli stadi nazionali, dall'intimità degli spogliatoi all'esaltazione delle maggiori competizioni, dalla solerzia degli allenamenti agli intrighi devastanti destinati a finire nella cronaca nera, non smette mai di incombere sui personaggi come sfondo di tutte le vicende, l'autore è capace di allargare il telaio della narrazione ben oltre nel tempo e nello spazio. In un continuo alternarsi di lampi (si pensi alle più sapienti formule cinematografiche, al “ Citizen Kane” di Orson Welles) i membri della famiglia Visco e le presenze di quanti le gravitano intorno prendono corpo nelle varie fasi del loro destino; l'affascinante fratello che la droga finirà per distruggere, il padre chiuso in un cerchio di illusioni che si rivelerà capace di un miracolo d'amore; il libraio martire laico della sua devozione per la cultura; la fidanzata segreta e la sua metamorfosi in donna di carriera; la bella forestiera amata dal fratello di Vanni che da una parte secondaria e da una lunga eclisse riappare come una meteora carica di fascino ad arricchire la narrazione di un'altra sfaccettatura ancora. Brevi, fulminanti incursioni nel mondo dello spettacolo, dei concorsi gastronomico - letterari, delle festicciole in cui una certa gioventù scarica più o meno felicemente un troppo pieno di energie e di mediocri istanze libertarie, fanno di questo Ultima di Campionato un romanzo esemplare del nostro tempo ma anche, nel diluvio della produzione letteraria attuale, un esempio di rigore e di rispetto della grande tradizione narrativa.
Né si può chiudere senza citare il capitolo settimo (l'autore lo chiama il “settimo pezzetto“) con la lunga carrellata sul filobus che percorre da un capo all’altro l’intera città mentre in una serie irresistibile di intuizioni – illuminazioni, il protagonista ne indaga il tessuto sociale, le disparità architettoniche da una via all’altra, gli episodi minuti della vita che vi si svolge giorno per giorno, per confessare infine una segreta aspirazione a diventare qualcosa di simile al diavolo zoppo che nel romanzo di Lesage scoperchiava le case per scoprirne i segreti: aspirazione, a pensarci, di tutti i narratori.

DATA: 15 maggio 2004
TITOLO: 'Zig Zag in libreria"
FONTE: La Stampa/Tutto libri

«Mi piace ricordare. Arrivare alllo stadio prima di tutti. Al Campione è concesso». Nato come soggetto cinematografico, Ultima di campionato è diventato un romanzo, ora per i tipi di Il Maestrale (pp. 191, e10). Protagonista (sul rettangolo verde) èVanni Visco. La famiglia così ha voluto. Sopravviverà il nostro eroe nel cinico circo, lui dotato di un intelletto raffinato? «Sono argilla da plasmare, ma non sono né argilla né plasmabile». Mormorando questo e quel prediletto passo letterario, Vanni si salverà (anche nel vis-à-vis, nella partita, con loro, le donne). L’autore, Francesco Abate, oscilla fra il giornalismo e i club sardi (è nato a Cagliari nel 1964), in qualità di dj.

DATA: 14 maggio 2004
TITOLO: 'Moraldo comincia dall'Ultima di campionato di Abate"
FONTE: Sabato Sera

Ultima di campionato è il romanzo che verrà presentato sabato 15 maggio, alle 17, a L'Altrocaffé nell'Osservanza di Imola. Ad organizzare l'mcontro è stato Moraldo, una rivista letteraria di giovani imolesi che si può leggere on line su www.xaiel.it/scripta e che rappresenta un esperimento quasi inedito per la nostra città. Sabato sarà la prima occasione di un incontro pubblico con Maria Sangiorgi e Salvatore Ciro della Capa, animatore della rivista. E non poteva essere che un libro a tenere a battesimo l'evento che sarà condotto da Paolo Bernardi. L'autore di Ultima di campionato è Francesco Abate, cagliaritano, classe 1964, redattore culturale de L'Unione Sarda, dj e scrittore. L'esordio in libreria nel 1996 con L'Oratorio, breve racconto inserito nella collettiva Racconti di celluloide (Alambicco editore). Nel 1998 arriva il primo romanzo: si intitola Mister Dabolina (Castelvecchi editore). Ultima di Campionato esce per Il Maestrale presso cui Abate ha già pubblicato Il cattivo cronista. Alla Fiera del libro di Torino è stato presentato da Massimo Carlotto e Giorgio Porrà, giornalista televisivo che lavora per Sky Sport. E nel libro di Abate c'è uno scontro aperto fra sport e cultura, fra la gloria del fisico e quella della mente. Il duello vede Vanni Visco, intelletto sensibile destinato dalla famiglia ai campi di calcio, solo contro la frastornante massa di sportivi e tifosi. Per Vanni, osannato fuoriclasse suo malgrado, l’unica speranza di sopravvivenza è rapportarsi in modo ingegnoso al cinico mondo del calcio. Visco il sensibile inventa soluzioni per sopportare la propria inadeguatezza. La medicina è proprio nella forza della sua mente, nella sua clandestina biblioteca mentale: il ritmato bisbiglio di prediletti brani letterari, saldi nella memoria, è un’energia quasi fisica che lo protegge da un’esistenza di cui non si sente minimamente artefice, un’energia da bruciare sul campo di calcio e nel suo tormentato rapporto con le donne, un’energia da bruciare sul campo di calcio e nel suo tormentato rapporto con le donne.
È una parabola che parte dal «campionato più bello del mondo» per arrivare al ritratto a tocchi veloci e decisi di un’epoca destabilizzata dalla cultura della sfida e della vittoria a tutti i costi. Un racconto visionario, divertente, nichilista, scritto con il ritmo rapido di una fuga in contropiede per un trama carica di colpi di scena, sino al finale mozzafiato. Nel giugno 1999 Ultima di campionato vince il Premio Solinas come miglior soggetto nel concorso Scrivere per il cinema. Il testo, adattato da Francesco Feletti, va in scena un anno dopo al teatro La Cometa di Roma. Il regista Lelio Lecis, con Giuseppe Pili, nel maggio del 2002 ne fa una pièce per il Teatro delle Saline di Cagliari con la produzione della compagnia Akròama. Ora è diventato un libro.

DATA: 14 maggio 2004
TITOLO: 'Il giocatore ribelle del campionato di Abate"
FONTE: La Nuova Ferrara

Nasce come soggetto cinematografico (e ha vinto il Premio Solinas nel 1999) per diventare qualche anno dopo il terzo romanzo di Francesco Abate, giornalista-scrittore cagliaritano di 40 anni. Ultima di campionato ( Il Maestrale, 2004), presentato nella libreria MelBook's, non è un romanzo sul calcio anche se il protagonista è un calciatore affermato. Piuttosto è la narrazione di un personaggio singolare, un ribelle che accetta tutte le occasioni che la vita gli offre e fa tesoro di quelle negative senza mai riuscire a bucare la cappa dell'omologazione. Finché arriva a compiere un gesto liberatorio che lo concilia con la vita. Nel romanzo c'è tutto: dal calcio ai libri, dalle esistenze bruciate di settori giovanili sino al fastidio per un'informazione conformista e superficiale. E' scritto con grande ritmo e il finale è davvero particolare.

DATA: 9 maggio 2004
TITOLO: 'Il talento del calcio che segnava pensando a Kafka" di Alessandra Menesini
FONTE: L'Unione Sarda

Storia di un goleador che ama solo i libri, storia di un vincitore che conta le sue sconfitte.
Storia di Vanni Visco, dei suoi piedi d’oro e della sua anima pesta. E’ Francesco Abate in Ultima di campionato, editore Il Maestrale, a dar voce e pensieri allo strano caso di un sognatore al rovescio.
Talento naturale che da piccolo centrava a pallonate tutte, ma proprio tutte, le statuette in ceramica in fila nel salotto e plotoni di lattine vuote e dopo, su campi e campetti, impietrisce il portiere, trascina i compagni e fa punteggi da basket. Tira e segna, sfiora e rete, un tocco e gol. Gol! urla la curva, la squadra e il mister. Primavera e Promozione e Serie A e Nazionale.Divo del calcio, idolo delle folle, miliardi e veline.
Se non fosse che il suo autore è Franceso Abate e allora il golden boy si rivela in realtà un divoratore di libri, un accumulatore di libri, uno strenuo e segreto lettore che sta bene unicamente in biblioteca e in libreria. Non in tutte, solo due in tutta la città, in una c’è Ottavio col suo archivio e la sua scaletta sferragliante, nell’altro signor Rocca che ha gli occhi azzurri e gli occhiali a mezzaluna e mobili scuri nel suo negozio, uomo sempre sorridente e cortese, anche quel giorno che volò giù dalla Torre.
Veloce, secca, la scrittura di Francesco Abate scava scava nel cuore del suo protagonista, calciatore ragazzino inseguito dalla vergogna, parola antiquata, sentimento disdicevole nei tempi moderni e impensabile in un eroe della domenica. Vanni Visco che gioca a calcio ma non gli piace, che la rete della porta la vede come una gabbia, che ama l’odore della carta e non quello della canfora.Carbonaro della lettura, adepto della confraternita dello scaffale. Intrappolato da un’abilità prodigiosa che è una condanna, perché lui è un centravanti che vorrebbe correre all’indietro. A riacchiappare suo fratello Luigi morto d’overdose in un canale di Amsterdam, la faccia mangiata dai pesci, gonfio e color varechina. Racconta i suoi giovani anni il re del gol, racconta Abate con stile serrato e tagliente, poetico almeno quanto i brani e i versi che irrompono tra le pagine di Ultima di campionato. Ritmo incalzante di taglio cinematografico (non per nulla ha vinto il premio Solinas 1999 come miglior sceneggiatura) per un testimone di se stesso, lucido e crudele nel sentire come colpa le troppe male cose capitate alla famiglia. Fuori gioco, ma sul serio, tutti quanti, tranne lo zio medico e cacciatore che per fargli passare la mania di leggere prendeva a fucilate i libri di un Vanni studente ginnasiale e non ancora proprietario di un BMW. Anzi biemmevù come scrive Abate, che non dimentica, neanche in un testo profondo come questo, di utilizzare lo slang, di piazzare suoni quotidiani e una sintassi casteddaia, mantenendosi in finissimo equilibrio tra dramma e ironia. Un pressing, per rimanere in tema, tra allenamenti, partite e spogliatoi e di nascosto letture solitarie e intense, i classici della letteratura imparati a memoria, Kafka e Cechov in testa e un sinistro micidiale.
Analizza i pezzetti della sua vita, Vanni Visco, trovando, per rimetterla in ordine, un metodo non ortodosso, sicuramente non raccomandato dai manuali degli psicanalisti americani.Un po’ esplosivo ma efficace. Paradossale come la sua vicenda d’atleta e di dotto.

DATA:24 aprile 2004
TITOLO: 'Il libro che avrei voluto scrivere io" di Daniela Paba
FONTE: La Nuova Sardegna

«Un libro che avrei voluto scrivere io. Un bel romanzo, maturato da tempo e scritto di getto, in solitudine con densità di scrittura straordinaria. Per questo, quando l’ho letto, ho chiesto di presentarlo». Così Massimo Carlotto, scrittore padovano decisamente affermato, a proposito di Ultima di campionato, terzo romanzo di Francesco Abate, pubblicato da Maestrale, e presentato sabato scorso al cinema Odissea, davanti a una folla stipata e quanto mai varia. Nell’intento di ribaltare, cambiandola di segno, la critica corrente per cui gli autori si sostengono a vicenda nelle cerimonie di rito tipo “io presento te, tu presenti me”, Carlotto ha ribadito che «Tutto diventa molto naturale quando c’è di mezzo l’amicizia e le parole hanno un senso. C’è poi qualcosa di nuovo in città come dimostra il fermento culturale di Marina Café Noir». E se dal titolo si deduce un romanzo sul calcio, lo scrittore ha chiarito che dietro c’è molto altro «Cagliari, la città, è uno dei protagonisti, e insieme c’è una gioventù osservata con occhi d’adolescente».
A questo punto, sempre per sfatare l’idea di una combine prevedibile, ha sottoposto Francesco Abate a un impietoso fuoco di domande, davanti alle quali l’altro annaspava tentando di dissimulare l’imbarazzo con malcelata disinvoltura: «Dj, giornalista, scrittore. Non le sembra di esagerare? Riassuma la trama in venti secondi. E’ un romanzo che sfugge al genere ma c’è un giallo? Perché un romanzo sul calcio? Tre libri, tre protagonisti diversi, tre mostri: è un progetto di scrittura? Perché il giornalismo rispunta sempre? Il romanzo è scritto a pezzetti, si è messo a sperimentare?». Abate spiega di aver scelto il calcio come luogo emblematico di quella sfida esasperata tra corpo e mente incarnata da Vanni, l’adolescente protagonista; il malinconico personaggio del libraio Rocca è la coscienza di una città borghese e un po’ carogna; il giornalismo poi, in quanto mestiere difficile, genera angosce da stigmatizzare, mentre uno stile sperimentale, dietro l’apparenza di romanzo di formazione, ci consegna un adolescente che crolla a pezzi, capitolo dopo capitolo. Prima di lasciare il palco Carlotto ha espresso parole di stima per l’editor di Maestrale, Giancarlo Porcu, in quanto «svolge un lavoro misconosciuto ma di altissimo profilo». E poiché, in ultima analisi, le parole chiedono d’essere ascoltate, le storie d’essere raccontate, le letture di Giacomo Casti e il trio di musicisti composto da Luca Fadda (tromba), Stefano Rachel (piano) e Alex Pintus (elaborazioni elettroniche) hanno dato voce e atmosfere da sogno alle sfide letterarie di Vanni, ai rumori del mare, ai percorsi obbligati dei filobus, creando un effetto ipnotico eppure straniato. Quasi un film sonoro dove i ricordi iniziano a sciogliersi per l’Ultima di campionato.

DATA:15 aprile 2004
TITOLO: 'Ultima di campionato' tra calcio e letteratura" di Maria Carrozza
FONTE: Godotnews

La storia di Vanni Visco diventa un romanzo, edito da Maestrale e che sarà presentato sabato al Cinema Odissea di Cagliari. E' la terza prova letteraria del giornalista e scrittore cagliaritano, dopo 'Mister Dabolina' e 'Il cattivo cronista'.
Un calciatore triste. Le aspettative di una piccola città di provincia che lo stritola. Una predestinazione crudele, con un finale a sorpresa. La storia è quella di Vanni Visco, il terzo della galleria di personaggi creata da Francesco Abate e protagonista di 'Ultima di campionato'. Il romanzo dello scrittore e giornalista cagliaritano è in uscita per la casa editrice Maestrale e sarà presentato sabato, alle ore 19, allo Spazio Odissea, in viale Trieste a Cagliari.

Dopo 'Mister Dabolina', pubblicato nel 1998 da Castelvecchi e 'Il cattivo cronista' (Maestrale, 2003), ora Abate ci riprova e introduce al lettore il suo Vanni Visco: 'È nato quasi contemporaneamente a Mr Dabolina, spiega. 'Già da allora avevo inconsciamente il progetto di creare una trilogia di mostri, di personaggi negativi che incarnassero i vizi di una società chiusa, malata. E devo dire che Visco è il più mostro di tutti, perché rappresenta lo scontro tra prestanza fisica e consapevolezza intellettuale, in un’esplosione di sentimenti che lo travolge e lo porta a rifiutare il corpo come non suo. Ultima di campionato è l’opposto di un romanzo di formazione: è un romanzo di destrutturazione'.

E infatti, anche la struttura del testo segue questo schema: la divisione della narrazione in tanti pezzetti accompagna il processo distruttivo che mangia il protagonista. Un personaggio amato, un soggetto sviluppato prima il una sceneggiatura cinematografica (che ha vinto il Premio Solinas nel 1999), poi ripreso a teatro nel 2002 da Akròama, e oggi sviluppato in un romanzo. 'Sì', afferma lo scrittore, 'Vanni Visco è il mio preferito. Quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni. A quasi cinque anni dalla stesura del soggetto per il Solinas, pensavo di averlo definitivamente esaurito, non lo sentivo più mio. Invece, con l’incoraggiamento di Massimo Carlotto e di Giancarlo Porcu, il mio editor, ho preso in mano la sceneggiatura come se fosse la spina dorsale della storia e in 15 giorni ho scritto 280 pagine'.

Un romanzo sentito fino in fondo dall’autore, che lo definisce il più autobiografico della sua produzione: 'Sento di aver detto molto di me, in una storia corale, dove il protagonista si confronta con altre voci, come quella del fratello tossico, o quella del suo procuratore'.

Ma il mondo di Vanni Visco è Cagliari? 'Sì', risponde Francesco Abate, 'ma la città sta molto sullo sfondo. È riconoscibile solo a metà libro, attraverso i ricordi e suggestioni mentali del calciatore'.

Dalla Cagliari pensata alla Cagliari reale. Negli anni ’90 Abate ha fondato il 'Planet Groove', portando in Sardegna i migliori gruppi acid jazz e funky di allora. Oggi questa stagione sembra terminata e in città si muove qualcosa di nuovo: 'Come l’esperimento dei primi Marina caffè noir', spiega Abate, 'una serie di incontri tra scrittori e lettori, dove i testi sono interpretati, con una voce narrante e un tema musicale, oppure con una sonorizzazione d’ambiente, dove il momento culturale e quello artistico si fondono. La presentazione di Ultima di campionato avverrà proprio così, sarà un reading musicale. Massimo Carlotto parlerà del romanzo e l’attore Giacomo Casti, accompagnato dalle musiche originali di Stefano Rachel, Luca Fadda e Alex Pintus, ne leggerà dei brani'.

DATA: 13 aprile 2004
TITOLO: «Rincorro il piacere di raccontare storie ed emozioni» di Roberto Cossu
FONTE: L'Unione Sarda

Questa storia ti perseguita o sei tu a perseguitare la storia?
«Non mi perseguita, mi accompagna. Né la perseguo, la seguo nella sua evoluzione naturale. Dalle 19 pagine del soggetto cinematografico che nel 1999 vinse il Premio Solinas alle 204 del romanzo. La compagnia Akròama ne fece una pièce teatrale, la casa editrice Il Maestrale colpita da quel racconto mi suggerì di tornarci su e dargli una forma completa. Era ovvio che questa storia doveva avere uno sviluppo, così era solo una traccia. Non l’ha avuto al cinema, per sfortuna e nonostante un’opzione seria. Nonostante con Enrico Pau, Elio Turno Arthemalle e Vito Biolchini avessimo scritto una sceneggiatura. Alla fine ha avuto il suo parto completo in questo libro».
È una vicenda un po’ melodrammatica. Visti i tempi, non sarà proprio per questo che il soggetto ha avuto successo?
«Sicuramente. Ma non è stato fatto ad arte. Mi interessava vedere il mondo del calcio da un’altra prospettiva, usare il campo da gioco per mettere in evidenza le contraddizioni di una società proiettata verso la sfida e la rivalità più bieca. È nel dramma di un uomo, Vanni Visco, nato con il fisico e le qualità del campione ma con raffinate capacità intellettuali che ho deciso di far esplodere le contraddizioni: anima e corpo, ma anche umanità e bestialità».
A prescindere dal fatto che non sei un goleador, c’è qualcosa di autobiografico?
«Questo, dei tre sinora scritti, è il libro più autobiografico. Sta nel lettore scoprire dov’è l’aderenza con la mia vita, forse non nel protagonista o forse non in tutte le fasi della sua esistenza».
C’è un filo che lega questo romanzo al “Cattivo cronista” o è un altro fronte?
«Vanni Visco e l’anti Rudy Saporito, il protagonista del “Cattivo”. Quindi anche la scrittura ha un altro incedere perché rispecchia l’anima dell’io narrante. Rudy era uno spocchioso ma contemporanemente un dannato consapevole. Vanni è umile e sensibile, un ragazzo d’altri tempi nato nel corpo sbagliato al momento sbagliato».
Quanto è importante la fama?
«Dipende. La fama apre porte. C’è chi la utilizza bene e chi la spreca. Ma non è un problema che mi pongo. Non ce l’ho e non la inseguo. Giuro. Rincorro invece il piacere. A me piacciono i suoni e le parole e mi piace condividerli, sono la comunicazione dei sentimenti. Così adoro leggere e scrivere, proporre musiche e andarle a sentire. Stimolare ed essere stimolato».
Sei un giornalista. Ma il giornale non ti bastava. Volevi fare lo scrittore. Più o meno come il tuo eroe...
«La verità è che mi piace raccontare storie. La cronaca ha regole ferree, a volte castranti, ma offre un osservatorio incredibile. Oggi sei con un ministro domani con i senzatetto. Però non sempre puoi raccontare su un giornale tutto ciò che vedi, tanto più ciò che intuisci. Per fortuna c’è la letteratura».
Pragmatici o sognatori: a quale categoria appartieni?
«Sogno a dimensione d’uomo. Anche perché quando ho provato a fantasticare sono sempre caduto con il muso sul selciato».
Sognare significa sottrarsi alla sfida. Almeno di questi tempi...
«Ma chi accetta la sfida, spesso quella più difficile, sono i sognatori».
Sopravvivono i sensibili?
«È questo il nodo centrale del libro. Sarà il finale del romanzo a dare la mia risposta».
vai alla rassegna stampa