DATA:28 agosto 2008
TITOLO: "Bunker, hamburger e Cuba Libre" di
Paolo Di Stefano
FONTE:Corriere della Sera

Non sarà la sede storica di via Biancamano a Torino, ma anche qui a Roma, in via Fabio Massimo, non si sta per niente male. Un appartamento decentrato e sobrio, eleganza degna dell' Einaudi del tempo che fu. Con dentro un altro tipo di Struzzo, certo, più giovane: è Stile libero, la collana cui lavora da un decennio la premiata ditta Paolo Repetti-Severino Cesari. Il primo uscito dall' esperienza di Theoria negli anni ' 90, il secondo transfuga del «Manifesto» di Pintor e Rossanda, dove curava le pagine culturali. Un solo decennio, ma vissuto intensamente e dunque con tante cose da raccontare. Per esempio una memorabile serata a Roma con Eddie Bunker. Massenzio edizione 2002. Si fa tardi e del vecchio scrittore-criminale neanche l' ombra: «Parte una task force per l' Hotel Locarno, dove ci accoglie un omone vestito di lino bianco, con un enorme panama in testa e una mappa di cicatrici come geroglifici in faccia. Dice che non se la sente perché le troppe interviste gli hanno fatto perdere la voce. Chiede di poter bere qualcosa lì in albergo. Sudando freddo e con il taxi che ci aspetta sulla strada, ci diciamo che un tipo come Bunker va assecondato, meglio non andargli contro. Beve un primo e poi un secondo Cuba libre. Prima di consumare il terzo, dice: "Now we can go"». Tutto sembra risolversi per il meglio, ma le cose si complicano sul più bello: «Erano già le nove e mezza e il pubblico aspettava. Si sale sul taxi senza dimostrare molta fretta, ma a via del Tritone Bunker guarda fuori dal finestrino e indica un localaccio malfamato, scende dal taxi, noi lo seguiamo, entra trionfalmente nel ristorante, dove lo scambiano per un produttore americano o qualcosa del genere e con molta deferenza gli offrono un tavolo speciale. Si siede e ordina un hamburger: "Però - dice con calma - voglio prima vederlo crudo". Era il classico americano che avendo mangiato schifezze per tutta la vita, continuava a farlo anche in vecchiaia. Quando arriva l' hamburger lo addenta, serafico, mentre noi siamo in preda all' ansia. Non lo mangia tutto, si fa preparare un doggy pack e si riparte». Sembra la volta buona e infatti lo è, la truppa arriva a Massenzio: «Non so - dice Cesari - come si possa fare a essere insieme in clamoroso ritardo e puntualissimi». «È stata un specie di magia - ricorda Repetti -. Arriviamo dietro il palco e Valerio Mastandrea finisce di leggere i brani di Bunker, ovviamente prolungati dall' attesa. Lo vediamo in controluce. In quel preciso momento Bunker entra in scena prendendosi l' ovazione del pubblico. Valerio si volta e dice stupito: "Noooo, Bunker in persona dietro di me ". Bunker sta lì finché finisce l' applauso, fa un inchino senza aprire bocca e se ne va». Morale: nella storia di Massenzio il vecchio Bunker deve essere stato l' unico scrittore cui è bastato far valere per un attimo la sua presenza fisica per guadagnarsi un' ovazione: «Non ha fatto e detto nulla. Era come se tutto fosse stato preparato da un regista. Dava l' impressione che con sedici anni di galera alle spalle niente potesse metterlo in difficoltà: era calmo, con i suoi occhi di una serenità quasi sorridente e il viso segnato dalle tracce di una vita vissuta intensamente, emanava vibrazioni quasi zen». L' autore di Educazione di una canaglia arriva a Stile libero grazie a Niccolò Ammaniti, che a un certo punto consiglia pure Lansdale. Per trovare un personaggio fisicamente all' opposto rispetto al gigante Bunker, bisogna ricorrere a un giovane di tutt' altra pasta. È Michel Faber, l' autore de Il petalo cremisi e il bianco: «Ci arrivò questo romanzo di 1.200 pagine e ne fummo conquistati quasi subito. Poi conoscemmo Faber, un tipo efebico che dimostra vent' anni di meno, ossessionato dalla propria identità sessuale, delicatissimo, dolce ma capace di nervosismi improvvisi. Vive in Scozia, in una casa isolata che costeggia la ferrovia, dove ha una straordinaria collezione di vinili del pop-rock italiano anni ' 70. Conosce a menadito i New Trolls, i Dick Dick, l' Equipe 84, i Camaleonti ». Il primo incontro a Roma ebbe risvolti inquietanti: «Rifiutò un albergo a quattro stelle perché detestava la chiave magnetica. Era tesissimo. Disse che preferiva una locanda con le vecchie chiavi da inserire nella serratura e lo portammo al primo piano di un palazzaccio equivoco vicino alla Stazione Termini. Un salutista, come sua moglie». A proposito di salute. C' è un caso tragicomico che si addensò, a suo tempo, attorno alla redazione del libro di Francesco Abate e Massimo Carlotto, Mi fido di te. Cesari ci scherza su: «Abate era in attesa di un trapianto di fegato, io in attesa di un trapianto di rene e in dialisi, Carlotto aveva problemi di cuore. È stato l' editing con il maggior numero di telefonini accesi per motivi ospedalieri. Per fortuna tutto si è risolto bene, ma visto che stavamo lavorando su un noir, ci aspettavamo che prima o poi qualcuno accoppasse l' altro per espiantargli degli organi ». Da Carlotto al giudice Giancarlo De Cataldo, il passo è breve: «È uno dei maggiori esecutori di canzoni di Leonard Cohen: canta e suona in casa con gli amici». L' autore di Romanzo criminale conquistato dalla malinconia blues di Cohen: «Ha una notevole capacità di intrattenitore». Cesari ricorda le giornate di lavoro nella sua casa di Sabaudia: «Lì De Cataldo è una specie di vitalissimo satrapo orientale, con la sua famiglia allargata fatta di molti amici che vanno e vengono. La mattina prestissimo si muove in avanscoperta per andare al mercato e procurare il cibo per la tribù: le fragole migliori, il pesce più fresco ». Ma è ai Luther Blissett che Repetti e Cesari pensano quando vogliono mettere a fuoco il senso creativo del loro lavoro di scouting: «Avevano pubblicato da Castelvecchi un libretto intelligente di natura situazionista, Mind invaders. Era il ' 97. Accettarono di incontrarci con molta diffidenza, quasi carbonescamente, a Bologna, complice Loredana Lipperini. Eravamo convinti di poter chiedere a quei ragazzi di scrivere una narrazione, ma pensavamo a un librino di fantascienza cyberpunk o a qualcosa del genere. Ci trovammo di fronte quattro signori coltissimi, con grandi conoscenze storiche. Ci dicono: vorremmo scrivere un romanzo di 600, ma forse di 900 pagine, e tirano fuori una scaletta di 40 pagine, insomma la scaletta di quello che sarebbe diventato Q. Ci siamo guardati in faccia. Andare a Torino a proporre un romanzo storico di quattro ragazzi sulla Germania degli anabattisti e delle eresie, con un protagonista che non ha nome, non è stato semplice. Avevamo l' obbligo di non superare una piccola cifra per i contratti e qui gli autori erano quattro. Abbiamo detto di sì. A Torino, Ernesto Franco disse: ok, fidiamoci. Roberto Cerati disse che era una buona cosa, da fare Q è diventato un piccolo classico, grande successo non solo per l' ambientazione ma perché rendeva conto della sconfitta della rivoluzione». Lo stile libero di Stile libero - che nella primavera 2009 lancerà la sua nuova scommessa, un romanzo dell' editor trentenne Rossella Postorino - suggerì, una decina d' anni fa, di inventare la famosa antologia dei cannibali. Ne vennero fuori scrittori tra loro molto diversi come Aldo Nove e Niccolò Ammaniti, rimasti più o meno fedeli alla collana. Ricorda Repetti: «Dopo Ti prendo e ti porto via, proposi a Niccolò di scrivere una commedia horror: mandò le prime cento pagine di Io non ho paura. Sulle prime fui preoccupatissimo, perché non c' era niente di quel che mi aspettavo. Severino fu molto più lungimirante di me, disse subito: "È una favola archetipica meravigliosa"». Cesari: «Niccolò quando è dentro una storia si trasfigura. Durate il lavoro, se gli comunichi un dubbio, lui ci pensa e il giorno dopo puoi star certo che viene fuori una pagina perfetta. Il lavoro di editing è soprattutto un dialogo con l' autore: è come se il libro avesse bisogno di uno spazio fisico per diventare vero agli occhi dello scrittore. Niccolò sta bene solo se immagina delle storie, se è attraversato da narrazioni. Ricordo un viaggio in macchina verso Roma, in cui continuava a tirar fuori spezzoni di racconti che aveva in testa». I cannibali? «Giulio li volle conoscere tutti», ricorda Repetti. Giulio è Giulio Einaudi, ovvio.


DATA:26 settembre 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di
Giovanni Curreli
FONTE:Opifìce

In "Mi fido di te" Massimo Carlotto e Francesco Abate intersecano i propri stili per dar vita alla figura di Gigi Vianello, un cinico e risoluto imprenditore che, poco più che ventenne, muove i suoi primi passi nel campo del "commercio" occupandosi dello spaccio di ecstasy nel Nord-est italiano.
Quello di Gigi Vianello è un mondo a suo modo perfetto finchè un passo nella direzione sbagliata non lo manderà a cocciare contro un potere più forte di lui.
Come nel resto della storia, però, Gigi saprà cavarsela, perchè il personaggio creato da Carlotto e Abate è uno che pur di salvare la propria pelle è disposto a rovinare la vita di qualcun altro. Anzi, è disposto a rovinare la vita di migliaia di persone. E' infatti re-inventandosi imprenditore nel campo alimentare, che Gigi riesce a risalire la china e crearsi il proprio piccolo "impero", perchè Gigi non solo smercia grosse quantità di prodotti ai più grandi distributori alimentari della Sardegna (è infatti nell'isola che il ragazzo fugge dopo i brutti affari occorsigli nel Nord-est), ma lo fa anche ad un ottimo prezzo, prezzo che ovviamente è inversamente proporzionale alla qualità dei cibi.
Ma come ogni grande criminale Gigi mostra alla società la sua faccia buona, e come chi fa le guerre e si mette a capo di chi ricostruisce o chi abbatte le foreste e finanzia il rimboschimento in nome dell' ambiente, il buon Vianello è anche proprietario di un ristorante per gourmet, espediente che lo mantiene immune da qualsivoglia sospetto sulla propria attività. Così, attraversando il dorato mondo del successo e della bellavita sorretto da intricate e grigie conoscenze (giornalisti, imprenditori) si va ad accarezzare la questione della sofisticazione alimentare. Realtà che passa per le mani di sprezzanti imprenditori che, devoti solo al profitto inondano le nostre tavole di cibi delle più infime qualità grazie a false certificazioni o ad accurati stratagemmi per nascondere le magagne che ci ritroviamo ad ingurgitare.
E di questi tempi di porte aperte agli OGM, di cibi e di medicinali arrivati dalle più disparate parti del mondo e entrati nel nostro paese in chissà quali modi, il minimo che questa lettura possa farci fare è guardare l'etichetta di ciò che compriamo al supermercato e renderci consapevoli che ciò di cui possiamo essere davvero certi è solo ciò che ci produciamo o che comunque non passa per la grande distribuzione. Fidarsi di se stessi dunque e non come ironicamente recita il titolo del romanzo "di te", titolo tratto da una canzone di Jovanotti che è solo uno dei brani che, in un certo senso, fanno da colonna sonora al libro (ricordiamo fra gli altri David Bowie, Iggy Pop e Lou Reed) e ci accompagnano per l'escalation di efferatezze che il protagonista sarà costretto a compiere per un' altra intricata vicenda che lo colpirà a causa delle sua mania di impunibilità e di un problematico ritorno di antiche questioni.


DATA:21 settembre 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di
Alessandra Anzivino
FONTE:Milano Nera

Prima cosa: svuota dispensa e frigo, metti tutto in fila e leggi le etichette, distingui commestibile da potenzialmente pericoloso e per una volta non soffermarti sulle calorie.. poi butta quello che proprio salta agli occhi che non va e rimetti via il resto, compresa la tua convinzione di aver fatto piazza pulita dai veleni alimentari che ingurgiti, i più subdoli sono rimasti nel tuo frigo e nella tua dispensa.
Seconda cosa: apri gli occhi e guardati intorno, quanti simpatici farabutti conosci? Li tolleri perché hanno un’attività presentabile e bevono l’aperitivo a fianco a te il sabato in piazza?sei nel loro sistema o tagliato fuori? Li considerano tutti persone arrivate ma tu sai che oltre la loro apparente rispettabilità c’è qualche losco affare..fai l’eroe? Penso proprio di no..ti adegui..anche se questo simpaticone sai che ti sta colpendo nel punto più vulnerabile: la tua salute e quella della tua famiglia.
Terza cosa: Sono tutti così sereni attorno a te? Tua figlia che inanella un trenta e lode dietro l’altro il sabato che fa? Festeggia? O si ribella ad una strada che magari gli hai battuto tu e che lei segue con svogliatezza?Tua moglie è felice? O può potenzialmente mettersi in testa strane idee e attuarle con il primo che capita che è appena un po’ più furbo di te?
Mi fido di te è il romanzo delle questioni aperte.
Romanzo geniale perché ti fa riflettere e ridere e soprattutto innesca dubbi su ciò che placidamente fai scorrere come quotidianità.
E’ una caratteristica dei due autori instillare con sapienza dei tarli nei lettori,questo romanzo insegna il sospetto, il non fidarsi mai…e da qui il titolo provocatorio.
Gigi Vianello è il “vincente” ottimo prodotto nord est esportato in Isola, come dire oltre alle gondole ricordateci per il nostro fantastico intuito per gli affari.
Libro godibile e irrinunciabile, polemico e duro, l’esatto contrario della mollezza e della superficialità nella quale si sollazza l’esercito ben armato alle dipendenze del protagonista.
Un j’accuse senza paura, contro un sistema di vita, ormai sdoganato e accettato dai più, senza vera violenza ma altrettanto devastante.
Da leggere! Anche eventualmente in vista della prova costume, per un po’ vi farà un po’ schifo tutto!


DATA:16 agosto 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di
Fahrenheit
FONTE:Rai Radio Tre

Dal Nordest italiano a Cagliari, tra mafiosi russi e imprenditori disinvolti, va in scena Gigi Vianello. Un personaggio che riesce a unire nefandezza e innocenza, convinto di farcela sempre e comunque, e che raggiunge nella cialtroneria un suo cupo eroismo. Abate e Carlotto hanno scritto un libro ribaldo e magistrale, che unisce al meccanismo implacabile un godibile e scanzonato senso dell'umorismo. E che ci porta per la prima volta nei territori sconosciuti della sofisticazione alimentare. Ecco l'intervista a Francesco Abate e Massimo Carlorro per Fahrenheit. Clicca e ascolta qui.


DATA:14 luglio 2007
TITOLO: "Merda o merdaccia" di Gianni Belloni
FONTE:Carta

Nel gergo di Gigi Vianello, il protagonista di «Mi fido di te», «merda» e «merdaccia» hanno un senso preciso. «Merda» sono gli alimenti con un livello medio/basso di sofisticazione. Sono quelli che, a dosi piccole, fanno danni solo nel lungo periodo. «Merdaccia», invece, è il cibo talmente irriconoscibile e mutato chimicamente da poter essere anche letale. La «merda» è destinata al mercato italiano, la «merdaccia » invece finisce spesso in Grecia. Spesso, ma non sempre.
Dopo aver letto il romanzo di Massimo Carlotto e Francesco Abate gli scaffali del supermercato diventano un campo minato: ci si aggira guardinghi, cercando di evitare tutto ciò che più facilmente si presta alla manipolazione chimica. «Mi fido di te», però, è anche un trita-miti: quello del nordest onesto e operoso, già massacrato da Carlotto e Marco Videtta in «Nordest» [edizioni e/o, 2006], ma anche quello della Sardegna «felix», che Abate aveva sviscerato in «Getsemani» [Frassinelli, 2006]. E soprattutto il mito del cibo italiano, che in tempi di globalizzazione del gusto e di arroccamenti gastroleghisti diventa il fondamento di identità inventate, nazionali, locali e perfino familiari.
Per come le descrivete, le sofisticazioni alimentari sembrano un elemento strutturale del moderno mercato del cibo e non un «prodotto di scarto» o residuale. Quanto è esteso il fenomeno?
Il sistema alimentare moderno, nella sua dimensione industriale, è sofisticato di fatto. In generale gli alimenti sono di qualità medio bassa e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono responsabili dell’insorgere di tumori, diabete e malattie cardiovascolari. La scelta del profitto a danno della qualità ha portato all’eliminazione delle sostanze «buone», come vitamine, minerali e acidi grassi, e la loro sostituzione con quantità nocive di zuccheri, sale e grassi idrogenati. Inoltre, la struttura del sistema facilita la circolazione e l’assorbimento da parte del mercato di alimenti completamente sofisticati e di provenienza illecita. Già nel 2004 la Direzione investigativa antimafia aveva preso atto del coinvolgimento organico della camorra nella sofisticazione alimentare in Campania. Ma tutte le cosiddette organizzazioni criminali transnazionali investono uomini e mezzi in questo settore. Rischi bassissimi, ottimi guadagni, e possibilità di riciclare grandi quantità di denaro sporco.
«Siamo ciò che mangiamo»: nel vostro libro emerge con evidenza, insieme ai traffici dei cibi adulterati, una società involgarita. Si tratta di un legame indissolubile?
Sì. Raccontare una storia criminale è una scusa per raccontare la realtà politica, sociale, economica e storica che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo. Nel nostro caso abbiamo voluto usare l’inchiesta sulla sofisticazione come metafora di una società sempre più adulterata e finta, lontana dai bisogni reali delle persone. Le grandi multinazionali dell’industria alimentare spendono ogni anno 20 miliardi di dollari per le ricerche su nuovi sapori e nuovi colori. Il fine è solo estetico, non qualitativo. Un’aberrazione che riflette molti aspetti della società in cui viviamo.
Thailandia, Cina, Brasile, Olanda: triangolazioni globali del mercato del cibo: com’è possibile che i controlli vengano elusi con tanta disinvoltura?
Le leggi che regolano la qualità dei prodotti e la loro circolazione sono notoriamente insufficienti, ma quello che accade oggi a livello europeo dimostra l’influenza di vere e proprie lobby, al servizio dell’industria alimentare, che operano sul piano legislativo per rendere legali prodotti e procedure industriali nocive per la salute dei consumatori.
L’unica cosa di cui sembrano aver timore i contraffattori sono le associazioni di consumatori. Possono avere davvero tanto potere?
Le associazioni dei consumatori vigilano sulla qualità degli alimenti in totale indipendenza. I test sui prodotti sono molto temuti perché sono obiettivi, ma i risultati raggiungono a livello informativo un numero limitato di persone. Da molti anni sono socio di Altroconsumo e devo ammettere che mi ha insegnato ad essere un consumatore «intelligente », e la rivista è ormai una guida indispensabile nell’acquisto. L’associazione da anni si batte su molti fronti con esiti alterni e questo dipende, come ben sappiamo, dai rapporti di forza in campo politico ma, in generale, non ha la forza per controbattere il potere persuasivo della pubblicità.
Nel libro descrivete le serate di degustazione dei vini e insieme i traffici per la loro adulterazione. Accompagnato da una vera e propria ossessione per il cibo e il vino raffinato assistiamo al disastro che ben descrivi. Solo i ricchi si possono salvare dalla «merda » e dalla «merdaccia» della contraffazione alimentare?
Un consumatore ben informato si può difendere bene anche senza essere ricco. Il fatto è che la qualità degli alimenti è molto stratificata. La sinistra se ne è resa conto anni da, riscoprendo il «gusto» e il rapporto tra qualità dei prodotti enogastronomici e qualità della vita, e molto è stato fatto in questa direzione anche in campo internazionale. Il problema è che la qualità costa, e soprattutto la qualità è business. E non tutti se la possono permettere. Le differenze di classe sono immediatamente riscontrabili nella cultura enogastronomica delle persone e nei contenuti dei frigoriferi e delle cantine. Bisogna distinguere anche tra medio, buono ed eccellente. Quest’ultimo è alla portata dei redditi alti.
Quale livello di corruzione avete riscontrato nelle vostre indagini tra chi dovrebbe fare i controlli?
La corruzione è un passaggio necessario in questa attività criminale. Ripercorrendo le numerose inchieste dei Nas e della magistratura abbiamo sempre riscontrato la presenza di indagati o imputati tra coloro che, per legge, dovevano vegliare sulla qualità dei prodotti e quindi sulla nostra salute. Ci siamo resi conto che l’opinione pubblica dà per scontata l’esistenza della corruzione ma è ben lontana dall’avere la percezione esatta della vastità del fenomeno.
A leggere il vostro libro sembra che non ci sia etichetta o marchio di qualità che tenga: tutto può essere falsificato. È così? I marchi di certificazione vengono utilizzati per rivestire a nuovo cibo scadente?
Tutto viene rigorosamente falsificato. Il recente scandalo del dentifricio cinese è un esempio perfetto. Addirittura le sigarette di contrabbando sono fasulle. Il pacchetto è identico ma il tabacco è pessimo e, se possibile, più nocivo. Il marchio non è più sufficiente a dimostrare una certa qualità, e nel settore alimentare è difficilissimo individuare questa merce infiltrata.
Con questo libro torni anche nel nordest, simboleggiato dalla famiglia Sambin, malavitosi attaccati alla ricchezza e al consumismo, ma anche ai cosiddetti «valori della famiglia». Ma il nordest non cambia mai?
No. Non solo insiste pervicacemente a volerci far mangiare a tutti i costi le vongole nate e cresciute nelle acque che lambiscono Porto Marghera, ma riesce a coniugare i valori tradizionali della campagna e nuovi modelli economici anche nell’illegalità. Non a caso il nordest viene considerato come il più importante laboratorio criminale d’Europa, dove la connessione tra economia legale e illegale produce merci e ricchezza e cultura criminale di alto profilo.
Tra le cose che avete indagato e scoperto, e che raccontate nel libro, qual è quella che vi ha colpito, o inorridito di più?
In realtà è una cosa che non abbiamo scritto e riguarda la pubblicità. Quello che vediamo sui giornali o alla televisione e che ci appare così bello e buono, generalmente è finto. Gomma, plastica, cartone, gelatine e colori vengono usati per riprodurre l’immagine di alimenti che hanno già il difetto di essere di qualità medio bassa. Ci ha impressionato il livello di inganno dell’offerta pubblicitaria.
La metamorfosi dei gabbiani, incattiviti e oramai carnivori, è l’immagine che usate per descrivere tutti noi. Ma ci sono anche movimenti che cercano di andare in direzioni diverse recuperando un rapporto tra chi produce il cibo e chi lo consuma: hai avuto modo di confrontarti anche con loro, dopo l’uscita del libro?
Certo. E il libro è stato scritto pensando ai movimenti e all’importanza strategica del loro agire. Molti lettori ci hanno chiesto un confronto e una proposta. Noi siamo convinti dell’importanza della filiera corta per i prodotti coltivabili in loco e dello sviluppo del mercato equo-solidale per tutti gli altri. Noi siamo solo autori di «noir» ma il tema è così importante che siamo stati costretti a uscire dal nostro ruolo e a esprimerci in termini «direttamente» politici. È la prima volta che un romanzo produce un effetto collaterale del genere, ma noi ne siamo ben contenti perché significa che il «noir» è uno strumento che permette di sviluppare inchieste di ampio respiro. La nostra è durata due anni.
Come si compra il silenzio dei cosiddetti grandi media su questi argomenti?
Per esempio, è molto difficile che un saggio sulle problematiche dell’industria alimentare venga recensito con evidenza dai media e il motivo è molto semplice: si chiama pubblicità. Quella del settore fa circolare un sacco di quattrini, troppi per rischiare di perderla. Trovano spazio solo le notizie legate alla rete criminale vera e propria. E a volte nemmeno quelle.
Cibo indipendente, stampa indipendente: un nesso paradossale?
No, anzi. È la strada da percorrere. E bisogna farlo senza perdere altro tempo. Si parla ancora troppo poco di qualità del cibo e invece dovremmo informare di più i cittadini-consumatori per costruire insieme nuove strategie.


DATA:14 luglio 2007
TITOLO: "Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio" di Daniele Gouthier
FONTE:Il Mito di Erdòs

Massimo Carlotto è uno che capisce l’Italia. L’Italia di oggi ma soprattutto, forse, l’Italia che sta per arrivare, quella di domani, dopodomani al massimo. Studia, e si vede!, l’ambiente, i dettagli e le particolarità di ogni suo libro.
Quello che è uscito quest’anno (Mi fido di te, Einaudi), l’ha scritto assieme a Francesco Abate. E i due devono aver messo le mani ben a fondo nel marcio delle nostre mense.
Della storia ovviamente taccio. Del contesto, basti sapere che la sofisticazione alimentare – quella dei nostri alimenti di tutti i giorni – è l’attività del protagonista che si cela dietro un raffinato ristorante da gourmet.
Mi fido di te vale più di tanti saggi sulla comunicazione del rischio. È pura scienza applicata alla pancia. E di pancia sono tutte le paure sui cibi “cattivi” che Abate&Carlotto ci mettono in circolo.
I noir di Carlotto normalmente li divoro, questo va riassaggiato per assaporarne il retrogusto, per abbandonare la banalità della vicenda del simpatico Gigi Vianello e godersi sino in fondo il mondo della vendita di alimenti, più o meno all’ingrosso, più o meno adulterati, più o meno controllati, che noi tutti mangiamo.
Scienza-tecnica-tecnologie alimentari-cibo-pancia-io è una di quelle catene che consapevolmente o meno abbiamo tutti in testa. E in genere dove c’è scienza c’è sospetto. Ad esempio, vale la proporzione bio:buono=ogm:cattivo.
Abate&Carlotto scardinano questa proporzione e spargono il sospetto su tutte le nostre tavole. Il veleno non serve che lo spargano, quello c’è già e ce lo mettono quelli che ci vendono il cibo.
Conclusione: se siamo ciò che mangiamo, dopo aver letto (e soprattutto riletto) Mi fido di te, sappiamo di essere delle merdacce.


DATA:10 luglio 2007
TITOLO: "Gialli, noir & Co. Delitti da viaggio " di Luca Crovi
FONTE:Il Giornale

Se fare la valigia per le vacanze è sempre stato complicato, farla in questi giorni, in cui si sono irrigidite le norme di controllo aereo, lo è ancora di più. I libri voluminosi potrebbero nascondere qualcosa di impenetrabile ai raggi X e questo vi costringerebbe a mostrarli agli agenti (anche se nessuno di loro ipotizzerà che il vero pericolo esplosivo sia contenuto nelle parole di quei volumi).
Onde evitare inconvenienti vi proponiamo una lista di libri non particolarmente ingombranti per il trasporto. Per cominciare con il passo giusto le vostre crociere con delitto estive è adattissimo Le inchieste del commissario Collura (Mondadori, pagg. 109, euro 8) di Andrea Camilleri. Farete qui la conoscenza del commissario di bordo Vincenzo Collura, un ex poliziotto amico di Montalbano il quale, ferito durante una sparatoria, vive una convalescenza forzata proprio su una nave da crociera, scoprendo che anche i detective di bordo possono non annoiarsi, occupandosi di casi «piccoli e divertenti» come «il mistero del finto cantante, il fantasma apparso in una cabina, lo scambio tra due gemelle». Nello zaino i camilleriani doc dovranno inserire anche La pista di sabbia (Sellerio, pagg. 263, euro 12), indagine che vede il commissario Montalbano ficcare il naso nel mondo delle scommesse clandestine di cavalli. Un territorio criminale esplorato anche in tre recenti racconti raccolti nel volume Fotofinish (Edizioni Ambiente, pagg. 125, euro 10) firmati da Giacomo Cacciatore, Gery Palazzotto e Valentina Gebbia.
Se volete, invece, essere consapevoli della qualità dei cibi che potreste mangiare negli hotel e nei ristoranti che visitate, ecco Mi fido di te (Einaudi, pagg. 175, euro 14) di Massimo Carlotto e Francesco Abate, che ci raccontano le malefatte di un business man della ristorazione italiana. A scoprire il fascino del medieval mistery vi aiuterà Il guaritore di maiali (Kowalski, pagg. 352, euro 16) di Lorenzo Beccati. Nel caso poi sentiste la mancanza delle atmosfere nebbiose di una città come Milano, vi basterà una copia de La donna del campione (Rizzoli, pagg. 388, euro 18,50) di Piero Colaprico o Il giovane sbirro



DATA:10 luglio 2007
TITOLO: "Prodotti taroccati, è il business della mafia" di Giovanni Nardi
FONTE:Il Resto del Carlino e Il Giorno

L’invasione nei supermercati di dentifrici adulterati, di probabile provenienza cinese? Non è certo una novità. Per lo scrittore Massimo Carlotto rientra nella sempre più massiccia immissione sul mercato di prodotti sofisticati o inquinata da parte di produttori senza scrupoli, quando non di organizzazioni criminali.
Carlotto ha pubblicato nell’aprile scorso per Einaudi, insieme con il giornalista e dj Francesco Abate, un libro dal titolo Mi fido di te, nel quale racconta questo mondo di sofisticazioni: il suo è un noir, genere di cui è apprezzato specialista.
«Certo il nostro è un romanzo, ma ogni elemento contenuto nel libro — ci dice — è il frutto di accurate indagini e corrisponde a verità. Oggi buona parte dell’industria alimentare produce cibi di qualità medio bassa, potenzialmente dannosi per la salute».
Che cosa avviene, in particolare?
»Dagli alimenti spariscono le sostanze ‘buone’, come per esempio le vitamine, i minerali e gli acidi grassi, sostituiti nel ciclo produttivo da sale, zuccheri e grassi idrogenati. Sostanze che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, favoriscono l’insorgenza di malattie cardiovascolari, del diabete, di tumori».
In questo mercato, la Cina è responsabile di altri prodotti nocivi, oltre ai dentifrici?
«Ricordo prodotti di erboristeria, soprattutto una pappa reale prodotta attraverso sostanze illegali. Ma ce ne sono certamente altri, dato che legislazione e controlli sono molto carenti».
Che cosa bisognerebbe fare, per impedire l’immissione al consumo di tali prodotti?

«Occorrerebbe innanzitutto una legislazione accurata, non solo in Cina ma dappertutto, e specialmente in Europa. Dove purtroppo il mercato è condizionato da lobby molto potenti, in grado anche di influire su leggi e regolamenti».
Ma non si potrebbe intanto sensibilizzare l’opinione pubblica?
«La cosa riesce nei casi più eclatanti, come avvenne anni fa per il vino all’etanolo o per l’olio di colza. Ma anche un piccolo libro come il nostro può servire. Infatti attraverso sia Internet, sia col passaparola, si sta formando un black list, un lista nera di prodotti da non comprare e non consumare».
In questo quadro, come s’inserisce la criminalità organizzata?
«Dati gli enormi guadagni garantiti dall’impiego di sostanze ‘cattive’ rispetto a quelle buone, le organizzazioni criminali sono entrate alla grande nel meccanismo di produzione e di distribuzione alimentare. Fin dal 2004 la Direzione investigativa antimafia avvertiva che la camorra stava investendo massicciamente nel settore, perché si rischia assai meno rispetto alla droga, e si guadagna addirittura di più».
Come si riscontra il sempre più dilagante uso di sostanze nocive o comunque non utili alla nostra salute?
«Una conferma indiretta ci viene dagli anatomopatologi, i quali nel loro lavoro trovano i cadaveri conservati assai meglio rispetto al passato. E questo perché i conservanti di cui sono imbottiti gli alimenti — esemplare il caso delle insalate preconfezionate — finiscono col fissarsi nel nostro corpo, con tempi di decadimento molto lunghi».


DATA:5 luglio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Vittorio Coletti
FONTE:L'Indice

Massimo Carlotto (mi scuso con Francesco Abate se mi occupo soprattutto del suo partner più famoso recensendo l'opera che hanno fatto insieme) è uno scrittore che mi è sempre piaciuto. I suoi gialli, così attenti allo sfondo socioeconomico del Nord-Est italiano e degli anni novanta, sono romanzi avvincenti e intelligenti, spietati e lucidi, controllati da un'ottima scrittura, da una regia oculata, da un'astuzia di montaggio non comuni. Da ultimo, Carlotto mi dà però la sensazione di essere un po' in affanno, di restare troppo sul sicuro ma anche prevedibile terreno su cui ha costruito la sua fortuna. Questo romanzo, scritto con Abate, mi conferma la sensazione che avevo avuto già davanti a Nordest, steso in collaborazione con Marco Videtta. Mi fido di te è un giallo, ma meglio bisognerebbe dire un nero, costruito con una tecnica efficace, ma troppo scoperta e gratuita: quella di evitare accuratamente che ci sia anche solo un momento, anche solo un personaggio non negativo, squallido, malvagio, disonesto. Tolti due semplici poliziotti di contorno (ma lui è insopportabile col suo tic linguistico meridionalesco e furbesco, lei fa pena con il suo look scadente), tutti i protagonisti del libro sono o irrimediabilmente stupidi (in particolare le donne) o radicalmente malvagi e amorali. Non solo. La realtà dentro cui si muovono è anch'essa corrotta, stolida e brutta: dagli abiti alle automobili alle case alle feste alla politica. Droga, denaro, malaffare sono le sole attività praticate. L'immagine compiuta della società è quella che emerge dai cibi, tutti (tolti pochissimi, molto difficili da reperire) guasti, contraffatti, pericolosi. Tutti i personaggi sono infatti intossicati da ciò che imprudentemente mangiano e della cui tossicità neppure si accorgono. Solo il narratore, per un po', non si fa avvelenare in cucina, perché lui è nel ramo della distribuzione dei cibi scadenti e scaduti, dei componenti chimici sostitutivi di quelli naturali nell'alimentazione, di partite di porcherie riciclate nelle offerte speciali dei supermercati. Ma poi anche lui deve farsi di pillole e cibarsi di schifezze, se vuol sopravvivere.
Le disavventure del protagonista stanno dentro le coordinate invalicabili del marcio e della stupidità (commette, per pura scemenza, un crudele delitto che lo rovina, distruggendo il suo perfetto esercizio criminale), come tutto il resto dell'Italia toccata nel romanzo (Sardegna e Veneto) e del pezzo di Russia cui il lettore arriva all'ultimo (ovviamente quella della peggiore mafia del mondo). Non c'è nessuna remora morale, neppure affidata a un paesaggio, a un animale (anche i gabbiani sono immondi e malvagi), a una figura secondaria. Ci sono solo corruzione e violenza.
Ora, che sensazione si ha leggendo questo romanzo? Che gli autori abbiano approfittato a man bassa della facile attrazione per il male, il sordido, il cattivo (la giovane e potente malavitosa sfatta dalla droga e obesa, vogliosa di sesso e dominio è il ritratto vomitevole ed efficace di questa umanità senz'anima e cervello), di cui hanno infilato nel libro quantitativi superiori al lecito (non intendo, si badi, il lecito etico o realistico, ma quello letterario).
Un romanzo è, per restare alle metafore alimentari, un dolce in cui non puoi mettere troppo zucchero o troppa panna. Il racconto del male non può essere brutto; il buio non si vede se non si accende mai una luce. E invece Abate e Carlotto hanno preso la scorciatoia dell'effettaccio, della melma disgustosa spalmata a piene mani, della sequenza di negatività moltiplicabili all'infinito. A un certo punto questo libro rischia di assomigliare a un filmino pornografico, dove, dopo un po', la scena non può che ripetersi e annoiare.
Sono sicuro che i due autori ne sono consapevoli. La loro ha tutta l'aria di essere un'operazione a freddo, fatta per dimostrare come si può scrivere un noir italiano oggi, con un occhio già all'eventuale riscrittura cinematografica. La percezione acuta della società, dei costumi; lo sguardo sull'Italia attento e spregiudicato che si coglievano nei primi libri di Carlotto è ora una trouvaille letteraria, prevedibile e ripetitiva dopo poche pagine. Non basta riempire il magazzino di tutto il peggio che c'è in giro (dai Suv ai telefonini, dalla politica alla delinquenza) per farne l'appartamento tipo della vita moderna, da osservare con intelligente ripugnanza. Resta solo la ripugnanza, ma non vai troppo in là solo con gli effetti schifosi. Gli autori sono bravi a suscitarli e con essi catturano il lettore, che però termina il libro con un'impressione di falso, di esagerato, di inutile.



DATA:5 luglio 2007
TITOLO: "Arrestate quelle vongole" di Massimo Carlotto
FONTE:L'Espresso

Gigi Vianello è il proprietario del ristorante per gourmet Chez Momò dove, al riparo da piatti salutisti e raffinati, guadagna soldi riciclando e smistando partite di cibo sofisticato in ogni angolo del pianeta. Cibo che va nei discount, dove è costretto a fare la spesa chi non può andare tanto per il sottile, nei ristoranti alla buona o nelle mense dei poveri e della comunità: così prende il via il nuovo best seller di Massimo Carlotto e Francesco Abate: 'Mi fido di te' (Einaudi Stile Libero). È basato su casi realmente accaduti e il pubblico se ne è accorto, dando vita a un susseguirsi di forum tra i lettori e a una sorta di lista nera dei cibi sofisticati. Ecco come ce la racconta l'autore.
Il campanello d'allarme ha suonato tre volte. Anche se i sensori erano accesi da tempo. Marzo 2004, relazione della Direzione investigativa antimafia al Parlamento. Cosa dice? La camorra ha ampliato il giro dei propri affari investendo nella sofisticazione alimentare. Aprile 2005: nel mantovano la Guardia di Finanza scopre un ciclopico giro di latte adulterato. Poi, ecco un'intercettazione fra due 'venditori'che si accordano: "La produzione merda al mercato nazionale, la merdaccia a quello greco". È da qui che la realtà ha toccato le corde della trasposizione letteraria per dar vita al romanzo che trascina il lettore fra gli abissi di un nuovo mondo criminale, dove il delitto si consuma attraverso ciò che quotidianamente ingeriamo a favore di speculazioni miliardarie.
Andare alle radici dell'avvelenamento della vita ha scatenato un gioco di rimandi dove realtà e fiction narrativa hanno finito per non essere più distinguibili perché identiche. Solo un esempio. Alcuni informatori ci avevano segnalato la dubbia genuinità delle vongole pescate in alcuni tratti della laguna di Chioggia. Le indicazioni erano chiare tanto da spingerci a utilizzarle per l'avvio del nostro racconto. Aprile 2007 (in contemporanea con l'uscita del romanzo) 'la Repubblica' titola: 'A pesca nella Laguna dei veleni. Ecco le vongole del Petrolchimico'. Un riassunto dei fatti: le vongole vengono pescate a tonnellate nelle acque contaminate, il lavoro viene affidato a extracomunitari, i battelli utilizzati sono moderni e veloci, gli introiti sono milionari, le vongole cariche di batteri finiscono non si sa mai dove.
I casi sono tanti. A volte vengono classificati come le stranezze di tre balordi che si sono inventati un rocambolesco trucco per far denari. Ma si sbaglia. Il sistema va inquadrato all'interno di gruppi ben strutturati che hanno individuato nella sofisticazione un settore in continuo sviluppo: si fanno soldi a palate, si rischia meno che trafficare in stupefacenti. L'equazione: si immette sul mercato cibo di improponibile qualità, costi dunque bassi, e lo si rivende al giusto prezzo.
Alla luce di tutto ciò si è scatenato sul Web un passaparola fra i lettori-consumatori sempre più spaventati. Da qualche nome sospetto sembra si sia arrivati a una lista che, come un samizdat dei vecchi tempi, denuncia e mette in guardia. Non ci sono ancora tutti gli elementi per confermare la reale esistenza della black list. È sicuro invece che i consumatori pubblicano nei forum i casi di sofisticazione alimentare venuti alla luce. La paura ha portato ad alzare il livello del controllo anche in chi era sordo agli avvertimenti delle associazioni che su questo fronte spendono da anni entusiasmo e fatiche. Non solo ci si chiede se ciò che acquistiamo sia merdaccia in arrivo da un sistema illegale che riesce a infiltrarsi nel ciclo distributivo, ma si cerca di capire quanto nell'industrializzazione della preparazione dei cibi sia stato sacrificato alla voce salute. A chi sta animando il passaparola su Internet non è sfuggito che vitamine, minerali e acidi grassi spariscono nel ciclo produttivo e vengono sostituite da grandi quantità di sale, zuccheri e grassi idrogenati. Non passa neppure in seconda linea il fatto che solo una bassa percentuale (fra il 2 e l'1 per cento) degli additivi serve a conservare gli alimenti mentre la restante percentuale svolge un ruolo aromatico ed estetico.
Il timore genera anche fobie: è da anni che l'influenza punta sempre più a minare l'apparato digerente, causando nausee e diarree. Strappa un sorriso la frase ricorrente: "Tranquillo è l'influenza che quest'anno prende così". Salvo porsi il dubbio se si tratti di intossicazione alimentare diffusa da un sistema sbagliato. Esagerazioni? Suggestioni? Forse.
Però è bene ricordare un episodio che racchiude in se la precarietà di questa epoca gastronomica. Maggio 1981, a Madrid si scatena un'epidemia di broncopolmonite. Sono 20 mila i contagiati, 12 mila i ricoveri, 400 i morti. Si capisce che le cause non sono quelle 'classiche', il virus è particolarmente resistente e aggressivo. Poco dopo si stabilisce che si tratta di avvelenamento di olio di colza addizionato, importato illegalmente dalla Francia e venduto nel quartiere più colpito da alcuni ambulanti. Oggi le autorità sono ancora divise sulle cause esatte di quella mattanza.
Nessun dubbio invece sul significato di un'intercettazione dei Nas campani impegnati nell'operazione 'Meat Guarantor'. Il macellaio: "La carne non si riesce a vendere, è verde dentro, è tutta verde".
Il venditore: "Realizza i quarti, realizza qualche cosa. C'è sempre un po' di carne che si può recuperare... In qualche maniera... Macinata...".
Facile capire allora perché in un forum un lettore chiede a un altro: "Ma allora, cosa ci è restato da mangiare?". L'altro risponde: "Le unghie".



DATA:4 luglio 2007
TITOLO: "Ma che cibo è?" di Nicoletta
FONTE:BioBlog

“Io, comunque il pollo non lo mangiavo più da anni, da quando avevo scoperto che molti allevatori rimpinzavano le loro bestiole di cloranfenicolo di produzione cinese, un antibiotico che salvaguardava il pollaio da ogni malattia ma nell’uomo era solo cancerogeno”.
“Ma il vero affare del pollo erano le polpette…..Gli scarti che le grandi aziende dovevano ufficialmente smaltire come rifiuti venivano introdotti in una gigantesca tramoggia di acciaio inossidabile che li triturava e li sminuzzava fino a renderli un composto omogeneo. Il vero sapore del pollo veniva dato dalla pelle. Quelle più sane e legali ne avevano il 15 per cento, quelle che mi procurava Rocco molto meno ma con una bella percentuale di gomme emulsionanti per evitare la disgregazione dell’impasto”.“Odore e sostanza non sono la stessa cosa. I francesi producevano da tempo vaporizzatori di ‘estratti naturali’ da usare nei ristoranti al momento di far uscire il piatto dalla cucina. Un bel vassoio di tagliatelle con funghi di pessima qualità veniva spruzzato di estratto di funghi porcini e il naso del cliente era più che soddisfatto…”
Agghiacciante, non è vero? A leggere queste frasi (ma ce ne sono molte altre di pari livello di sofisticazione…) vengono i brividi lungo la schiena. Un effetto horror studiato e voluto da Francesco Abate e Massimo Carlotto nel loro ultimo romanzo noir, “Mi fido di te” (Einaudi, 14 euro). Il protagonista, Gigi Vianello, è un disgraziato purtroppo come tanti oggi, che cerca di arricchirsi in fretta e senza scrupoli. Comincia a spacciare droga in pasticche nelle discoteche venete e poi passa al più lucroso (chi l’avrebbe detto) affare delle sofisticazioni alimentari. Per motivi personali arriva anche a uccidere, ma l’omicidio e i suoi corollari interessano poco.
Il vero protagonista del libro è la denuncia implicita di un sistema schifoso e vergognoso. I due scrittori si sono ben documentati e per questo quello che dicono nel libro mette paura. Perchè è vero. Non ci immaginiamo neanche quante frodi alimentari vengono commesse. Ogni tanto si legge di qualche blitz del Nas (Nucleo anti sofisticazioni) in un ristorante o in un supermercato. Merce avariata, mal congelata, pezzi di topi in lattina…Ma questo è niente, robetta. Il grande business è, come scrivono gli autori, un altro. Scarti tossici, partite di grano ai pesticidi, animali imbottiti di antibiotici. Quello che si legge ha dell’incredibile. Ancor più perchè è scritto sotto forma di romanzo. E non sotto forma di denuncia da parte di un movimento di tutela dei consumatori oppure da parte di un giornale.
Questa del libro-denuncia del resto, è la nuova tendenza dell’editoria (vedi Edizioni ambiente): il noir che tratta temi ambientali, parla di ecomafie, etc. Benvenga dico io, benvenga se può servire a scuotere gli animi e a far indignare le coscienze. Benvenga se serve a dare una scossa e magari a scardinare le regole del mercato di questo sporco business.
I giornalisti spesso si sentono impotenti perché scrivono, denunciano e poi non succede niente. Chissà che ora gli scrittori non diano loro una mano. Nel frattempo occhio a cosa si mette in tavola. Occhio alle etichette e, soprattutto, occhio ai prezzi. Sempre più spesso il basso costo è sinonimo di basso livello qualitativo e, ancora peggio, di prodotto sofisticato che mette a rischio la nostra salute.






DATA:24 giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Benedetta Masera
FONTE:Buon Per Noi

Da farci un film. Un noir dove il protagonista smercia grano canadese, categoria 5, la più scarsa che anche le autorità canadesi ne hanno vietato il consumo. Invece questo grano finisce nei mulini della nostra Sardegna, impacchettato e commercializzato sotto forma di accattivanti merendine. E' solo l'inizio di una storia agghicciante, che invece è tutta realtà.

Sardegna. Una bella mattina d’estate. La coda di auto che pigra va verso il mare. Quasi uno scenario idilliaco, finché non entriamo nell’abitacolo di una delle auto, a spiare i pensieri del conducente. Guarda una bella donna con il suo bambino a fianco. Il bambino gli sta antipatico, ma si consola notando la merendina che il piccolo divora con avidità: sa bene di cosa si tratta, visto che chi produce le merendine è un suo cliente. Quelle merendine sono fatte con un ovoprodotto proveniente da una ditta di riciclaggio di rifiuti del torinese che “invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase dai parassiti, le ripuliva alla buona dalla putrescina e dalla cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini pronti per essere versati nelle impastatrici delle industri dolciarie”.
Inizia così l’ultimo libro di Massimo Carlotto, scritto insieme a Francesco Abate, Mi fido di te (Einaudi Stile Libero, pagg. 175, € 14), una trama nera che più nera non si può, protagonista uno di quegli odiosi personaggi a cui Carlotto ci ha abituato da tempo, Gigi Vianello. Ma le storie che Carlotto e Abate raccontano non sono proprio tutta fantasia, anzi non lo sono affatto.
“Io e Francesco Abate avevamo voglia di scrivere un romanzo insieme. Lui è caposervizio dell’Unione Sarda, è un ottimo giornalista investigativo e scrive anche romanzi. Il nostro intento era raccontare una storia noir con un nuovo personaggio cattivo in grado di raccontare le parti cattive della nostra società, una storia di ampio respiro, però ci premeva rispettare la norma del noir moderno, che è quella di raccontare fatti assolutamente veri. E tutto quello che noi raccontiamo sulla sofisticazione alimentare è rigorosamente vero”. Pessima notizia per il lettore, che dopo avere avuto a che fare con partite di grano scartate dal Canada perché ritenute pericolose per gli animali e che invece si riversano tranquillamente nei pastifici pugliesi, polli nutriti a antibiotici cancerogeni (e questo solo nelle prime 15 pagine) ha già la tentazione di smettere di mangiare.
Cosa spinge a scrivere un libro così?
Un episodio mi ha fatto scattare un campanello d’allarme. Per due anni ho dato a mio figlio un integratore alimentare a base di pappa reale (di una notissima casa di erboristeria italiana) per poi scoprire che il prodotto è stato ritirato perché la pappa reale era cinese e fortemente contaminata da antibiotici, antibiotici assolutamente nocivi per un bambino. Infatti il pediatra mi diceva “Ma questo bambino non si ammala mai?”. Per forza, era strapieno di antibiotici. Ecco come ho cominciato ad indagare, e poi con Abate abbiamo voluto scrivere un libro per lanciare l’allarme.
E infatti ci siete riusciti poiché dopo l’uscita del libro siete invitati a parlare di sofisticazione alimentare e ora siete tra i maggiori esperti. Anche se il livello di coscienza del consumatore su quanto si mangia è più alta rispetto a un tempo, quello della sofisticazione alimentare non riempie certo le prime pagine dei giornali. Perché?
Se ne parla solo nei canali secondari, e il motivo c’è. I giornali hanno paura di perdere dalle loro pagine la pubblicità delle grandi aziende alimentari. Anche se vengono scritti saggi sull’argomento, in genere non vengono tradotti o peggio non vengono recensiti.
Chi ha letto il libro non è rimasto indifferente e lo dimostrano le mail che riceviamo quotidianamente da parte di lettori preoccupati che hanno capito che abbiamo scritto delle cose vere e che vogliono sapere cosa sta succedendo.
Lei qualcosa dovrà pur mangiare. Come pensa di salvarsi?
Adesso mangio molto biologico, seguo in maniera rigorosa le indicazioni di Altroconsumo, una associazione intelligente che lavora con metodo capace di denunciare.
Secondo lei la grande distribuzione cosa può fare per garantire la salute dei consumatori?
Può fare molto. Secondo me potrebbe nascere una nuova Grande alleanza: biologico, equo e solidale e grande distribuzione. Faccio un esempio: stando alle analisi di Altroconsumo, risulta che molti prodotti a marchio Coop sono considerati ottimi. Manca però l’informazione. Ho fatto un calcolo molto preciso, quello del pollo. Io compro il petto di pollo biologico a 22 € al Kg, che mi sembra una cifra pazzesca. Una famiglia monoreddito con 2 bambini non può mangiare biologico in questo paese, perché costa troppo. E quindi la grande distribuzione, con i suoi prezzi è assolutamente necessaria. Ma la strada è in salita. Nella UE le lobbies sono così forti che stanno lavorando contro la qualità dei prodotti a favore della commerciabilità. Addirittura una nuova normativa Cee ritiene che la tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli non sia più necessaria.
A noi privati e normalissimi cittadini, cosa ci resta da fare?
Sul cibo si può fare molto, il problema è che bisogna cominciare a parlarne. La cosa incredibile è che c’è un mondo dell’informazione che non ha molta voglia di farlo, e c’è un mondo della politica che non ha molta voglia di risolvere i problemi dal punto di vista legislativo. Sul cibo siamo di fronte alla madre di tutte le inchieste e al padre di tutti gli scandali, perché quello che viene fuori (se scoppia il bubbone) è incredibile, ma ne va della nostra salute.
Il mondo della medicina cosa dice in proposito?
Ci siamo confrontati con moltissimi medici, ma c’è poco da fare. È vero che viviamo di più, però ci ammaliamo anche. Nel senso che questo tipo di cibo ci fa ammalare oltre l’ambiente e più dell’ambiente. Malattie cardiovascolari e i tumori sono provocati da questo tipo di cibo. Poi ci sono i paradossi: ci creano la malattia in modo da poterci vendere il rimedio. I prodotti a base di yogurt che combattono il colesterolo sono la conseguenza di un cibo che è fatto apposta per combattere…
Leggiamo le etichette, vediamo dove sono stati allevati i bovini… ma dal suo libro può sembrare che non serva a niente, visto che anche le etichette si falsificano.
Il discorso è doppio. Ce n’è uno legato alla grande industria, che sta proponendo un cibo che non è sano, perché c’è molto sale e molto zucchero, a scapito di vitamine e altre cose che ci fanno bene. Per contenere i costi, ovviamente. All’interno di questo sistema, basato su una qualità sempre più scadente, ci sono i grandi meccanismi di sofisticazione messi in moto dalla criminalità organizzata. E quando si parla di criminalità organizzata bisogna pensare, per esempio per la mozzarella di bufala, alla camorra. Queste cose bisogna cominciare a dirle. Quindi il primo livello si può regolare attraverso una legislazione sempre più precisa e con maggiori controlli e dando informazioni al cittadino e quindi la possibilità di scegliere. E questo dà possibilità alla grande distribuzione (penso alla Coop, per esempio) di accaparrarsi una grande fetta di mercato, perché la scelta di qualità è una scelta che premia. L’altro livello va combattuto con pene più severe e dando molti più mezzi ai Nas (Nuclei Anti Sofisticazione). Perché è un reato che non è punito, di fatto.
Una curiosità, esiste una mozzarella di bufala sicura? o sempre e comunque diamo soldi alla camorra?
La camorra centra sempre. Per esempio importa e distribuisce prodotti che servono a fare produrre più latte alle mucche, che sono cellule tumorali. Sempre la camorra si occupa di interrare i rifiuti tossici provenienti dal nord, e li interrano proprio dove pascolano le bufale.
Tornando al libro: i suoi cattivi, da Gigi Vianello, al protagonista di Arrivederci amore ciao, perché se la cavano sempre?
Perché nella realtà il male vince.
Ogni tanto viene il dubbio che lei li voglia salvare, che quasi le stiano simpatici.
No no, li odio profondamente. È proprio perché mi fanno molta paura. Penso che ogni autore abbia una piccola “missione”. La mia è quella di sfatare il mito che resiste ancora di questo velo di romanticismo che ancora avvolge il criminale. Come se uno fosse criminale dal lunedì al venerdì però nel fine settimana è un bravo padre di famiglia, colleziona francobolli… Il criminale, il criminale moderno, frutto della globalizzazione, è un criminale violento, soprattutto nei rapporti umani, vive di prevaricazione 24 ore al giorno anche nel mondo di affetti che lo circonda. Ho studiato a fondo questo tipo di personaggi, non mi piacciono, sono molto pericolosi, indicativi della trasformazione di una criminalità sempre più moderna e pericolosa e soprattutto vincente.
Vianello però è diverso, perché è un’ulteriore trasformazione: non particolarmente intelligente (un altro mito da sfatare è l’intelligenza dei criminali) ma furbo, e che da vallettopoli a qualunque altro scandaletto ci può stare benissimo, basta fare soldi.
Stiamo diventando come i gabbiani, che cominciano a diventare cannibali.





DATA:13 giugno 2007
TITOLO: "Le trame contro la salute pubblica" di Massimo Carlotto
FONTE:L'Unione Sarda

Accolgo volentieri l'invito dell'Unione Sarda di esprimere il mio pensiero sulla voce che circola insistentemente "intorno" al romanzo scritto a quattro mani con Francesco Abate. Come spero sia noto a molti, nel nostro noir abbiamo raccontato il mondo della sofisticazione alimentare. E come impongono le regole del genere, abbiamo preso spunto dalla realtà. Ci siamo documentati e come abbiamo ribadito più volte, quanto scritto sull'argomento è "rigorosamente vero". Pare che, sulla scia della lettura, qualcuno abbia riconosciuto una o più ditte coinvolte. E pare che tra internet e il passaparola, da qualche nome si sia arrivati a una vera e propria lista che, come un samizdat dei bei tempi, denuncia e mette in guardia.
Non ho elementi per confermare la notizia. So invece di lettori che si consigliano ristoranti convinti della genuinità dei prodotti offerti. Abate ed io siamo bersagliati di richieste di chiarimento. E anche di inviti a convegni enogastronomici come se fossimo due esperti di sofisticazione. In realtà siamo solo due professionisti della scrittura che per due anni hanno letto saggi, giornali e fatto le domande giuste alle persone giuste. Alla fine ci siamo fatti un'idea precisa che abbiamo trasmesso al lettore. E cioè che una buona fetta dell'industria alimentare moderna produce cibi di qualità medio bassa, potenzialmente pericolosi per la nostra salute.
Le sostanze "buone" come vitamine, minerali e acidi grassi spariscono nel ciclo produttivo e vengono sostituite da grandi quantità di sale, zuccheri e grassi idrogenati. Colpevoli, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, dell'insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete e tumori. Insomma le pubblicità che ci fanno venire l'acquolina in bocca spesso sono molto, molto, ingannevoli. E questo è il livello legale della faccenda. Quello illegale riguarda ditte disoneste e la criminalità organizzata che riescono a infiltrarsi facilmente nel ciclo distributivo e a spacciare merce nociva.
Basti pensare che già nel 2004 la Direzione investigativa antimafia in una relazione informava il parlamento di come la Camorra stesse ampliando il raggio dei propri affari, investendo nella sofisticazione alimentare: un settore in continuo sviluppo, si fanno soldi a palate e si rischia molto meno di trafficare in stupefacenti. Ma, almeno, quando vengono scoperte le truffe finiscono sui giornali.
Quello che ancora non leggiamo, se non su qualche rivista specializzata, è una critica seria al cibo industrializzato. Da scrittore di romanzi posso permettermi di affermare che il motivo è semplice: affrontare l'argomento significa rischiare di perdere un sacco di soldi di pubblicità. Ma con altrettanta tranquillità posso scrivere che il giorno che non si potrà più fare finta di nulla ci troveremo di fronte il padre di tutti gli scandali e la madre di tutte le inchieste. Al momento è solo uno scenario di pura fantascienza perché gli interessi in gioco sono enormi. Frase abusata ma in questo caso è verità sacrosanta.




DATA:12 giugno 2007
TITOLO: "Che fine farà la Sardegna?" di Fenicio
FONTE:Atipico.Org

Domenica ho finito di leggere il libro scritto a due mani da Massimo Carlotto e Francesco Abate “Mi fido di te”. Ambientato nella Sardegna odierna, il libro si sviluppa intorno alle vicende di uno spregiudicato- pregiudicato, trafficante di sostanze alimentari adulterate, spacciate per sane, che usa come copertura il ristorante più in della città, unanimemente riconosciuto come il tempio del buongusto. L’affresco di Cagliari capoluogo che ne viene fuori è quello molto realista di “una città indolente che si lascia scorrere tutto addosso, anche le cose peggiori”.
Una frase molto azzeccata, detta da un personaggio,mi ha colpito.
Oggi solo sette uomini possono ancora testimoniare gli orrori vissuti nella prima guerra mondiale, di questi sette due sono sardi. Il contributo di sangue pagato dalla brigata Sassari è stato così alto da fargli guadagnare tre medaglie d’oro al valore militare. Per tale motivo la Sardegna si è presa in passato la nomea di isola da carne di cannone.
L’alto indice di gradimento, riscosso dalla Canalis come velina, ha fatto sì che la velina mora per piacere, deve essere sarda. “Se tu crei la domanda, nasce l’offerta”. Sconfitta la malaria, arginata e ridotta l’anemia, migliorata l’alimentazione, spostata in avanti la pubertà, le donne sarde hanno ribaltato l’immaginario collettivo della donna bassa coi baffi vestita di nero, che aveva contagiato anche Woody Allen nel film Amore e Guerra. Di conseguenza l’isola si è riempita di procacciatori di modelle, agenzie di promoter, sfilate di moda e di intimo.
“La Sardegna non è più l’isola da carne da cannone, ma l’isola di carne da ca… canone tv” dice il personaggio del libro.
Ad Alghero, Bosa tutte le case del centro vengono comprate dagli inglesi a prezzi allucinanti, gli indigeni devono andare ad abitare ad Olmedo, non possono più permettersi di vivere a casa loro, costa troppo.
Dove sta andando la Sardegna?
Tanti anni fa si diceva potessimo diventare la Cuba del mediterraneo, intendendo con ciò l’isola indipendente e figlia della rivoluzione.
Sempre con più chiarezza stiamo diventando la Cuba di Batista, dove la gente viene per scopare, prendere il sole, giocare d’azzardo e commerciare in armi e droga, vista la posizione di porta tra sud e nord del mondo.
Il casino del mediterraneo, l’accento sulla o non cambia la sostanza.



DATA:13 giugno 2007
TITOLO: "Le trame contro la salute pubblica" di Massimo Carlotto
FONTE:L'Unione Sarda

Se volete rivedere radicalmente la vostra alimentazione, vi consiglio un libro. Non è il classico manuale, opera di due coniugi dietologi americani. È il formidabile romanzo scritto a quattro mani dalla nuova coppia di fatto del noir italiano:
Mi fido di te, di Francesco Abate e Massimo Carlotto.
Ho incontrato i due autori il mese scorso al Teatro delle Saline di Cagliari, in occasione della gremitissima presentazione in anteprima nazionale. Ho prestato la mia voce ai soliloqui del protagonista, il farabutto Gigi Vianello, ex pusher del nord-est riciclatosi in rispettabile imprenditore della Sardegna che conta. Nel frattempo, in poche settimane, il testo ha scalato le classifiche. Successo strameritato per un thriller criminale ambientato nell’inquietante mondo delle sofisticazioni alimentari.
E proprio qui sta il punto: è un libro che si divora, grazie a una scrittura serrata e appassionante, ma che fa passare la fame, per colpa di ciò che meticolosamente documenta. Valga per tutti la descrizione del percorso che compie la carne di pollo prima di giungere sulla nostra tavola. Dice Gigi Vianello: “Rocco mi forniva quello olandese. Basso prezzo e sapore tutto sommato decente. Gli olandesi comprano pollo congelato salato dalla Thailandia e per farlo gonfiare lo sottopongono al “tumbling”: gli animali decongelati vengono infilati dentro macchinari simili a betoniere e rigirati fino a che non hanno assorbito un bel po’d’acqua. Poi i polli vengono ricongelati e immessi sul mercato”.
Dopo aver letto questo passo, ho pensato a mio nonno che mi descriveva la povertà dei suoi tempi con una battuta che lo faceva molto ridere: “Quando un povero mangia un pollo, uno dei due è malato!”. Escluso dunque che oggi cibarsi di carne di pollo sia un privilegio per ricchi, Abate e Carlotto demoliscono ogni ulteriore certezza. Non si salva nulla, dal pesce alla frutta, dal vino alla pizza, dai frutti di mare ai dolciumi, dai latticini alla verdura biologica. Persino fra le acque minerali non ce n’è una che non faccia schifo.
La sconfortante realtà del business dell’alimentazione industriale è raccontata da un io narrante cinico e consapevole, che naviga abilmente nell’illegalità diventata consuetudine. E quando si vedrà costretto a pagare il conto, noi ci troveremo – non senza un filo di vergogna – totalmente dalla sua parte. Merito di due grandi scrittori, coraggiosi e diabolici a tal punto da invitarmi a cena, a fine serata, per sdebitarsi. Ovviamente, non ho accettato.




DATA:4 giugno 2007
TITOLO: "Invito a cena con delitto" di Gioele Dix
FONTE:GQ

Gigi Vianello ha persino un nome simpatico. Ma è un gran pezzo di merda. Ha un ristorante di altissima qualità, Chez Momò, a Cagliari, ma è solo una copertura. La sua vera attività, quella che gli rende un sacco di soldi, è il mercato dei cibi adulterati. In questo campo è un re uno che gioca in serie A. Riesce a piazzare latte scaduto e carne macellata clandestinamente; per lui è un gioco da ragazzi piazzare una partita di polli avvelenata o una nave container di grano contaminato da ocratossina che poi finisce nei molini e nei pastifici di mezza Italia. Persino con le uova ci sa fare. Quelle provenienti “da una ditta di riciclaggio di rifiuti che, invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona della putrescina e della cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie”. Soprattutto di quelle che producono merende per bambini. E poi prosciutti, salmone, vino…tutti rigorosamente di schifosa qualità ma che trattati adeguatamente – e con falsi certificati di controllo ed etichette - riempiono la pancia di milioni di persone che vanno a fare la spesa nei supermercati. Inchiodando periodicamente inchiodata alla tassa del cesso mezza città. Un virus, dicono i medici. “Intossicazione alimentare”, sogghigna Vianello.
Non il profilo di un imputato sotto processo. Più semplicemente è il personaggio uscito dalla fantasia di Francesco Abate e Massimo Carlotto (Mi fido di te, Enaudi, pp. 175, 14 €) i quali hanno costruito un romanzo che appare un po’ scontato nella trama forse perché ricorda altri plot del bravissimo Carlotto che anche questa volta per il titolo di un suo libro sceglie quello di una canzone (Mi fido di te è di Jovanotti). Ma che getta una luce nuova e inquietante sul mondo della sofisticazione alimentare. Un territorio che, perdonate l’ignoranza, non ricordiamo essere stato esplorato in narrativa prima d’ora.
Vianello è un ribaldo trafficante con un passato da spacciatore di droga. Che pensa sempre di farla franca ricominciando una nuova vita. Ma dietro di sé lascia casini e qualche morto. Nel suo campo è uno comunque che la sa lunga: “Il cibo industrializzato punta a sostituire gli alimenti freschi, ricchi di sostanze nutrienti vitali come vitamine, minerali e acidi grassi. E sai perché? Per guadagnare montagne di quattrini”. E ancora: “Le grandi industrie spendono veni miliardi di dollari in additivi chimici per cambiare colore, consistenza, sapore e durata ai loro prodotti”. Perché “la qualità del cibo generalmente è scadente altrimenti non si guadagna”.
E Vianello “a forza di trafficare robaccia” gli era “venuta la paranoia del cibo” e così ecco il suo ristorante raffinatissimo dove si servono solamente cibi di eccelsa qualità. Insomma, vive, come lui dice, in un “mondo perfetto”. Un criminale ben vestito, auto di lusso, donne, e frequentazioni altolocate. Con poche regole. Eccone una: “Gli equilibri del mercato degli alimenti sofisticati sono difficili. Il gioco reggeva solo se la merdaccia rappresentava il venti per cento delle vendite. Il resto doveva essere merda, un minimo di qualità era necessaria per dare una copertura decente all’attività”. Ma Vianello si infila ripetutamente in storie pericolose dalle quali uscire, a volte, sembra veramente impossibile. Se accettate di leggere questo libro accetterete anche il rischio di infilarvi in bocca una buonissima fetta di prosciutto comprata dal salumaio sotto casa e di sputarla subito perché vi assaliranno molti dubbi sulla sua genuinità.

DATA:maggio/giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Fabio Zucchella
FONTE:Pulp

Siamo quello che mangiamo, dicono. Certo è che dopo aver letto questo romanzo bisognerà fare gli scongiuri, ogni volta che ci sediamo al ristorante o tiriamo giù una scatoletta dallo scaffale di un supermercato. Ma, dicevo, questa è soltanto fiction, quindi nella vita reale un personaggio come Gigi Vianello non lo incontreremo mai. O no?
Ben diverso dalle solite fusioni a freddo dei prodotti editoriali a quattro mani loffi e sgangherati, Mi fido di te è un romanzo di una ferocia sardonica. Abate e Carlotto ci raccontano la carriera criminale di Gigi Vianello, che dopo le pasticche nelle discoteche del nordest passa ai prodotti alimentari sofisticati, in una Cagliari (ma potrebbe essere una qualsiasi città italiana) in cui la recessione economica ha aperto nuove possibilità di business, perché l’imperativo, oggi, è uno solo: smerciare prodotti che costano poco e che riempiono lo stomaco. È un settore che offre possibilità infinite, e se “la produzione merda” è per il mercato interno, mentre “la merdaccia” è per quello greco, Gigi Vianello è finalmente riuscito a realizzare il suo sogno di un mondo perfetto: ricchezza, potere, donne – tutte cose che la “gentixedda”, la gentucola, non riuscirà mai ad ottenere.
Intanto, sulla banchina del porto, svolazzano torme di gabbiani, enormi, voracissimi, golosi addirittura di piccioni e ratti. È una vera e propria “inversiore dell’ecosistema. Cambia la natura, cambiano le regole. E si diventa predatori”. Come Gigi Vianello, appunto. Lui, il Farabutto per antonomasia, ha anche una certa rassomiglianza a David Bowie per via degli occhi di colore diverso, uno verde e l’altro azzurro. È “l’uomo dai due sguardi, persino il suo occhio destro tradì quello sinistro”. Ma puoi tradire la tua ex fidanzata e la sua famiglia, puoi tradire la tua attuale compagna e soffiarle il ristorante, ma a volte la vita ti presenta il conto. Che comunque uno come Gigi Vianello riesce sempre a saldare.
Perché il suo è un mondo perfetto. Sì, davvero perfetto.



DATA:3 giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Daniela Bandini
FONTE:Carmilla

Da farci un film. Ciascuno di noi conosce un vero bastardo, una persona concreta dotata di fisionomia propria, oppure ne ha solamente letto le gesta, immaginandone i lineamenti. Uno che vorremmo pigliare a cazzotti fino a vederlo stremato, implorandoci invano perdono. Ebbene, probabilmente Gigi Vianello, colui al quale siamo così riconoscenti di esistere, se non altro perché al suo confronto i nostri peccati appaiono drasticamente ridimensionati, risulterebbe in pole position nella graduatoria del vecchio gioco della torre. “Chi butteresti giù per primo?”
Molte specializzazioni, una caratteristica particolare nel colore degli occhi, diversi, e una motivazione più che accettabile per entrare a far parte a pieno titolo del mondo della criminalità: diventare ricco. Originale vero? C’è chi si piazza al seguito della persona di successo diventandone l’alter ego, l’adoratore fasullo, c’è la badante moldava che spera che crepi la vecchia per accasarsi col vedovo, c’è il servilismo strisciante del ragioniere con grandi idee in testa; poi la più blanda e rurale ambizione di riempire la cantina di salumi e formaggi più qualche bottiglia coltivata da un finanziere di provincia, l’ambizione sottotono di prendere il posto del vicario, i calcoli dei familiari al corteo funebre. Infine c’è il vero bastardo, Gigi Vianello.
Che opinione avreste di lui se non quella appena espressa, se vi raccontassi che costui smercia duemila tonnellate di grano canadese, categoria 5, la più scarsa, talmente scarsa che le autorità del Canada ne hanno vietato il consumo perché inquinato da ocratossina, un noto cancerogeno? E che invece questo grano, bypassando agevolmente il macero, dopo aver girato diversi porti e frontiere, finisce nei mulini della nostra Sardegna, e infine impacchettato e commercializzato sotto forma di accattivanti merendine? “Mangia, bimbo bello, mangia”, mugugna soddisfatto l’autentico bastardo mentre guarda un bambino che divora quella merendina di cui solo lui e pochi altri conoscono l’origine.
E che dire dei polli? Li acquista a bassissimo prezzo, solitamente da partite che hanno avuto problemi di scongelamento anticipato, li riduce in polpette, e così questi hamburger di carne bianca, notoriamente più sana e colesterolo free di quella di manzo, vanno a ruba, e poi piacciono tanto ai bambini… “Gli scarti che le grandi aziende dovevano ufficialmente smaltire come rifiuti venivano introdotti in una gigantesca tramoggia di acciaio inossidabile che li triturava e sminuzzava fino a renderli un composto omogeneo”. Ma il vero sapore del pollo viene dalla pelle, per legge non inferiore al 15%, qui ce n’è di meno, però una bella miscela di gomme emulsionanti rende l’impasto omogeneo, compatto e invitante.
I clienti migliori? Il nostro Gigi va all’ingrosso: mense, ospizi, tossici, carceri, comunità varie. I francesi, poi, veri esperti nella contraffazione di “estratti naturali”, conoscono bene i gusti della clientela, soprattutto italiana. I gusti più gettonati? Funghi porcini e tartufo bianco, d’Alba, versione romantica del più micidiale idrocarburo, nome tecnico bismetiltiometano, generalmente versato fuso e mescolato al burro da aggiungere all’ultimo sulle tagliatelle fumanti. Il caffettino che beviamo inconsapevoli alla fine di questo pasto poco idilliaco è prodotto da una miscela che Vianello conosce bene perché da lui distribuita, un prodotto che va forte. La sua caratteristica? Essere adulterato con scarti di cicoria, piselli e grano tostato destinati allo smaltimento.
Come avrete capito, questo disgustoso traffico fa da contrappasso all’incantevole scenario della Sardegna, dove Vianello alacremente opera. Per contro, facendo il finto salvatore da una bancarotta assicurata, ha rilevato la proprietà di un ristorante dove l’acqua è rigorosamente importata dalla Scozia, l’orata appena pescata in mare, l’olio extravergine d’oliva che costa una follia da certe coltivazioni particolari di cui conosce tutte le procedure di lavorazione. Si è talmente incaricato di ogni dettaglio, che è riuscito a farsi amare dalla figlia dell’ex proprietario, che si è fidata e di conseguenza innamorata di quest’uomo, diventandone il braccio destro, con l’incarico della gestione del locale. Un lavoro che fa bene, un progetto al quale crede, un posto che bisogna prenotare, per quanto è diventato famoso.
Dalle stelle alle stalle. Non è possibile, credetemi, venire dal niente, con solo un diploma in tasca e diventare un mezzo imperatore amorale dall’aria salvifica senza pagarne prima o poi le conseguenze. Ma non perché c’è una qualche giustizia divina che mostra la bilancia con tono di sfida, una divinità calmierante, ma perché chi nasce poveraccio o quasi prima o poi viene espulso pesantemente, con rancore e raccapriccio, da quel mondo, e questo perché ne combina troppe. Generalmente per un eccesso di presunzione, quella tipica di chi si crede capace di oltrepassare i confini del lecito e delle leggi della natura.
Sono fermamente convinta che la rovina di queste persone sia nel momento stesso in cui afferrano pienamente tutto il potere da essi acquisito. Avete presente il dominatore che stende lo sguardo sulla city al tramonto, dall’alto del suo trentesimo piano, ignaro che già un vortice discendente gli sta afferrando le caviglie? Ritroveremo il nostro Gigi Vianello, dimagrito, sdentato, dolorante, costretto a fare da servo in cambio della sola sopravvivenza. Cosa è successo nel frattempo? Anche questa risposta rientra tra le massime di sempre: Cherchez la femme, e la sua vendetta.



DATA:1 giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Maria Rosa Mancuso
FONTE:Radiotelevisione svizzera

Ascolta l'intervista andata in onda sul secondo canale della Radiotelevisione svizzera realizzata da Maria Rosa Mancuso. In studio Massimo Carlotto e Francesco Abate raccontano il loro libri "Mi fido di te", mentre il disegnatore Igort racconterà la sua collaborazione con Carlotto per la realizzazione della graphic novel "Dimmi che non vuoi morire". Clicca qui.


DATA:29 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Angelo Vizzarro
FONTE:AngeloVizzarro.it

Non è il classico “eroe” moderno, per intenderci alla Montalbano, o come l’avvocato Guerrieri per citarne solo alcuni, ma nonostante ciò alla fine ti ci affezioni, Gigi…è così spudoratamente simpatico da non lasciare nessuna scelta.
E non è neanche il classico malavitoso che gira armato, e che fa della sua prepotenza ed arroganza la sua maggiore qualità, non è neanche il piccolo mafioso/camorrista che gira per le strade come se tutto quello che i suoi occhi vedono è di sua esclusiva proprietà.
No, Gigi Vianello è un elegante stimato e disonesto imprenditore.
La sua illegalità striscia sottoterra, colpisce tutti indistintamente, forse un po’ di più…come sempre le fasce più deboli.
L’ambito dove opera Gigi Vianello è la sofisticazione alimentare, chi di noi non ha mai letto nulla sui quotidiani su questo malaffare, ma quello che leggiamo è solo la punta di un immenso iceberg.
Anche questo è un libro/denuncia, su un crimine che attira sempre più personaggi loschi, che vedono i loro investimenti moltiplicarsi nel giro di pochi mesi.
E’ un crimine poco conosciuto, poco e male regolamentato anche dal codice civile e penale, ma molto molto redditizio.
Da un’intervista a Massimo Carlotto: “La criminalità sta cambiando. Anch’essa si sta “globalizzando”. È difficile trovare ancora dei criminali vecchio stampo, quelli che popolavano i vecchi romanzi noir, personaggi violenti, cattivi, ma con un minimo di regole che gli consentivano di mantenere un briciolo di umanità. Oggi le regole sono cambiate. O meglio, oggi non ci sono più regole. I nuovi criminali escono fuori dalle migliori università, parlano fluentemente due o tre lingue, hanno aziende quotate in borsa, vanno a cena con politici, ed hanno una sola etica: il guadagno. E per raggiungere questo guadagno non si fermano di fronte a niente. La nuova criminalità ha il controllo su quasi tutti i meccanismi economici della nostra società, solo che noi non ce ne rendiamo conto; forse perché ancora abituati agli stereotipi dei vecchi criminali, e c’è da dire che la stampa non ci viene in aiuto, lasciandoci il più delle volte all’oscuro del marcio che ci circonda”.
Ma la criminalità è cambiata, e Massimo Carlotto e Francesco Abate ce lo gridano con il loro nuovo romanzo: Mi Fido di Te.



DATA:29 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Piergiorgio Pulisci
FONTE:Thriller Magazine

Gigi è l'elegante, affascinante padrone del ristorante per gourmet Chez Momò, a Cagliari. Al riparo da piatti salutisti e raffinati, guadagna soldi riciclando e smistando partite di cibo avariato in ogni angolo del pianeta. Cibo che va nei discount, dove è costretto a fare la spesa chi non può andare tanto per il sottile. O nelle mense dei poveri. Tutto va bene nella sua vita infame, fino a che qualcosa non si blocca nell'ingranaggio. Qualcosa che è legato al passato di traditore di Gigi. E inizia una discesa nell'abisso, senza alcuna esclusione di colpi.
Un noir magnetico e appassionante, scritto con grande facilità narrativa, che unisce al meccanismo implacabile tipico dei romanzi di Carlotto un godibile e scanzonato senso dell'umorismo
La criminalità sta cambiando. Anch’essa si sta “globalizzando”. È difficile trovare ancora dei criminali vecchio stampo, quelli che popolavano i vecchi romanzi noir, personaggi violenti, cattivi, ma con un minimo di regole che gli consentivano di mantenere un briciolo di umanità. Oggi le regole sono cambiate. O meglio, oggi non ci sono più regole. I nuovi criminali escono fuori dalle migliori università, parlano fluentemente due o tre lingue, hanno aziende quotate in borsa, vanno a cena con politici, ed hanno una sola etica: il guadagno. E per raggiungere questo guadagno non si fermano di fronte a niente. La nuova criminalità ha il controllo su quasi tutti i meccanismi economici della nostra società, solo che noi non ce ne rendiamo conto; forse perché ancora abituati agli stereotipi dei vecchi criminali, e c’è da dire che la stampa non ci viene in aiuto, lasciandoci il più delle volte all’oscuro del marcio che ci circonda. Ma la criminalità è cambiata, e Massimo Carlotto e Francesco Abate ce lo gridano con il loro nuovo romanzo: Mi Fido di Te.
Più volte Carlotto ha affermato che il noir oggi è il genere letterario più consono a descrivere i cambiamenti sociali e le oscure dinamiche che vanno a crearsi tra imprese criminali e la società dei “regolari”. Mi Fido di Te è testimone di tutto questo, perché, pur incollando il lettore alle pagine con una storia d’avventura criminale mozzafiato, (narrata magistralmente in prima persona da Gigi Vianello, il protagonista del romanzo), ci illumina su un problema davvero drammatico, che ci coinvolge tutti: la sofisticazione alimentare. Dopo aver letto questo libro, guarderete con più attenzione ciò che riempie i vostri piatti. Quando farete la spesa, avrete uno sguardo più diffidente, e il dubbio su cosa effettivamente stiate comprando, vi rosicchierà il cervello. La sofisticazione alimentare, così come tutte le attività imprenditoriali delle lobbie criminali, si basa su una semplicissima regola: guadagnare moltissimo investendo il meno possibile. Ora traslate questa regola al mercato alimentare; cosa accadrebbe se un criminale di nuova generazione, come Gigi Vianello, riuscisse ad entrare nella grande distribuzione delle grande catene di ipermercati? A quante persone riuscirebbe a rifilare merce scadente? E dal punto di vista della salute, cosa comporterebbe tutto ciò? Carlotto e Abate rispondono a questi quesiti dipanando una storia che trasuda noir da tutti i pori. Leggendo il romanzo, cominciamo a vedere il mondo attraverso lo sguardo cinico e opportunistico di Gigi Vianello, e alla fine, anche se è difficile crederlo, Vianello, con la sua sconfinata cattiveria e la sua bastardaggine genetica, finirà col diventarci simpatico. Ma è necessario sottolineare che la sofisticazione alimentare, per quanto sia un argomento importante e delicato, non è il perno attorno a cui ruota tutto il romanzo. L’anima del romanzo è proprio la figura di Gigi Vianello, questo ex spacciatore dallo sguardo incantatore, (è affetto da un’eterocromia benigna genetica, che si manifesta con colori differenti delle due iridi, un po’ come David Bowie per intenderci), che persegue implacabilmente solo i suoi interessi, che fa di tutto per apparire una brava persona, quando in realtà ha un cancro nero al posto del cuore. Vianello è scaltro, simpatico, affascinante, e usa tutte queste sue qualità per costruire il suo sogno criminale. Ma quando tutto sembrerà andare per il verso giusto, spunterà qualcosa dal passato di Gigi che lo costringerà a decisioni immediate, drastiche e il suo perfetto meccanismo criminale inizierà a scricchiolare sotto la pressione di una realtà criminale ancora più forte della sua.
Massimo Carlotto, maestro indiscusso del noir contemporaneo, e Francesco Abate, giornalista dallo stile graffiante e scrittore acuto e dall’ironia sferzante, uniscono le loro conoscenze, i loro stili secchi e incisivi, e le loro fervide immaginazioni, per tessere una trama perfetta, mostrandoci che il mondo criminale è una giungla feroce, dove non si può mai sta tranquilli, dove qualcuno cerca sempre di soffiarti la tua preda dalle fauci, con ogni mezzo. Carlotto e Abate hanno già avuto modo di lavorare insieme per il thriller a due mani “Catfish”, edito da Aliberti, ma con “Mi Fido di Te”, raggiungono un’intesa perfetta giocando di sponda uno con l’altro con una naturalezza disarmante.
Mi Fido di Te, così come Gomorra di Saviano prima di lui, segnano una linea di demarcazione nel panorama noir nazionale; il noir deve sopperire alla mancanza di un giornalismo d’inchiesta e libri come Gomorra e Mi Fido di Te, lo fanno alla grande e con coraggio, riuscendo a miscelare con sapiente maestria elementi di fiction con forti dosi di realtà. Quella realtà sporca che nessuno vuole raccontare.



DATA:28 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te.E fai male" di Boccamazza
FONTE:Varese News

Una carogna. Gigi Vianello è una carogna. Dall’inizio alla fine. Da quando, in apertura di romanzo, osserva con disgusto un bimbo che gli fa le smorfie dal finestrino di un’auto, sino all’ultima scena, quando fischiettando il motivetto di What a Wonderful World pregusta il suo ennesimo colpo di teatro.
Ma tutti i personaggi di questa storia nera sono carogne. Non se ne salva nessuno. Tutti si muovono come quei gabbiani che si contendono famelici i resti di un loro simile sul lungomare di Cagliari. Tutti si sbranano tra loro. Nessuna giustificazione alle loro azioni, nessuna ipocrisia morale a mimetizzare queste nature bestiali. Tutti si sbranano tra loro e tutti tradiscono tutti. Il titolo, preso in prestito da una canzone di Jovanotti, assume così un significato beffardo.
La storia è ben congegnata e i fili che il protagonista abbandona dietro di sé, spostandosi dal Veneto alla Sardegna, si riannodano sino ad avvilupparlo in una ragnatela sempre più stretta e dalla quale gli sarà sempre più difficile liberarsi. Non sappiamo se gli autori siano riusciti nell’intento di rendere la loro carogna simpatica, come si legge in quarta di copertina. Sicuramente il loro protagonista non è meno rispettabile o più sgradevole di tutti gli altri personaggi di contorno, criminali professionali ma anche criminali nascosti dietro la maschera del carrierista di partito, del gioielliere, del notaio, dell’imprenditore, del giornalista.
L’avidità compulsiva e bulimica di questi criminali in guanti bianchi è sottolineata dal tema conduttore del romanzo, quello della sofisticazione alimentare di cui Vianello è diventato esperto. Dopo un esordio nello spaccio di ecstasy nelle discoteche venete, scopre la sua vera vocazione: il commercio di alimenti sofisticati. La lettura di questo libro risulta istruttiva. Tuttavia, chiuso il libro, guarderete con sospetto il cibo posto nel piatto, di fronte a voi, in attesa di essere mangiato. Perché dopo aver appreso che nelle vostre merendine potrebbero esserci uova invase da parassiti, che il riso certificato “ogm-free” potrebbe provenire da una partita ammuffita, che il grano duro destinato alla panificazione potrebbe essere inquinato da ocratossina, che il pollo potrebbe provenire dalla Thailandia, scongelato e sgonfiato in Olanda, rigonfiato d’acqua e poi ricongelato, che le vongole veraci potrebbero provenire dalle zone più inquinate della laguna di Venezia, che il vostro Chianti docg ed il vostro prosciutto di Parma potrebbero non essere mai passati né per la Toscana né per l’Emilia, beh... vi assicuro che il cibo pronto nel vostro piatto assumerà un aspetto poco rassicurante.
Tanto più che leggendo questa storia vi ricorderete di tutte le volte che, manifestando una strana nausea, una certa spossatezza, un po’ di dissenteria, qualcuno vi avrà ripetuto: «mezza città è nelle tue condizioni. Dicono si tratti di un virus, che quest’anno l’influenza si prende così...»
Buon appetito! Pardon... Buona lettura!



DATA:27 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Gonzo
FONTE:Libritudine

Bel romanzo questo, scritto bene, scorrevole, assolutamente divertente a tratti e intriso di un'ironia perversa che ti fa sorridere a labbra tirate.
Gigi Vianello vuole avere soldi e successo e chiaramente comincia con lo spaccio (non tutti sono sufficientemente ricchi da passare per la politica) fino ad accasarsi con la figlia di un pesce grosso, per arrivare a mettersi in proprio nella gestione della nuova gallina dalle uova d'oro: l'adulterazione dei cibi.
Per uno che ha un occhio diverso dall'altro e ha scelto come modello David Bowie, la vita si è incanalata bene in una comoda routine, che prevede un ristorante di copertura e una fidanzata di comodo mentre gestisce tutte le partite contraffatte di alimenti che arrivano in Sardegna, fino a che, nel suo oliato ingranaggio entra della polvere che distrugge tutto, una specie di tempesta di sabbia cominciata dal niente, che alla fine travolgerà tutto e lo ricoprirà fino a renderlo irriconoscibile.
Non vi dico come va a finire perchè altrimenti vi rovino la sorpresa, ma vale la pena leggerlo questo libro dotato a volte anche di colonna sonora e che scivola con una velocità soprendente e rimane aggrappato con dei piccoli dentini al tuo inconscio che si riveglia di fronte alle merendine facendoti arretrare di un passo.
Preferisco quindi allegarvi un brano del libro tratto dal sito dell'autore (e per gentile concessioni di Einaudi) che potete trovare qui e che è pieno di informazioni sugli altri libri dello scrittore, la cui storia è già di per sè un romanzo.
Stavo per rispondere a tono quando squillò il mio cellulare. Guardai il display e lessi: «Rocco Gennaro».– Lavoro, – la informai laconico. Che significava smamma velocemente. La mia fidanzata si alzò e andò ad accogliere una coppia di clienti entrata in quel momento. Brava ragazza, sapeva stare al suo posto.– Come stai, Rocco? – domandai al mio fornitore di polli olandesi.– Un po’ inguaiato, Gigi. Ci ho una fornitura locale da smaltire alla svelta.– Ho ricevuto il carico l’altro giorno, per un po’ sono a posto.– Lo so, ma è un’emergenza. Devo fare un favore a un amico.– Merda o merdaccia?– Merda, Gigi, merda. Te lo giuro. Da tempo la qualità della sofisticazione si misurava così. Due tizi che aggiustavano latte destinato all’alimentazione animale erano stati intercettati mentre decidevano che la produzione merda era destinata al mercato nazionale mentre la merdaccia a quello greco. Solo che avevano esagerato e i greci che avevano consumato il prodotto erano corsi alla polizia.
I giornali avevano riportato il testo della intercettazione e i termini di qualità erano diventati di uso comune nell’ambiente
.– Cos’è successo? – domandai
.– Una sciocchezza, Gigi, una sciocchezza. Nella vasca dell’acqua calda per staccare le penne sono finiti anche dei polli contaminati da campylobacter e quello stronzo del veterinario si è messo a fare il preciso. E l’amico mio mi ha chiamato…
Bevvi un sorso d’acqua minerale scozzese per avere il tempo di pensare. Guardai il riflesso e i giochi delle bollicine che ballavano nel bicchiere: cara era cara, con quel che costava il trasporto. Ma ne valeva la pena: metteva serenità e faceva ragionare bene. Il batterio non era pericoloso, al massimo un’intossicazione con diarrea se il pollo non era cotto bene, ma io sapevo dove li arrostivano alla giusta temperatura. Buttai giù l’ultimo sorso
.– D’accordo, Rocco, li prendo io ma il prezzo deve essere davvero buono.
Concordammo la cifra e riattaccai in fretta quando il cameriere mi mise di fronte un piatto di tagliolini fatti a mano ai gamberi e zucchine. Era passata la buriana dell’influenza aviaria ed eravamo tornati ai bei tempi. Col pollo si facevano dei buoni soldi. La gente si era spaventata con ’sta storia dei morti in Cina e nel Vietnam, ma era tutta una bufala per far arricchire una multinazionale che produceva un farmaco che doveva salvare il mondo dalla pandemia. Poi, quando avevano esaurito le scorte, la notizia era sparita dai giornali. Io, comunque, il pollo non lo mangiavo più da anni, da quando avevo scoperto che molti allevatori rimpinzavano le loro bestiole di cloranfenicolo di produzione cinese, un antibiotico che salvaguardava il pollaio da ogni malattia ma nell’uomo era solo cancerogeno.
Rocco mi forniva quello olandese. Basso prezzo e sapore tutto sommato decente. Nulla di più. Gli olandesi compravano pollo congelato salato dalla Thailandia e dal Brasile e poi lo sottoponevano al processo del tumbling per farlo gonfiare. Gli animali decongelati venivano infilati dentro giganteschi macchinari simili a betoniere e rigirati fino a quando non avevano assorbito un bel po’ d’acqua. L ’avevo visto con i miei occhi: non era un bello spettacolo.

Schifoso quanto basta aggiungerei io, ma ribadisco che il libro vale la pena.
Buon pranzo della domenica...




DATA:19 maggio 2007
TITOLO: "Thriller e noir per il bomber" di Roberto Boninsegna
FONTE:La Provincia di Lecco

Dal Nordest italiano a Cagliari, tra balordi di periferia, imprenditori disinvolti e mafiosi russi, va in scena Gigi Vianello. Un personaggio che riesce a unire nefandezza e innocenza, convinto di farcela sempre e comunque, e che raggiunge nella cialtroneria un suo cupo eroismo.
Cade sul libro intitolato «Mi fido di te», di Francesco Abate e Massimo Carlotto (Einaudi editore, 2007, pag. 175, euro 14), la scelta di Roberto Boninsegna, «mitico» centravanti di Inter e Juventus, ospite martedì scorso della festa nerazzurra organizzata ad Imbersago dall'Inter Club Catartica di Flavio Oreglio. «Sono un appassionato di thriller e noir - afferma l'ex calciatore - e devo dire che questo libro mi ha sorpreso, perché riesce nella difficile impresa di divertire facendo riflettere».
Nel loro romanzo il giornalista e dj Francesco Abate e lo scrittore Massimo Carlotto sono riusciti infatti ad unire al meccanismo implacabile un godibile e scanzonato senso dell'umorismo. «Un romanzo - aggiunge Boninsegna - che per la prima volta porta il lettore negli sconosciuti territori della sofisticazione alimentare». Un romanzo che racconta, spiegano i due autori, «la società scissa e contraddittoria di oggi: quella dove il nuovo crimine si presenta molto più accettabile, dove l'illegalità è diffusa e coinvolge tante persone».



DATA:16 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Angelo Marenzana
FONTE:Orient Express

Gli ingredienti del noir modello Carlotto ci sono tutti in Mi fido di te, scritto a quattro mani con Francesco Abate, e recentemente pubblicato da Einaudi. La vicenda si sposta dall’ormai tradizionale nordest (dove la storia prende la sua spinta d’avvio) per proseguire in una non troppo dissimile Sardegna (se la si guarda dal punto di vista delle peggiori contaminazioni di politica, affari e malavita) per concludersi a San Pietroburgo, seguendo tracce stilistiche e una struttura narrativa ormai consolidata nei romanzi dello scrittore padovano: un passato di tradimento che pesa sulle spalle del protagonista (Gigi Vianello, laureato, spacciatore di pasticche in discoteca e obbligato a cambiare genere d’affari), un presente ambizioso e arrogante, assorbito dalle regole di una buona società all’interno della quale si consuma la voglia di essere ricchi a tutti i costi, e di delinquere anche per il piacere che ciò comporta. O come ultima ratio per garantire la sopravvivenza di se stesso.
E a dare una svolta decisiva alla storia è la comparsa in scena di Mariuccia Sinis, una donna che si mette di mezzo per soddisfare il suo bisogno di maternità insoddisfatta, intrecciando una storia senza amore, ma capace di produrre odio e voglia di guerra tra gli uomini che l’hanno posseduta. Con un sottofondo di politica e affarismo modellato come la classica ciliegina a decorare la torta. Il tutto con un tocco di originalità: questa volta la malavita è quella ancora più sottile e soffusa, quella meno cruenta del solito romanzo noir, meno presente sulle pagine di cronaca nera.
È la malavita legata alle truffe alimentari, alle sofisticazioni, alle importazioni di prodotti fatte con certificazioni fasulle, e mentre il protagonista (consapevole) si tutela dai veleni che commercia, le comparse del romanzo soffrono di intossicazioni rapidamente liquidate come virus di un’influenza fuori stagione.
Un romanzo che non delude e che apre uno spaccato nuovo di società illegale di cui poco si parla, e che troppo si consuma a nostra insaputa.


DATA:16 maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Wick
FONTE:BlogDegradabile

Ormai Massimo Carlotto mi ha abituato a un certo standard qualitativo e, perciò, temo sempre che il suo nuovo libro non si riveli all’altezza, che faccia uno scivolone, che mi deluda, insomma. Per questo libro in particolare, poi, temevo, dal modo in cui veniva presentato - un noir (che è il pane quotidiano per uno come Carlotto) con componenti ironiche (che credo siano invece la parte forte di Francesco Abate, co-autore di questo romanzo), - che si rivelasse una pappetta informe, anche perché la precedente collaborazione tra Abate e Carlotto, Catfish, non era poi così esaltante - anche se quello non era un romanzo a quattro mani ma due racconti raccolti in un unico volume, e quindi diciamo che non poteva rappresentare un precedente, - e invece il libro è venuto molto molto bene ed è all’altezza del miglior Carlotto (per intenderci, quello di Arrivederci amore, ciao e L’oscura immensità della morte).
Ma andiamo con calma.
Mi fido di te ha come protagonista (e narratore in prima persona) Gigi Vianello, un malavitoso veneto che fa affari a Cagliari. Ma Vianello non è uno dei soliti malavitosi di Carlotto che girano con pistola e guardie armate e conquista il potere con la violenza (tipo, per dire, Giorgio Pellegrini di Arrivederci amore, ciao), anzi: Gigi Vianello è un semplice, normale e disonesto imprenditore che lavora comprando e rivendendo merce avariata, contaminata, pericolosa - in parole povere, illegale, - e che vive nel suo mondo perfetto con una barca di soldi, una bella ragazza, qualche scappatella ogni tanto, dei bei vestiti, una bella macchina e, soprattutto, una reputazione perfettamente immacolata agli occhi dei suoi concittadini. Ma a un certo punto della sua vita qualcosa va storto: cede ad una tentazione e tutto inizia ad andare lentamente ma inesorabilmente a rotoli, e qui il libro cresce e cresce e cresce, fino a un finale che, nonostante rischiasse davvero molto di essere deludente, è all’altezza delle mie aspettative. E io non la considero una cosa da poco.
Il titolo del libro, proprio come in Arrivederci amore, ciao, Niente più niente al mondo e Dimmi che non vuoi morire, è un verso di una canzone, a confermare questo vezzo recente di Carlotto.
La scrittura dei due autori è liscia, scorrevole, diretta e funziona proprio bene. Le venature ironiche ci sono, ma sono davvero molto sottili e nient’affatto invasive nè forzate (come invece temevo): la collaborazione, per me, va ritenuta assolutamente riuscita.
Come tutti i più bei libri di Carlotto, poi, questo romanzo ha la caratteristica di farsi leggere tutto d’un fiato (io, ad esempio, per finirlo ho quasi saltato un pranzo - e se mi vedeste intuireste subito che saltare un pasto è una cosa che mi accade davvero molto, molto raramente, per non dire praticamente mai) perché la storia, e il suo ritmo, attanaglia il lettore da subito e non lo molla fino alla fine. I personaggi, inoltre, sono, come sempre, molto ben caratterizzati e, sia quelli principali che quelli marginali, sembrano tridimensionali, diciamo (ad esempio io ho trovato fantastico Parenti, cane annesso).
Un difetto del libro, almeno per me, è la sua eccessiva brevità (che non arriva neanche alle duecento pagine), anche se riconosco che aggiungere altro materiale avrebbe infiacchito la storia principale, che fa del suo alto ritmo uno dei punti di forza. Insomma, sono un lettore incontentabile, lo so.
In definitiva non posso che sorridere soddisfatto per aver letto un altro grande romanzo di questo scrittore che adoro sempre più, mentre sono già in trepidante attesa del prossimo libro (nella speranza, magari, che sia pubblicato di nuovo dalla e/o).


DATA:14 maggio 2007
TITOLO: "Il pranzo è sevito, ma stavolta è marcio" di Wu Ming 2
FONTE:L'Unità

Carlotto e Abate in Mi fido di te raccontano la storia di Gigi Vianello, piazzista all’ingrosso di cibi avariati. Un romanzo criminale che porta in tavola la sofisticazione del mondo. E non solo alimentare. Se vi dicono che questo libro parla di cibo, non vi fidate. Nel nuovo romanzo di Massimo Carlotto, scritto a quattro mani con Francesco Abate, niente è come sembra. Persino il titolo Mi fido di te, nasconde il suo contrario: una storia dove la fiducia serve soltanto a farsi gabbare. Come certe etichette di origine controllata, protetta, senza peccato. Certo il cibo è importante, nel mondo perfetto di Gigi Vianello, ristorante d’altro bordo, raffinato gourmet e piazzista all’ingresso di alimenti avariati. Ed è importante anche per il romanzo, che ha il merito di svelare “nuovo” settore di investimento criminale, un’estrazione di denaro che dopo lo scandalo metanolo ha saputo farsi discreta, invisibile, coperta da marchi di qualità e bolle mediatiche come la mucca pazza e l’influenza aviaria. Tutta merda che arriva da fuori, dall’Inghilterra o dalla Cina. Il calcio è moribondo, resta la gastronomia a tenere alto il vessillo delle esportazioni italiane. Perché darsi la mazza sui piedi? Il libro di Carlotto e Abate parla delle schifezze che mangiamo, anche i più attenti tra noi, quelli che leggono gli ingredienti come una litania e venerano il nume della tracciabilità. Gli autori spiegano l’origine di certe forme influenzali “quest’anno prende così”: quella con poca febbre, poco raffreddore e le budella schiantate. “Intossicazione”, sentenzia Gigi Vianello ad ogni epidemia. Eppure non è questo il cuore del romanzo. L’idea che la narrativa, e in particolare il genere noir, possano indagare la realtà laddove il giornalismo latita è ormai condivisa da molti. Un buon romanzo “politico”, però, non fa soltanto questo. Francesco Abate, dopotutto, è anche giornalista: avrebbe potuto scrivere un inchiesta, un reportage, invece di mettere le sue richieste al servizio di un racconto, dove diventano ambiente, sfondo, al massimo incursione. Se ha scelto di lavorare con uno scrittore come Carlotto, dev’esserci dell’altro. Sono convinto che entrambi, con mi fido di te, abbiano scritto un romanzo sulla sofisticazione. La radice della parola è la stessa si sofisma, un ragionamento cavilloso, costruito per apparire logico. Un gioco di prestigio del linguaggio, molta forma e poca sostanza. Basta rifletterci un attimo e ci si accorge che la sofisticazione è allo stesso tempo il motore di molta impresa criminale e la quintessenza della vita pubblica di questo paese. Sofisticazione economica, cioè bilanci gonfiati, finanza creativa, denaro sporco, scalate, cordate, grandi opere, finanziamenti ai partiti. Sofisticazione sportiva, cioè nandrolone, partite aggiustate, arbitri corrotti, betabloccanti, EPO, scommesse clandestine. Sofisticazione del lavoro, cioè nero, precario, clandestino, sommerso, mortale. L’elenco potrebbe continuare – informazione, alta moda , rifiuti- fino alla sofisticazione della cita quotidiana, la vera specialità di Gigi Vianello. Il protagonista del romanzo, dopo una prima esperienza – guarda caso- nel campo dello spaccio, si fa le ossa smerciando vongole inquinate dalla laguna veneta. In pochi anni diventa un punto di riferimento del riciclaggio di uva marce, vitello agli estrogeni e farina radioattiva. Infine, ciliegina sulla torta, mette le mani su u ristorante di Cagliari e lo trasforma in un ritrovo elitario, per palati fini e portafogli gonfi, con olio d’oliva davvero extravergine e branzini freschi come boccioli di rosa. Da notare che Chez Momò è a sua volta il prodotto di una sofisticazione, questa volta sentimentale, ai danni di Bianca, la proprietaria del locale. In questo Gigi Vianello assomigli molto a un altro personaggio di Carlotto, l’indimenticabile Giorgio Pellegrini di Arrivederci amore ciao, anche lui esperto nel circuire le sue donne e sostenere per anni relazioni truccate.
Rispetto a Pellegrini, Vianello è senza dubbio meno inquieto, più piacione, ironico brillante. I due autori lo definiscono “dannatamente simpatico”, ma su questo non sono d’accordo. Mentre mi sono trovato, mio malgrado, a fare il tifo per Pellegrini, a immedesimarmi con il suo punto di vista infame, non m’è successo niente di Simile con Gigi Vianello. Entrambi arrivisti, di sposti a tutto, traditori, li differenziano il tipo di fame e di vittime. Pellegrini vuole rifarsi una vita, cerca status e considerazione, perché sa di essere fuori casta, un criminale vero. Vianello desidera più che altro i soldi, senza sporcarsi le mani, cercando di tenere distinte le due facce del business, E’ troppo berlusconiano per risultare simpatico (per quanto anche a sinistra, molti considerano il Cavaliere un ottimo compagno di salotto). Pellegrini distrugge l’esistenza di una sfilza di persone, ma tutte con una faccia e una storia. Vianello colpisce per lo più una massa indistinta e distante, a piccoli morsi, come un cancro. La sua strategia consiste nel dosare gli ingredienti come un bravo cuoco: stemperare il crimine con una attività legale; intossicare le persone senza fare una strage; gestire la merda senza mai toccarla. Sofisticare la vita. In fondo è vero: se non conoscessimo i retroscena, una serata da Chez Momò, al tavolo di Gigi Vianello, potrebbe sembrarci dannatamente piacevole. Nella vita reale , dove molti retroscena ci sono preclusi, il personaggio di Abate e Carlotto potrebbe essere davvero simpatico.
Un brivido scende lungo la schiena. Siamo circondati dalla sofisticazione, non possiamo fidarci di niente e nessuno. Qualsiasi vino è un’insondabile intruglio, qualunque pluriomicida è una bravissima persona, grande lavoratore. Con la differenza che la prima è una mistura artificiale, e dunque contingente, mentre la seconda fa parte della natura, degli uomini, del mondo. Dio, se esiste, è stato il primo sacrificatore.
Sarebbe un errore, però, considerare Mi fido di te come un invito alla rinuncia e al fatalismo. Si tratta piuttosto di restare svegli, vigili, di non dare nulla per scontato. Vivere senza fidarsi è impossibile: l’unica soluzione è non dare la fiducia in appalto, andare oltre l’apparenza, oltre l’etichetta. Perché il mondo è sofisticato, cioè complesso e nessuno può illudersi di farlo diventare perfetto. Nessuno, nemmeno Gigi Vianello. Non esiste un piano che possa prevedere tutto. Non esiste un vincente che non rischi la sconfitta.

DATA:6 maggio 2007
TITOLO: "Un serial killer che prende alla gola" di Checchino Antonini
FONTE:Liberazione (Queer)

E'un serial killer che ti "prende per la gola" il nuovo personaggio di Massimo Carlotto e Francesco Abate. Prima di Gigi Vianello, così si chiama il protagonista di Mi fido di te (appena uscito per Einaudi), il padovano scoperto da Grazia Cherchi - che lesse il suo diario da "fuggiasco" - s'era già sperimentato l'anno scorso a inventare un personaggio con "il cattivo cronista", titolo del primo romanzo di Abate, giornalista anche nella vita in una storica testata sarda. Due le differenze, e non da poco: ciascun episodio di Catfish (pubblicato da Alinovi), nome radiofonico per un ex poliziotto che si è messo a fare controinformazione, era stato scritto separatamente dai due, al contrario di questo volumetto scritto a quatro mani per la collana Stile libero, luogo dedicato da Severino Cesari al superamento e della commistione di generi, supporti, linguaggi.
E poi Catfish è un buono, uno che sta dalla parte giusta. Ma esiste una parte giusta all'epoca della globalizzazione? Ed è possibile narrarne i suoi lati oscuri con gli occhi di un buono? Carlotto ha già detto la sua costruendo il protagonista di Arrivederci amore ciao (edizioni e/o), con le fattezze dello spietato e amorale Giorgio Pellegrini. Poi, con un altro romanzo a quattro mani, quel Nordest (edizioni e/o) firmato anche da Marco Videtta ci aveva annunciato l'esplicita intenzione di voler forzare il genere nello sforzo di scandagliare la rivoluzione criminale in corso nell'area del Mediterraneo. Così, al posto di una vittima o di un detective a vario titolo - giornalista, piedipiatti ecc... (l'Alligatore è tutt'e due le cose) - i due autori hanno scelto gli occhi di un cattivo, ossia di un imprenditore, un padrone, insomma. E perdipiù occhi magnetici, uno blu e l'altro più chiaro, accattivanti. Come quelli di David Bowie. Se fosse un film la colonna sonora sarebbe la sua, ammissione esplicita degli scrittori. Ma non è un film e non c'è nessuna musica (leggere per credere). Niente sigari, pipe e neppure calvados, escamotage tipici, nel poliziesco, per consentire l'identificazione tra lettore e protagonista. Qui c'è solo acqua minerale scozzese, il serial killer non beve altro perché è l'unica con un'etichetta di cui fidarsi. Il mondo è pieno di sofisticazioni alimentari. Da farsi parecchie paranoie anche sul cibo. E nessuno come Vianello può saperne di più visto che è attraverso lui che arrivano sugli scaffali dei supermercati vongole veraci pescate di fronte al Petrolchimico di Marghera, prodotti di falsa erborsiteria con nomi affascinanti, prosciutto crudo adulterato, detersivi alla formaldeide, pistacchi iraniani imbevuti di insetticida, peperoncino indiano con colorante cancerogeno, vino fatto da acqua-zucchero e fertilizzanti, pomodori ai pesticidi, merendine per bambini impastate con uova marce ripulite dalla putrescina. Nulla di cui stupirsi se metà della popolazione del romanzo si senta spossata e passi buona parte del tempo al cesso.
E' proprio uno stronzo senza mezzi termini, questo Vianello, che s'è creato il suo «mondo perfetto» in un ristorante di alta classe dove le antiche e invisibili reti di ceti dominanti si intrecciano alle più evidenti nuove mafie - ma altrettanto indecifrabili se viste con le lenti appannate di una stampa in buona parte asservita e di forze dell'ordine nella migliore delle ipotesi distratte o impotenti. Il romanzo è una descrizione precisa, sullo sfondo di Cagliari, di un universo di merci e carte, in massima parte false entrambe che avvelenano non solo i rapporti sociali ma le persone in carne e ossa. Se il Feuerbach del 2000 scriverà che l'uomo è ciò che mangia, il Marx che lo ribalterà potrà dire che un padrone è ciò che costringe a mangiare agli altri. In entrambi i casi si tratta di merda o merdaccia , secondo una distinzione merceologica contenuta nel romanzo e derivata dal paziente lavoro di scavo dei due tra ritagli stampa e scartoffie di tribunale, un metodo rodato in altre inchieste che solo la narcosi dell'informazione costringe a mascherare da noir.
Catfish, Gigi Vianello che tra due anni tornerà in libreria, l'Alligatore che c'è già tornato, da cinque giorni, con l'imperdibile storia disegnata da Igort per Strade blu-Mondadori, Dimmi che non vuoi morire e un romanzo storico sulla Resistenza italiana in Francia che Carlotto ha messo in cantiere. Ma chi l'ha detto che troppe saghe fanno male? (ammetto di averla presa in prestito 'sta battuta).

DATA:6 maggio 2007
TITOLO: "Vatti a fidare del ristoratore" di Giovanni Pacchiano
FONTE:Il Sole 24 Ore

What a Wonderful World, che mondo meraviglioso. È l’immaginaria colonna sonora che diffonde alla fine, alla fine del recente romanzo di Francesco Abate e Massimo Carlotto (coppia vincente, in questo caso) Mi fido di te, la voce rocca di Louis Armstrong. Bel mondo meraviglioso quello di Abate e Carlotto. O piuttosto, vera schifezza, pattumiera, fogna. Dove si muove con destrezza il protagonista, Gigi Vianello, una trentina d’anni, professione dichiarata: proprietario di ristorante, “Chez Momò”, a Cagliari, nonché distributore di prodotti alimentari. Un “talebano della ristorazione” meticolosamente nel curare la qualità nel suo ristorante, gestito dalla fidanzata, ed ex proprietaria, Bianca, che lui ha salvato dal fallimento. Ma, per contro, un figlio di buona donna, senza scrupoli, quando si tratta di distribuire ad altri prodotti di scarto. Lupo in un mondo di lupi, se è vero che, nel corso della storia, dichiara con candore “ E pensare che ero convinto di essere stato allevato all’università delle carogne. Ma questi, in questa cazzo di città, ci avevano il master”.enon solo, a quanto pare, in quella c… di città, ma, secondo Abate e Carlotto, nell’Italia intera, e oltre: attenti al cibo, è il motto sottinteso del libro. Perché Mi fido di te, romanzo dove nessuno si fida di nessuno, è in grottesco dove ridiamo (amaro) o sorridiamo molto, seguendo i traffici commerciali, ma anche sentimentali, di Gigi Vianello (saranno questi ultimi, paradossalmente, a portarlo a una fine meschina). Ma è pure un romanzo di costume e di denuncia: solo i quattrini contano, nel nostro mondo meraviglioso, i soldi a palate. Fatti non importa come. E Gigi, intelligente, accattivante, sveglio, disposto a tutto, ci sta. Ha incominciato la sua carriera come spacciatore di pastiglie di ecstasy davanti alle discoteche del Veneto (li è nato e, figuriamoci, ha anche una laurea che a nulla gli è servita). Poi è passato al ramo alimenti, trasferendosi a Cagliari, dove il mercato della fronde alimentare è ancora libero. E si è sistemato: bel macchinone, Suvtedesco, ottimo ristorante, bella fidanzata, un commercio che fa faville. Il suo credo: la merce da distribuire, adulteratissima, e da distinguersi -sorry- in “merda” e “merdaccia”, a seconda dei diversi gradi di sofisticazione. Distinzione bizantina: perché la “merdaccia” è il peggio del peggio –né deve andare sul mercato più del 20% del prodotto totale, per non mettere in allarme “quegli scassapalle delle associazioni” dei consumatori –mentre la “merda” è il peggio e basta. È abile, Gigi (è “dannatamente simpatico”chiosano con ironia gli autori nella quarta di copertina); è crudelmente realista nelle sue riflessioni sulla vita e sulla società. Quando –commenta- devi campare con 800 euro al mese di stipendio, e non ci paghi, magari, neppure le bollette, è alla sopravivenza che devi puntare. E, “nel bosco fitto e nero” in cui si ficca, oggi, un intera famiglia all’inizio del mese, è giocoforza che si imbatta, comprando, in (appunto) “merda e merdaccia”. “I nostri prodotti”, dichiara lui, “che costavano poco e riempivano lo stomaco”. Bei prodotti: qualche esempio da rabbrividirci, in cui ci imbattiamo nel corso della storia. Grano duro inquinato da ocratossina, riso munito di false certificazioni, che arriva dagli Usa ed è spacciato per “autentico prodotto italiano”; merendine che hanno, all’origine, uova ammuffite e invase da parassiti. Pessimo prosciutto crudo proveniente dall’Est che diventa, con un colpo di bacchetta magica, prosciutto italiano di zone certificate. Il divertente e ricorrente tormentone del libro: gli amici e conoscenti di Gigi che gli confidano di aver preso l’influenza –una strana nausea, mal di pancia, spossatezza- e lui, a muso duro, eccolo replicare: è intossicazione alimentare. Tutto vero? Possibile. Si ha la netta sensazione che gli autori si siano basati su una documentazione meticolosa. Ma può un romanzo, un semplice, toccante romanzo muovere qualcosa? È una speranza debole, ma non vogliamo farla morire.



DATA:6 maggio 2007
TITOLO: "In questi giorni si parla tanto..."
FONTE:Il Gazzettino

In questi giorni si parla tanto di slow food, di slow fish, di cucina attenta e sostenibile, ma il romanzo di Massimo Carlotto e Francesco Abate è capace di far passare letteralmente la fame e invogliare a una disintossicante dieta estiva. Carlotto e Abate danno vita, infatti, a un noir intenso e avvincente, che vede protagonista un viscido gestore di un ristorante per gourmet di Cagliari che, dietro l'immagine di ristoratore doc, nasconde un traffico di riciclaggio di cibi avariati, che finiscono alle mense dei poveri come negli scaffali dei supermercati discount. Tutto sembra andare liscio a Gigi, fino a quando, dal suo passato torbido, non riemergono dei fatti e delle persone con cui deve fare i conti. Ambientato tra il Nordest - dove Carlotto è nato - e la Sardegna - dove entrambi abitano -, "Mi fido di te" (Einaudi) è un libro che si legge d'un fiato e che, alla suspense e al cinismo, unisce un'ironia che lo rende irresistibile.

DATA:4 maggio 2007
TITOLO: "Attenti a questo noir al veleno" di Santa Di Salvo
FONTE:Il Mattino

Mi fido di te, dice Kate Winslet a Leonardo Di Caprio sulla prua del Titanic. Mi fido di te, canta Jovanotti. Mi fido di te, ripete Sabrina al fidanzato Gigi affidandogli le sorti della sua famiglia. Ma questo non è un film e senza colonna sonora le cose vanno diversamente. La musica beffarda tradisce il racconto e Gigi Vianello tradisce tutti, compreso se stesso. Un bastardo, questo Vianello. Un intrallazzatore dal cuore marcio trasferitosi dal Nordest, dove riempiva di pasticche gli scoppiati delle discoteche, alla Sardegna dei nuovi ricchi, dove è riuscito a costruirsi il suo piccolo «mondo perfetto».
Una facciata rispettabile, quella del ristorante Chez Momò, tempio della cucina salutista ed elitaria. Una seconda, lucrosa e ben celata attività criminale, la sofisticazione alimentare. Vianello è un distributore di veleni, cibi tossici per una società che si avvia all’adulterazione totale: dalle merendine per bambini, poltiglie impastate con uova ammuffite dalla putrescina e dalla cadaverina alle vongole infestate dall’escherichia coli, dal grano duro all’ocratossina ai polli thailandesi al cloramfenicolo. È la «merda» universale trattata dalle nuove mafie spavalde e impunite, quella russa e cinese soprattutto, trasformata dalla chimica e rivenduta come sana, in confezioni da supermercato, alle belle famiglie italiane. Francesco Abate e Massimo Carlotto hanno scritto a quattro mani un noir crudele e indigesto (Mi fido di te, Einaudi Stile Libero, pagg. 178, 14 euro). Ispirato a storie e personaggi veri, emblematico di un modello di vita volgarissimo e vitale che s’è ormai insinuato in tutti gli interstizi della società, i soldi e la bella vita pagata con legami e affari equivoci.
Gigi Vianello è un mascalzone che assomiglia molto al protagonista di Arrivederci amore ciao, di cui ha lo stesso fascino ambiguo, accentuato da una eterocromia alla David Bowie (cioè occhi dai colori diversi), ma con sfumature più attuali, da criminale da rotocalco. Gli autori lo hanno investito della stessa aura di crapula decadente che accompagna in questi mesi le disavventure giudiziarie del popolo di Vallettopoli. Vianello gira in Cayenne, ha due soci furfanti quanto lui, va a letto aiutandosi con il Viagra, ricatta una fidanzata a cui ha rubato ristorante e beni di famiglia (ma che al momento si rivelerà della sua stessa pasta) e tanti affari ben nascosti. È un cialtrone con qualche talento, un faccendiere che si piega agli accordi più turpi, un avvelenatore pronto anche all’omicidio, quando un’ex amante gli si mette di traverso sulla strada. Eroe negativo talmente immerso nello spirito del tempo da essere già pronto a prossime avventure.
Abate e Carlotto anticipano infatti una seconda puntata ispirata alla sua fuga da San Pietroburgo, dove finirà tradito dal suo passato. Come l’Alligatore, il detective border line creato da Carlotto, anche Vianello si avvia dunque a diventare personaggio seriale. Al momento più famoso di lui, l’Alligatore è nel frattempo e contemporaneamente in libreria con una storia inedita, Dimmi che non vuoi morire (Mondadori, pagg.142, 15 euro). Dopo cinque romanzi, Carlotto ha trasformato il personaggio in un fumetto disegnato da Igort, che lo ha reinterpretato con il suo talento grafico.
Tornando a Mi fido di te, probabile che, dopo la lettura di queste pagine magnetiche e feroci, il nostro rapporto con il cibo subisca una radicale mutazione. La storia raccontata dalla nuova coppia letteraria - nella sua fredda dicotomia tra l’integralismo salutista del mascalzone, che mangia biologico e beve solo acqua minerale scozzese, e gli inquietanti e documentatissimi dettagli sulla globalizzazione del cibo porcheria - finisce per scalfire tutte le nostre certezze alimentari e ci lascia soli e sgomenti di fronte alla tavola violata.
No, non ci fideremo più di nessuno: nè della pubblicità nè delle garanzie dell’industria alimentare. Per Abate e Carlotto la dimensione delinquenziale legata al cibo è l’occhio del ciclone, la vera madre di tutti gli scandali. Tempo al tempo e si vedrà che avevano ragione.

DATA:30 aprile 2007
TITOLO: "L’Apocalisse e già tra noi" di Ranieri Polese
FONTE:Corriere della Sera

I “bravi ragazzi” di Massimo Carlotto si somigliavano un po’ tutti. Gigi Vianello, protagonista di Mi fido di te (il nuovo romanzo appena uscito da Einaudi Stile libero Noir, pp. 175, 14euro, con Francesco Abate), ricorda assai il Giorgio Pellegrini di Arrivederci amore, ciao. Come Giorgio, Gigi è del Nord Est, è padrone di u ristorante, non si fa troppi scrupoli nella gestione di cose e persone. Manca però il retroscena politico: Giorgio aveva un passato di lotta armata, fughe all’estero e clandestinità; anche se poi, al suo ritorno, ogni motivazione ideale spenta, quel che conta per lui è solo rifarsi una vita piena di sogni, lussi, amicizie che contano. A qualunque costo. Gigi Vianello, invece, non nasce dalla politica, ma dallo spaccio di ecstasy nelle discoteche. Gli sembra la scorciatoia per la bella vita, fino a quando no troverà qualcuno che lo farà smettere. Costringendolo a cambiare zona e giro di affari, dal Veneto alla Sardegna, dalla droga alla distribuzione di alimentari manipolati. Con gli occhi di colore differenti, uno verde e l’altro celeste, Gigi si sente simile a David Bowie, il rocker inglese che con le sue canzoni accompagna la sua vita balorda, quasi da film. Se non fosse per il fatto che - come scrivono Carlotto e Abate- nei film la scena si chiude in dissolvenza e parte la colonna sonora.. Qui no. A Cagliari, dunque, Vianello ha fatto i soldi smerciando partite di uva tossica, vongole avvelenate, polli infetti e rigenerati. Il ristorante gli serve un po’ da copertura, da patente di rispettabilità. Per questo lo lascia gestire da Bianca, la figlia dell’ex proprietario nel frattempo diventa la sua compagna. Fra traffici immondi (dopo questo libri è inevitabile guardare con sospetto i cibi industriali) e obbligatorie mondanità di rito, Gigi è uno di quelli che si arricchiscono facendo il male senza rischio di pagare. Se qualcosa, una volta ancora, va storto è solo per una inopinata fatalità, una stupidaggine che lo porta a diventare l’amante di una donna sposata, Mariuccia, a cui il marito non riesce dare un figlio. Sembra una storia da Bovary di provincia, in realtà il consorte di Mariuccia è un uomo potente, ben collocato politicamente, che quando scopre l’inganno chiede un castigo esemplare. Pesce piccolo in un mondo di squali, Gigi rischia grosso. Ha contro un esercito di malfattori ramificato, devastante; la sua illusione di un “mondo perfetto” via in frantumi. La legge della giungla ha il sopravvento. E non c’è nessun insegnamento morale in tutto questo, nessuna massima tipo “il delitto non paga” che consola i buoni mostrando la rovina dei malvagi. Nient’affatto, chi vince è ancora peggiore di chi perde, i nuovi equilibri sono ancora più nefandi delle malefatte di Gigi. Raccontando storie e persone di un paese veramente orrendo, Massimo Carlotto prosegue nel suo impegno di rappresentare l’Italia com’è. La sua realtà malata la sua gente arricchita male e disposta a tutto pur di continuare. Qui, in Mi fido di te (ancora titolo di una canzone in questo caso Jovanotti), il campo dell’osservazione è quello del commercio degli alimentari, della sofisticazione che sfugge ai controlli, dei cibi che ci avvelenano. La cui diffusione ha avuto una rapidissima accelerazione da quando, introdotto l’euro e lasciata la via libera ai rincari selvaggi, l’italiano e reddito medio-basso si è trovato costretto a comprare prodotti scadenti e senza garanzia. Con il risultato che tutti ormai viviamo in un mondo fetido, marcio, che ci provoca sempre nuovi disturbi, allergie, intossicazioni. Siamo corpi in putrefazione cui non tocca nemmeno l’annuncio di un giudizio finale perché questo è l’inferno in cui ci è dato vivere. E non ce n’è uno peggiore.

DATA:29 aprile 2007
TITOLO: "Abate-Carlotto: Mi fido di te" di Marco Pomar
FONTE:Critica Letteraria

Gigi Vianello è un trafficante all’ingrosso di roba alimentare sofisticata. Ha un passato da spacciatore nelle discoteche in Veneto, dal quale è scappato direzione Sardegna, dove apparentemente gestisce un ristorante di lusso e alta cucina.
Qui si sviluppa la sua storia noir, ben orchestrata dalla coppia Abate (uno degli scrittori italiani più interessanti della sua generazione) Carlotto, tra l’alta borghesia cagliaritana, legata bene o male ad ambienti malavitosi, e spalleggiati da una certa classe politica arrivista e arrampicatrice.
Il romanzo è molto ben congegnato, i riferimenti ai cibi adulterati inquietano non poco, i personaggi possiedono la lucida cattiveria dei romanzi di Carlotto. Inoltre la scelta di narrare la vicenda attraverso gli occhi del protagonista, raffinato truffatore ma anche pavido e codardo, dà alla storia una credibilità notevole.
I due autori sono alla seconda scrittura a quattro mani, e dai tempi di Fruttero e Lucentini non si ricordava una scrittura di coppia così fervida e felice. Si ha la sensazione che la verve del giovane Abate sia benefica nei confronti della cruda, a volte un po’ troppo, scrittura di Carlotto, fornendo al lettore un’interessante versione del giallo “geografico”.
Il finale non ve lo sveliamo, in fondo gli autori lasciano una possibilità di apertura al lettore e, forse, anche al protagonista di possibili future imprese delittuose.

DATA:28 aprile 2007
TITOLO: "In un mondo nero di allegri cialtroni" di Pino Corrias
FONTE:La Repubblica

Massimo Carlotto viene dall’abisso e scrive storie che lo raccontano. Raccontandolo lo spalancano. Per questo tutti i suoi cattivi eroi sono nati per fuggire. E fuggendo uccidono. E uccidendo (talvolta) rinascono. La sua nuova storia Mi fido di te (Einaudi Stile libero, pagg. 117 euro 14) è l’inizio seriale di una fuga imperdibile,oltre che un manuale di multiple perfidie: esistenziali, sentimentali, persino alimentari. Ha scritto con Francesco Abate che viene dall’inchiostro di Cagliari, cronista e narratore delle sue notti isolane con colonna sonora e mare che riluce a semicerchio con tanta perfezione da promettere fughe, imprigionando. Insieme hanno estratto dal nostro tempo e dai suoi scarti intossicati l’avventura di un avventuriero che ha gli occhi di due colori diversi, l’anima col doppio fondo, il passaporto con due identità, ma neanche la metà di un cuore. Si chiama Gigi Vianello, ha una quarantina d’anni, viene dagli asfalti ricchi del Nord-Est, dove spacciava ecstasy nei labirinti urlanti delle discoteche, fino al giorno in cui ha sbagliato ragazza, ha sbagliato labirinto, e ha cominciato a urlare lui. Ne è uscito intero. Riciclato come nuovo. Saggio: “ Ho Capito che se la vita bara con te, allora tu devi barare con la vita”. È perciò con il passato secretato. Le ferite nascoste. Il mare a coprirgli le spalle, una vita inventata da spacciare e una intera città da conquistare, Cagliari, carica di luce e carica di inganni.
Stavolta è diventato ricco con la sua nuova specializzazione, il riciclaggio alimentare, che muove fatture lungo le rotte oceaniche e dollari veri sui conti cifranti. Che fa dondolare gli scatoloni dei container in giro per il mondo globalizzato fino ai moli industriali del porto che lui attraversa telefonando. Gigi Vianello compra, falsifica, vende. Uova scadute da rifilare agli impasti automatici delle aziende dolciarie. Polli scongelati e ricongelati, imbottiti di antibiotici. Duemila tonnellate di grano inquinato da ocratossina provenienza Canada, nuova certificazione Hong Kong, prezzo stracciato da vero affare. Riso radioattivo cinese. Pomodori e pistacchi carichi di insetticida. Prosciutti con finti marchi di qualità. Carni bianche frullate con acqua e gomme emulsionate. La sua rete è un elastico. I suoi soci un muro di gomma. I pagamenti estero su estero. In un paio di anni tutti gli ingranaggi della sua nuova vita hanno rincominciato a funzionare. Ora Gigi Vianello veste con cura. È estroverso, cinico il giusto,simpatico. Guida una Cayenne. Ascolta David Bowie. Seleziona gli amici. Beve solo acqua scozzese. Circondato da falso cibo è maniaco di quello autentico: mangia solo biologico e pesce appena pescato. Quando un amico gli dice “Se guardi ogni dettaglio non campi più”. Lui replica sicuro “Al contrario, mi allungo la vita”. Si è persino regalato un ristorante, il migliore, Chez Momo, con la figlia dell’ex proprietario incorporata, Bianca, la più bella, la più elegante. Che ogni tanto lascia giocare, come se la loro relazione di futuri sposi fosse vera, addirittura commestibile: “Era importante che lei credesse di avere il suo spazio di autonomia decisionale. Un giorno mi sarei stancato di quella relazione e avrei venduto il ristorante, ma al momento era una porzione del mio mondo perfetto”.
Il suo mondo perfetto è marcio. È avvelenato. Ma fa girare i soldi e i sogni a usura. Fa girare il destino, a cominciare dal suo. Sintonizzato al denaro che corre. Ai politici che trafficano. Ai giornalisti in vendita. Alle donne che aspirano. Ai ricchi che ridono. Ai poliziotti che coprono. Ai gabbiani che uccidono. “Ecco - pensai -, siamo diventati proprio come questi gabbiani. La causa si chiama: inversione dell’ecosistema. Cambia la natura, cambiano le regole. E si diventa tutti predatori”. Il nuovo ecosistema gli piace. La soddisfazione di abitarlo e la paura di perderlo lo hanno reso prudente. E la prudenza lo ha tenuto in allarme. Fino a una sera casuale, tra i tavoli di una festa, dopo il terzo gin tonic “ quando notai una tizia che se ne stava in disparte sulla terrazza, guardando il mare. Doveva avere sui trentacinque anni, una vita agiata a giudicare dal vestito e dai gioielli. Bel viso, occhi verdi come uva acerba, bel corpo. Meritava un po’ del mio tempo”. Il tempo di un invito. L o spazio di una conversazione. L’errore di un appuntamento.
La prima mancia di sabbia negli ingranaggi della nuova vita di Gigi Vianello scivola dall’involucro perfetto della donna dentro il suo cuore adulterato. La reazione a catena, il crollo ineluttabile, l’ effetto catastrofico. Massimo Carlotto frequenta catastrofi da molto prima di diventare scrittore. La vita vera gli ha inciso una trama non cancellabile, al partire dal corpo di una giovane donna uccisa con 59 coltellate, Padova, anno 1975, appartamento spalancato, lui accusato di omicidio a 19 anni, intrappolato da macchie di sangue e indagini che lo trasformano in colpevole. Sedici anni di urlanti labirinti giudiziari, undici processi, l’innocenza negata, la condanna confermata, la fuga a Parigi e in Messico. Poi la cattura. Il carcere, la pena da scontare. Fino alla grazia firmata nel 1993 dal presidente Oscar Luigi Scalfaro. E finalmente una seconda vita quasi nuova anche se appesantita da 96 chilogrammi di fascicoli processuali, che ricomincia esattamente dove era finita: sulla carta. A partire dal quasi autobiografico il fuggiasco (1996) e poi dalle storie dure dell’ Alligatore, investigatore in proprio, fino al suo nerissimo e formidabile. Arrivederci amore ciao (2001). Otto romanzi al momento. Con ricorrenze di intrigo e di sguardo intrappolato nel gelo affettivo della provincia italiana. Con cadaveri di donne a intralciare il destino degli uomini. Con la crudeltà che sbianca i fondali delle vite e la corruzione che le avvelena.
Nei gialli tradizionali il disordine innescato dal delitto conduce a un colpevole, il colpevole alla pena, la pena a una spiegazione e a un risarcimento di significato. In quelli di Carlotto il male e la luce danzano sempre insieme, capita che il più cattivo sia il poliziotto venduto e che il bene non sia mai dove te lo aspetti. Meno che mai nei suoi protagonisti in trappola e perciò anche in fuga. Il finale di quest’ ultimo romanzo è naturalmente a sorpresa. E non svelabile. Ma con una sospensione ben costruita che metterà in fila i lettori in attesa di un (imminente) seguito che immaginiamo carico di rendiconti, vendette e sangue. Ci si doveva arrivare, prima o poi, alla serialità d’inchiostro. Alle storie che finiscono alla maniera televisiva sull’ultima inquadratura dove si prende fiato per l’apnea e per l’attesa. Gigi Vianello (dal fondo del suo burrone) si è appena rimboccato le maniche, è di nuovo pronto a risalire le rotte della sua prossima vita. Armato della sua crudeltà e della nostra.


DATA:28 aprile 2007
TITOLO: "Pagine adulterate con cura" di Andrea Tramonte
FONTE:Il Sardegna

Personaggi riusciti e vicende torbide in “Mi fido di te”, ultima fatica del tandem Carlotto-Abate. Un noir asciutto e sofisticato quasi al midollo.
«Mangia, bimbo bello, mangia». È una frase rivolta ad un bambino che continua a risuonare nella mente del lettore dopo aver chiuso il libro di Francesco Abate e Massimo Carlotto, Mi fido di te (Einaudi Stile Libero). Una frase che sembra rassicurante eppure cela un profondo misfatto. Quello che il bimbo mangia è ricco di «merda». Una merendina il cui sapore così gustoso viene da una poltiglia di uova ammuffite ripulite da putrescina e cadaverina. È quello che a volte mangiamo anche noi, anche se non lo sappiamo. Anche noi siamo dei bimbi, e c'è un Gigi Vianello che ci invita sardonicamente a mangiare robaccia da dietro il vetrino della sua Cayenne e dalla facciata di quello che chiama il suo “mondo perfetto”. Per questa prova insieme i due scrittori hanno deciso di esplorare un tema abbastanza nuovo nel panorama letterario: il cibo. Adulterato, sofisticato, riciclato.
Polli “cancerogeni ”, caffé adulterato con scarti di cicoria, prosciutti di pessima qualità rivenduti con marchio doc. Un tema di cui si parla poco, eppure è tutto vero: quello che c’è scritto - inserito nel tessuto di una narrazione noir asciutta e incalzante - è frutto di una rigorosa documentazione. Il protagonista del libro è Gigi Vianello. Un avvelenatore di professione dannatamente simpatico. Un misto di cialtroneria e spietatezza che diventa subito familiare. Vianello è un ex spacciatore di ecstasy del Nordest che è finito a Cagliari dopo alcune vicissitudini. Gestisce insieme alla fidanzata Bianca Soro un ristorante di lusso, il Chez Momo, noto per la sua proposta di assoluta qualità. Grazie al ristorante Gigi ha un posto dove mangiare bene, e poi una copertura legale per i suoi traffici.
Il suo “mondo perfetto” però comincia a sgretolarsi a causa di una relazione con Mariuccia Sinis, moglie di un esponente di certa razza padrona cagliaritana arrogante, Carlo Alberto Pedevillas, aspirante politico. Ci sarà un omicidio, alcuni ritorni dal passato, una morsa che si chiuderà intorno a Gigi e al suo business, una vecchia conoscenza dei lettori di Abate come il giornalista Rudy Saporito che proverà ad aiutarlo. Fino all’epilogo che lascia aperta la strada ad un secondo capitolo del ciclo. Intanto il primo convince.
Il personaggio è estremamente riuscito, il tema è forte e in filigrana mostra le diseguaglianze della nostra società, dove chi deve solo riempirsi la pancia facendo rientrare la spesa in uno stipendio basso spesso non può fare tante storie e porsi certi problemi. Ma è soprattutto l’esplorazione di quegli interstizi della società – cagliaritanissima certo, ma anche italiana – dove l’affermazione, il successo, la cosiddetta bellavita passano attraverso legami sporchi, zone grigie in cui è difficile stabilire un confine tra volgarità, malcostume e illegalità. E che quindi ci parla prima di tutto dell’Italia in cui viviamo.






DATA:28 aprile 2007
TITOLO: "La tavola questa discarica" di Sergio Pent
FONTE:Ttl/La Stampa

Non c'è nessun altro scrittore in Italia come Massimo Carlotto, in grado di creare personaggi tanto detestabili quanto concreti nella loro arroganza tritatutto, emblematici di uno stile di vita che ruota solo ed esclusivamente attorno al potere del dio denaro. Il nostro Paese in perenne via di definizione è purtroppo sempre più affollato di trafficoni disposti a tutto per una bella vita comoda e firmata, anche se non tutti arrivano - per fortuna, ma può dipendere anche dal caso - ai vertici della nefandezza come Gigi Vianello, protagonista del nuovo romanzo che Carlotto ha ideato
con Francesco Abate, promettente narratore cagliaritano già autore del delizioso Ultima di campionato.
Diremo subito che il protagonista di questo nauseante – non certo in senso letterario – romanzo a quattro mani ricorda assai da vicino quello di Arrivederci amore ciao, libro fondamentale di Carlotto nel delineare le dinamiche isteriche del nostro tempo. Stesso fascino ambiguo - qui caratterizzato da una eterocromia alla David Bowie - stessa faccia tosta, stesse velleità ambiziose di far soldi fregando il prossimo e arrivando anche al delitto, se si tratta di salvarsi il culo. Vianello è manager di se stesso, una multinazionale del degrado sociale riassunta in un unico individuo che, dopo una storiaccia messa da parte con diabolica astuzia in Veneto, si ritrova a gestire immensi patrimoni nel campo della
sofisticazione alimentare.
Ed è proprio qui che la perfidia - o la documentata obiettività - di Abate e Carlotto, scatta come una molla a colpire le nostre piccole certezze quotidiane: i dettagli con cui gli autori mettono in risalto le infinite possibilità di avvelenarci a tavola convinti di avere nel piatto prodotti di prima scelta, diventano un libro aperto sulla globalizzazione del malaffare,
in cui tutti ci ritroviamo vittime di polli thailandesi al cloramfenicolo ridotti a «sanissimi» hamburger, pasta col marchio
italiano ricavata da grano duro canadese di categoria 5 inquinato da ocratossina, merendine per bambini fabbricate con ovoprodotti che trasformano in poltiglia alimentare uova rotte, ammuffite e invase da parassiti e via degustando.
Il romanzo è inquietante perché ci mette di fronte a una realtà di cui non è più neppure lecito dubitare, in un mondo di perenni, inspiegabili influenze intestinali fuori stagione. Mi fido di te è a questo punto un refrain generalizzato, che partendo da una remota hit di Jovanotti percorre tutto il romanzo con toni sarcastici, poiché tutti coloro che si fidano di Gigi Vianello vanno incontro a una brutta fine, e il nostro rapporto di fiducia con gli spot dei prodotti di qualità d'ora in poi ci lascerà perlomeno dubbiosi. Ma il romanzo, al di là dei segnali d'allarme che lancia con lecito sarcasmo, è innanzitutto una storia nera alla Carlotto, in cui il protagonista, messo alle strette dalle circostanze, elimina gli elementi di disturbo - in questo caso la donna incinta di un potente politico sardo che minaccia di rivelare la loro relazione -sperando di continuare a godersi i benefici della fidanzata Bianca e del locale che le ha messo in piedi, «Chez Momo», in cui non corre il rischio di avvelenarsi. Torna ad avvelenarlo il passato che arriva in Sardegna dal Nord-Est, e da qui in poi solo la scaltrezza e l'istintiva genialità criminale riusciranno a salvare il detestabile Vianello da una fine certa.
L'ironia di Abate e il disincanto senza mezze misure di Carlotto trovano un punto d'incontro quasi perfetto per regalarci una storia che avvince e ci fa odiare tutti i personaggi in maniera equivalente, e che lancia un allarme finora forse sottovalutato, in un mondo che si rincorre e che è sempre più difficile tenere sotto controllo. Aprite la bocca, masticate,
ingoiate e poi sperate che le sostanze in aggiunta al vostro prosciutto D.O.P. abbiano un effetto cancerogeno a lunga distanza. Nel frattempo godetevi i diabolici benefici di questo romanzo schietto e cattivo, con un finale aperto a nuove prospettive delittuose, poiché l'impunità è un'altra malattia incurabile del nostro tempo.






DATA:28 aprile 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Valerio Calzolaio
FONTE:I Vedovi Neri

Cagliari, Tuvixeddu. Fine estate. Luigi Gigi Vianello viene da un’onesta famiglia di lavoratori ha un eterocromia benigna di origine genetica (effetto David Bowie), occhi dal colore diverso (uno verde l’altro celeste). Liceo e laurea inutili in Veneto, voglia di arricchirsi, spaccio di ecstasy nelle discoteche e cruento passaggio al ramo della sofisticazione alimentare, tradimento e fuga in Sardegna, ora distribuisce prodotti adulterati (cibo erboristeria pulizia), ha il ristorante “Chez Momò” a Cagliari come copertura, è fidanzato con la solare brava Bianca, si sente in un mondo perfetto e chiuso: gira in Cayenne, ama andare al cinema da solo, beve pura minerale scozzese, mangia con circospezione salutista, scopa con cautela (e Viagra se urge), non cerca guai. Li trova. La bella Mariuccia Sinis, fidanzata con un amato ricco potente sterile lo circuisce e si fa mettere in cinta mesi dopo, in segreto. Poi si pente e lui la uccide. A questo punto, cattivi e buoni si arrabbiano. E i traditi del passato lo ritrovano. L’eroe di Massimo Carlotto e Francesco Abate (“Mi fido di te”, Einaudi 2007, pag. 177 euro 14) racconta in prima come se la cava nella vita, con alterno successo, fra Titanic e Jovanotti. La scelta è coraggiosa: pare che tornerà presto in altre edificanti avventure criminal noir. Eterocromatismo musicale, porcherie vere, enogastronomia incerta. Consigliato ai colleghi di Slow Food, affinché siano meno buoni puliti giusti.





DATA:28 aprile 2007
TITOLO: "Il marcio della seconda repubblica" di Benedetto Vecchi
FONTE: Il Manifesto

«Mi fido di te», un noir duro come la realtà di Massimo Carlotto e Francesco Abate. Lo spaccio di alimenti cancerogeni tra politici corrotti e massoneria
Beve acqua minerale scozzese, perché il contenuto della bottiglia corrisponde rigorosamente a quanto scritto nell'etichetta. Mangia pesce di provata freschezza; lo stesso per la carne. Si è anche comprato un ristorante, lo Chez Momò, per essere sicuro che i suo pranzi e cene siano di assoluta qualità. Che poi il ristorante sia il migliore della città e fa incassi stratosferici è solo un dettaglio. Un salutista, dunque, che ama lo slow food e convinto assertore della trasformazione della buona gastronomia in business.
La squadra e il compasso
Gigi Vianello, questo il nome del protagonista del romanzo scritto per Einaudi da Francesco Abate e Massimo Carlotto Mi fido di te ( collana stile libero, pp. 175, euro 14), è dunque un uomo di affari di successo in una Cagliari preda del vento caldo e dalla sabbia del deserto provenienti dall'Africa. Frequenta, con qualche riluttanza, se non disprezzandola, la gente giusta, la casta intoccabile della città sarda. Avvocati, gioiellieri, manager, notai, che fanno soldi su soldi e che non disdegnato di «entrare in campo» nella gestione della cosa pubblica, scegliendo partiti che sembrano comitati d'affari e in cui è di rigore la «doppia militanza»: quella nel partito e quella in una loggia massonica. Insomma, vive in un «mondo perfetto» che ha il suo centro nel suo ristorante gestito dalla fidanzata. Gigi Vianello è però una vera carogna. È un amorale, un cinico, un opportunista che conduce una doppia vita: salutista, ma spacciatore milionario di «merda», cioè di alimenti contraffatti e rimpizzati di sostanze cancerogene. Tutti ingredienti per un noir crudele, dove di buono c'è solo la scrittura e il plot narrativo, ma non certo l'umanità che abita le sue pagine.
C'è Vianello, ma anche Bianca, che per ritornare in possesso di Chez Momò è disposta a tutto, visto che è il ristorante di famiglia che un padre scapestrato ha seppellito sotto una montagna di debiti. Ci sono i soci di minoranza del protagonista, aspiranti esponenti della «casta» e bulimici di denaro. C'è la giornalista in attesa della grande occasione per essere proiettata sul grande schermo. Vive di gossip e usa le informazioni di corridoio per sgomitare e farsi largo nella vita. C'è anche un giornalista di cronaca nera, che ha più peli sullo stomaco che in testa. E' crudele non per diventare noto, ma per prendere «a calci nel culo» il mondo. L'imprenditore locale divenuto nazionale è figlio di un gerarca fascista e ha fiutato la pista giusta per diventare un gerarca di successo nella seconda repubblica: mette nel letto di imprenditori e politici uno stuolo di aspiranti veline, che usano il proprio corpo con la cinica determinazione e il disincanto di chi vuol fuggire da una «vita di merda».
Ci sono poi i boschi, le litoranee, le spiagge che fanno amare la Sardegna: un amore che può durare anche una vita, basta solo considerarla, come scriveva Elio Vittorini, «come un'infanzia» ritrovata. Ma dell'isola il libro parla poco, se non per ricordare l'assalto estivo dei villeggianti che la rendono, per pochi mesi, una sorta di ideale palcoscenico per attori, il sottobosco televisivo e un pubblico morboso a caccia di notorietà. Più interessante è invece la descrizione dell'industria della sofisticazione alimentare.
Ci sono le imprese produttrici. Sono ovunque, in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Olanda, Cina, Argentina. Trattano materiali scadenti - polli, mucche, pesce, vino, olio - ingozzati o coltivati con sostanze che l'organizzazione mondiale della sanità considera cancerogene o altamente pericolose. C'è poi chi trasforma questi alimenti tossici in confezioni da supermercato. E qui la chimica svolge il suo porco ruolo per dare un sapore accettabile a prosciutti, tonno, vino, olio che verrebbero altrimenti gettati nella spazzatura. Il libro è così minuzioso nel descrivere la sofisticazione alimentare che, dopo la sua lettura, viene voglia di non mangiare nulla.
E la distribuzione della «merda»? Per quella ci pensano personaggi come Gigi Vianello con la complicità di molti proprietari di supermercati. Laureato in non si sa che cosa, è accorto, cauto e scaltro. Sa che bisogna andare con i piedi di piombo e snocciola cifre sulla sofisticazione alimentare, arrivando a tamponare la bramosia dei suoi soci con le statistiche: la «merda», dice, non deve superare il venti per cento delle vendite, il livello di tolleranza massimo del sistema, perché altrimenti entrano in campo le associazioni dei consumatori che cominciano ad indagare su sospette epidemie da virus. Il fattore tempo, dice Vianello, «non è dalla nostra parte, perché, prima o poi, faranno leggi che ci taglieranno le gambe. Dunque dobbiamo essere cauti e allontanare nel tempo quel momento». Per l'andamento della domanda non ci sono problemi, sostiene convinto, perché l'euro ha impoverito tutti e per una famiglia arrivare alla fine del mese è una guerra sfibrante e riempire il frigo di «offerte della settimana» è spesso l'unica soluzione. Infine, l'industria della sofisticazione alimentare è globale e vede l'attiva partecipazione delle diverse mafie (russa, cinese, italiana) e guai ad attirare l'attenzione della polizia, perché non si rischia solo la galera, ma anche la vita.
La società blindata
Il mondo perfetto del protagonista è però travolto dal suo passato di spacciatore di pasticche nel ricco nord-est. E' un uomo affascinante e calamita l'attenzione delle donne perché ha gli occhi di diverso colore (verde e azzurro). Quando spacciava in continente aveva fatto innamorare una giovane rampolla di un pescecane locale. Fuggito dopo che il potenziale suocero era stato arrestato per loschi affari (vendere, ad esempio, vongole della laguna veneta raccolte a ridosso degli scarichi industriali) è approdato in Sardegna. Ma a Cagliari finisce a letto con una donna, che muore per mano sua perché vuol incrinare l'equilibrio della sua vita. Un errore fatale, perché la donna è la moglie di uno della casta e il mondo perfetto di Gigi Vianello è destinato ad essere travolto da strozzini, malavitosi in carriera e da due ex-soldati delle forze speciali russe che hanno pensato bene di cambiare divisa e indossare quelle della mafia di San Pietroburgo.
Con questo noir, Massimo Carlotto e Francesco Abate vogliono mettere sotto tiro il sistema politico sardo e l'industria alimentare. Forse è troppo, ma non proprio, perché sono due facce della stessa medaglia. Stessi i metodi per gestire il potere, stessi i legami con la malavita organizzata. Stessi i metodi per emarginare chi è «fuori dal coro». Nulla è da salvare in questa seconda repubblica, se non quell'attitudine al pensiero critico che ha radici nel passato recente e che alcuni vogliono seppellire per «iniziare una nuova storia». Ma il passato si prende spesso la sua rivincita, anche se non è sempre una rivincita rose e fiori.





DATA:27 aprile 2007
TITOLO: "Massimo Carlotto e il cibo oscuro" di Laura Crinò
FONTE: Kataweb

Massimo Carlotto, uno dei nostri più amati autori noir, torna in libreria con un romanzo mentre esce per Mondadori la sua prima incursione nella graphic novel, ovvero Dimmi che non vuoi morire, illustrato da Igort (il 2 maggio). Il romanzo si intitola Mi fido di te e segna il passaggio dello scrittore padovano dalla casa editrice e/o, che finora ha pubblicato tutti i suoi titoli, alla collana Stile Libero di Einaudi. Ambientato a Cagliari e scritto con Francesco Abate, giornalista scrittore e dj, già autore di Il cattivo cronista e Getsemani Mi fido di te intreccia alcuni dei temi e degli scenari più cari a Carlotto (l'intreccio delle mafie del Nord Est e quella russa, i tentacoli del crimine su settori e personaggi 'insospettabili') con un 'filone' nuovo, ovvero quello dei reati legati alla sofisticazione alimentare. Protagonista è Gigi Vianello, che dopo un oscuro passato nel natìo Veneto si è riciclato come proprietario di uno dei ristoranti più chic del Cagliaritano e che tuttavia continua, dietro le quinte, a muovere le fila di un orribile traffico di cibo avariato, tossico, contraffatto, destinato a finire sul nostro mercato e sui mercati esteri. Una trama gialla dove non mancano crimini e omicidi ma in cui, come ha detto recentemente Carlotto in un' intervista a L'Unione Sarda, "Non indulgere troppo alla violenza serve a sottolineare la crudeltà peggiore, cioè far mangiare veleno e schifezze a gente ignara».



DATA:26 aprile 2007
TITOLO: "Mi fido di te, Massimo Carlotto e Francesco Abate" di Aldo Funicelli
FONTE: Unoenessuno

"- Dice? Davvero? - chiese con un tono tremolante. - E' un paio di giorni che ho una strana nausea, spossatezza, mal di testa, mal di pancia, sto persino andando di corpo più del dovuto ...
- Intossicazione... - diagnosticai, sorridendo malefico.
- Sono i chiari segni di un'intossicazione alimentare.
I suoi occhi divennero due limoni e il viso color paglia.
- No, no, non credo. Anzi, glielo assicuro, si tratta di ben altro. Un mio giovane praticante mi ha detto che nella palestra che frequenta sono in tanti con gli stessi sintomi. Ha consultato il medico che segue le sue stesse lezioni di aerobica e gli ha spiegato che mezza città è nelle mie stesse condizioni. Dice che è un virus. Quest'anno l'influeanza prende così....".
Se anche voi ristorante sintomi come quelli indicati nel pezzo estratto da "Mi fido di te", allora siete passati da un ristorante rifornito da Gigi Vianello, il protagonista della storia.
La "simpatica canaglia" che fa affari d'oro in tutta Sardegna con il business della contraffazione alimentare: merce avariata (o quasi) veduta a ristoranti o all'industria alimentare.
Mercato dove le nuove mafie si muovono con spavalderia e spesso impunità. Specchio e sintomo di una società adulterata in ogni suo aspetto.
Un altro estratto dal libro:
"Come la partita di uova provenienti da una ditta di riciclaggio dei rifiuti del torinese che, invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona dalla putrescina e dalla cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie."
Tutto questo con la complicità della Guardia di Finanza, dei controlli portuali ...
Gigi Vianello ha messo in piedi un bel business: un mondo perfetto come dice lui. Proprietario di un bel ristorante (Chez Momò) a Cagliari, con i contatti giusti nel mondo della distribuzione alimentare.
Passa le sue giornate tra una truffa e l'altra e le sue avventure con le ragazze attratte dai suoi occhi dai colori diversi (eterocromia).
Ma un giorno tutto questo meccanismo perfetto si inceppa: a causa di una sua avventura con la donna sbagliata. La moglie di un un importante uomo d'affari che si sta mettendo in politica.
E qualcuno, che Gigi credeva di aver sepolto definitivamente nel suo passato di spacciatore nelle discoteche del nordest, torna a compiere la sua vendetta.
Qui inizia la caduta agli inferi del povero Gigi (perchè nonostante tutto, torna anche simpatico questa persona priva di scupoli morali): perde gli affari, la fidanzata, il ristorante.
Stretto tra la morsa della polizia, che indaga su di lui, e le persone che stanno dietro all'uomo politico cui lui ha pestato i piedi.
Ma Gigi, un traditore, senza scrupoli, senza morale, ha dentro di sè le capacità per uscire comunque dai guai. Anche nel freddo della russia ...




DATA:25 aprile 2007
TITOLO: "Fidarsi è bene, ma attenti al cibo" di Giancarlo Biffi
FONTE: Il Sardegna

Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Era il proverbio che mia madre come un ritornello mi ripeteva nelle più svariate occasioni e così, io sono cresciuto con una particolare diffidenza per tutti coloro che mi stanno troppo addosso. Un’attenzione che col tempo ha iniziato a scemare; perché a dire il vero, aver per compagna la diffidenza non è un gran bel vivere. E poi mi dicevo: “Come faccio a stare attento a tutto e a tutti? Io sono uno, gli altri sono miliardi!” Ed è su questa apparente solitudine che speculano
gli odierni criminali, cavalcando agevolmente sul confine tra lecito e illecito.
Dopo aver letto: “Mi fido di te”, edizioni Einaudi, di Francesco Abate e Massimo Carlotto, verrebbe d’astenersi per un po’ dal mangiare, perché è proprio di quel cibo avariato che nel libro abbonda, che ogni giorno noi ci nutriamo. Due anni di studio e un mare di articoli, che presi singolarmente non danno l'esatto contorno del fenomeno ma che composti assieme e condensati in un libro, mostrano agli
occhi un problema enorme e spesso sottovalutato: quello degli alimenti adulterati. Bene hanno fatto Abate e Carlotto, ad infarcire l’avventura criminale di Gigi Vianello col cibo; sono così riusciti con intelligenza, a sciogliere in un romanzo un'inchiesta degna del miglior giornalismo. “Mi fido di te” è un libro da consigliare alle mamme che certamente dopo averlo letto, ci penseranno bene prima di rimpinzare nuovamente di qualsivoglia merendina i propri figli.
Un bel libro, scritto bene, avvincente, che non si tira indietro nel denunciare atteggiamenti e vizi che ci appartengono; un romanzo di gente senza scrupoli che passa con disinvoltura, dallo spaccio di droga allo smercio alimentare. “Mi fido di te” è un libro “politico” come nella migliore tradizione del noir, come lo sono le migliori opere teatrali o i film che fanno i conti col nostro tempo. Poi ognuno può scegliere da che parte stare ma quando il protagonista del libro: “Il simpatico bastardo” ci tira dalla sua, allora s’intuisce quanto sia facile raggirarci. È che lui, Gigi Vianello, una volta chiuso il libro vi resta intrappolato dentro, invece gli altri: le migliaia in carne ed ossa, tanto per bene e tanto criminali, sorriso aperto, battuta pronta e pacca sulla spalla…ecco quelli, continuano impuniti a ronzarci attorno.



DATA:22 aprile 2007
TITOLO: "Carlotto e Abate, incontro spiritoso" di Andrea Tramonte
FONTE: Il Sardegna

Non è stata la solita “presentazione cagliaritana”. La suddetta sarebbe, secondo la definizione del giornalista Celestino Tabasso, quella in cui è presente l’autore di un libro e il presentatore parla dei fatti suoi perché pensa: “quando avrò di nuovo un pubblico?”. In questo caso peraltro erano presenti due scrittori, Francesco Abate e Massimo Carlotto, autori di Mi fido di te, insieme ad un attore, Gioele Dix, un agente letterario, Luisa Pistoia, e ai due direttori della collana Stile Libero Paolo Repetti e Severino Cesari. Insomma, non la solita presentazione cagliaritana quella che si è svolta venerdì sera al Teatro delle saline, perché la serata è stata congegnata come uno spettacolo attraverso l’artificio della “preparazione” della presentazione, attraverso i “si, quando ci sarà il pubblico potremmo dire questo” e cose così. Si è scherzato molto e tutti sono stati al gioco, tra battute, barzellette e prese in giro. Anche se poi si è parlato del libro e del suo tema, ben poco simpatico: il cibo adulterato e la sofisticazione alimentare, con cui personaggi a margine della legalità come Gianni Vianello avvelenano i nostri pasti, con un lavoro di documentazione giornalistica molto rigoroso, grazie alle fonti riservate di Abate. Spiega Carlotto: “La nuova criminalità si sta creando una nicchia nell’alimentazione: meno rischiosa della droga e molto redditizia”. E gli autori hanno spiegato anche il perché di Cagliari: “Sta diventando un luogo noir sempre più interessante per l’arrivo di nuove culture criminali”.


DATA:22 aprile 2007
TITOLO: "Le carrube di Gioele Dix e il noir di Carlotto-Abate" di Luigi Almiento
FONTE: L'Unione Sarda

Gioele Dix annuncia: «D'ora in poi mangerò solo carrube». Effetti collaterali di "Mi fido di te", il libro di Massimo Carlotto e Francesco Abate, nel quale le sofisticazioni alimentari (e sociali) sono protagoniste assolute. Leggi un noir e pensi a quel che mangi: è successo venerdì alle centinaia di cagliaritani riusciti a entrare in un traboccante Teatro delle Saline, dov'è stato presentato il volume targato Einaudi. Come presentare un noir? Lo scrittore padovano Carlotto e il giornalista-scrittore cagliaritano Abate, il problema, se lo sono posto: nel senso che se lo sono posto durante la presentazione, giocata sulla falsariga di una prova senza pubblico, con frasi come: «Questa cosa, non dirla alla presentazione vera». Un invito a nozze per Celestino Tabasso, altro giornalista (poi dicono che è una categoria di ignoranti), moderatore della serata. Dix legge brani di "Mi fido di te", Carlotto e Abate ne descrivono l'anima. Al centro c'è Gigi Vianello, un simpatico lestofante che inizia la sua carriera di fuorilegge come spacciatore di ecstasy in Veneto e la prosegue come industriale del cibo adulterato a Cagliari. Import-export di uova marce, latte scaduto e altre delizie, che poi finiscono nelle merendine dei nostri bambini: Grillo approverebbe. Approvano senz'altro Paolo Repetti e Severino Cesari, responsabili della collana "Stile libero" di Einaudi, e l'agente letterario Luisa Pistoia, anche loro sul palco alle Saline. Quello di Abate e Carlotto è e rimane un noir, e di quel Gigi Vianello risentiremo parlare in altri libri. "Mi fido di te" ha però anche il merito di denunciare una piaga - quella del cibo adulterato - di cui si parla troppo poco, ma anche una morale in caduta libera. Il retrogusto amaro del noir è che si deve sospettare di tutto. Con le sue carrube, ad esempio, Gioele Dix evita uova marce e latte scaduto. Prima o poi, però, gli verranno in mente anche gli antiparassitari.


DATA:22 aprile 2007
TITOLO: "Massimo Carlotto approda all'editrice Einaudi"
FONTE: Il Gazzettino

Massimo Carlotto approda all'editrice Einaudi (dalla e/o) e ci presenta - nel suo nuovo romanzo "Mi fido di te" (€ 14 titolo da una canzone dell'ultimo Jovanotti) stavolta scritto assieme al cagliaritano Francesco Abate, giornalista, scrittore e Dj nei club dell'isola - un altro dei suoi bei "personaggini" del Nordest: Gigi Vianello, ristoratore e boss della sofisticazione alimentare, perennemente in bilico tra nefandezza e ambigua simpatia, crimine e ipocrita rispettabilità. La vicenda si svolge tra il Veneto e Cagliari, i due orizzonti di riferimento dello scrittore padovano, e mette insieme mafiosi russi e imprenditori disinvolti, intorno ad un ristorante per gourmet (anche Carlotto ne gestiva uno, nei suoi anni padovani) che per il protagonista è «il mio mondo perfetto». Fino a che qualcosa si inceppa, e fa emergere dal passato di Gigi l'ombra del tradimento, che egli riteneva sepolta per sempre. Il meccanismo del male dispiega implacabile la sua azione, appena temperata dalla scrittura leggera, scanzonata e venata di umorismo.
«Volevamo inventare un nuovo personaggio che fosse un grimaldello per raccontare la società scissa e contraddittoria di oggi - commentano i due autori - Quella dove il nuovo crimine si presenta molto pi accettabile, dove l'illegalità è diffusa e coinvolge tante persone. Un personaggio come Gigi Vianello. Uno cosí, dannatamente simpatico». Che diventerà il protagonista di una serie.
Ma non si tratta dell'unica novità per lo scrittore padovano, che ha all'attivo (dall'esordio con "Il fuggiasco" nel 1995) una quindicina di libri editi da "e/o", tradotti in molti paesi stranieri. Dal 2 maggio tornerà infatti in libreria il suo Alligatore, nel libro Dimmi che non vuoi morire, ma a fumetti (in collaborazione con Igort) ed edito da Mondadori/Strade Blu.
Carlotto è inoltre finalista all'Edgar Allan Poe Award, l'Oscar dei giallisti, che sarà assegnato il 26 aprile. Con l'occasione lo scrittore sarà a New York per partecipare assieme ad altri noti giallisti europei come Carlo Lucarelli e Alicia Gimenez-Bartlett al Festival del Noir Mediterraneo, sezione del PEN World Voices Festival (fondato da da Salman Rushdie) dedicato al genere giallo.


DATA:20 aprile 2007
TITOLO: "Quel crimine che nutre il paese dell'illegalità" di Luca Barbieri
FONTE: Il Corriere della Sera del Veneto

È dimagrito di venti chili in un mese e mezzo, ha subito due interventi, messo da parte sigari e Calvados. Un inizio di 2007 un po’ agitato quello di Massimo Carlotto.Ma è già tutta acqua passata: un po’ di pausa, e giù di nuovo a scrivere. È così che a soli sei mesi da La Terra della mia anima lo scrittore padovano torna in libreria con Mi fido di te
(Einaudi – Stile Libero, pagine 178, 14 euro, sugli scaffali da oggi). Il libro, scritto a quattro mani con il giornalista sardo Francesco Abate, scorre veloce e tagliente, si consuma in poche ore. E fin qui è il suo marchio di fabbrica. Di inedito ci sono un personaggio tutto da scoprire e un settore della malavita non ancora esplorato. Eccolo qua Gigi Vianello, il protagonista: partito come piccolo spacciatore di ecstasy nelle discoteche venete diventa presto un genio della sofisticazione alimentare. Tratta partite di cibo adulterato, inondato di pesticidi, lo «ripulisce» (giusto un po’) e lo immette nel mercato facendo una marea di soldi.
La descrizione è così accurata che a pagina 5 viene già voglia di dimenticarsi la strada del supermercato. Anche al nostro «eroe», a forza di trafficare robaccia gli viene la paranoia, tanto da comprarsi un ristorante per essere al sicuro. «Volevamo creare un personaggio negativo di natura seriale che ci permettesse di entrare a fondo nelle grandi inchieste sulla malavita organizzata», racconta Carlotto. Il «serial killer» Gigi Vianello quindi è già pronto a tornare. «Con Abate l’idea è quella di riuscire a fare un romanzo ogni due anni. Dopo San Pietroburgo, dove si conclude Mi fido di te, Gigi ha già ripreso a viaggiare e in futuro ci permetterà di sondare nuovi mondi della malavita, magari quelli legati alla moda. Tra due anni sarà sicuramente diverso, difficilmente più buono». Da seguire insomma.
«Volevamo un protagonista maledettamente simpatico. L’obiettivo che sto inseguendo da tempo è quello di affrontare i temi forti del noir attraverso personaggi che non puntino più su messaggi autoconsolatori, che evitino i meccanismi del buono che arresta il cattivo. Eppure Gigi Vianello non è la carogna di Arrivederci amore ciao, ricorda piuttosto un protagonista di Vallettopoli». Ei nfatti sarà, ma questo Gigi Vianello, che ha studiato al Pigafetta di Vicenza, che in fondo è un self made man alla veneta, risulta proprio simpatico: fisicamente somiglia a David Bowie, ha gli occhi di colore differente, conosce i programmi tv a memoria e si caccia nei guai a causa delle donne. Al lettore viene la sincera speranza che prima o poi riesca a uscirne, a mettere la testa a posto. «Sì, magari Gigi, tra dieci romanzi, quindi tra vent’anni, forse si potrebbe redimere— scherza Carlotto —. Ma ora come ora, riflette quest’Italia dove l’illegalità si diffonde in ogni strato della società. Riflette un Paese in decadenza che sta precipitando. Io penso che sia giusto dirlo in modo impietoso: il crimine sta dentro la quotidianità, in ogni ambito». Ovunque, anche a tavola. «La parte sulla sofisticazione alimentare è tutta vera—conferma Carlotto —. Francesco Abate è un ottimo giornalista, aveva gli agganci giusti e ci ha permesso di lavorare su elementi precisi».
Non bisognerà comunque attendere i due anni che ci separano dalla prossima puntata per vedere Carlotto di nuovo in libreria. Tra pochi giorni volerà negli Stati Uniti: per la seconda volta nella storia dell’Edgar Allan Poe Award, il più prestigioso riconoscimento americano nell’ambito della narrativa poliziesca, un autore italiano è entrato nella cinquina dei finalisti con The Goodbye Kiss. Poi il 2 maggio l’Alligatore tornerà sugli scaffali con Dimmi che non vuoi morire (Mondadori/Strade Blu), un’avventura a fumetti scritta e realizzata da Massimo Carlotto e Igort. A ottobre uscirà per Rizzoli un fumetto sulla guerra di Spagna, che in realtà è già pronto da tempo. «Ma poi veramente, per un po’ sparirò dalle scene: passerò i prossimi mesi a lavorare a un romanzo storico che spero di far uscire a settembre 2008. È un lavoro sulla Resistenza italiana in Francia, un noir storico, storie di tradimenti, passioni. È la prima volta che mi cimento con questo genere e ora, scusate, mi devo proprio mettere a studiare».

DATA:18 aprile 2007
TITOLO: "Carlotto e Abate? Una svolta narrativa" di Andrea Tramonte
FONTE: Il Sardegna

Ci interessano le scritture che tengono conto dei generi, ma che siano in grado di superarli e che sappiano raccontare il loro tempo». Stile Libero può essere racchiusa anche in questa definizione, resa dalle parole di Severino Cesari che della collana einaudiana con la costina gialla è stato uno dei due creatori (l’altro è Paolo Repetti). Una collana che ha superato i dieci anni di vita si è in qualche modo istituzionalizzata ma che all’epoca – si parla del ’96 - seppe davvero portare un vento nuovo nell ’editoria italiana, aggiornandone il linguaggio con spregiudicatezza. Si parlava di commistioni di linguaggi, di cultura cosiddetta bassa (fumetti, canzoni, tv) che stava alla pari con la letteratura. C’erano gli scrittori cannibali che irrompevano sul mercato con tutto il loro carico di novità, c’era la rivincita del noir a cui la collana diede un impulso non trascurabile, i romanzi americani avant-pop e postmoderni. Imponendosi come modello vincente per gran parte dell’editoria italiana. Cesari sarà a Cagliari insieme a Repetti per presenziare alla prima nazionale di Mi fido di te, libro scritto a quattro mani da Massimo Carlotto e Francesco Abate - al loro debutto su Stile Libero. L’appuntamento è venerdì al Teatro delle Saline alle 20.
Allora iniziamo dal libro. Qualè la qualità che vi ha colpito di più?
Eravamo da sempre amanti del lavoro di Carlotto. Stile Libero ha sempre avuto a cuore non tanto il genere noir e il poliziesco, ma piuttosto le nuove scritture che tengono conto dei vari generi. Carlotto non è solo un noirista ma uno scrittore complessivo, che conosce i generi, se ne sa servire, ma va sempre al di là. L’occasione della collaborazione è stata fornita dal fatto che aveva creato un personaggio nuovo con Francesco Abate, e che rappresenta una svolta narrativa vera .
In che senso?
C’è un personaggio fragoroso, Gigi Vinello, un figlio di puttana simpatico. Un signore che pensa di gabbare il mondo usando gli illeciti, e in questo senso è uno specchio di un'Italia che non è illegale, ma è vicina all'illegalità. Non è un personaggio tradizionale, come ad esempio “il criminale”, ma un imprenditore, uno che ha un ristorante e contemporaneamente sotto questa maschera ha un traffico spaventoso di sofisticazione alimentare. È questa la novità.
Avete dato un grande impulso al noir, eppure lei parla di andare al di là dei generi.
È proprio così. Un giorno eravamo a Cagliari, era quasi primavera, e c'è venuto questo slogan: un folgorante romanzo di avventura criminale. Non è un noir, un giallo. Ma c'è dentro un movimento avventuroso basato sul crimine.
Il discorso della contaminazione È da sempre alla base della collana.
Noi siamo stati i primi a sostenere certe scritture considerate di serie B, ma non per promuoverle in serie A. Ci interessava puntare sulle mescolanze. Il noir alimenta i nostri libri in modo diverso. Ci interessa l’evoluzione dei generi e delle scritture. Si pensi a Il ponte di Trevisan: alla base sembra un’inchiesta fatta dal lettore sul protagonista che è un meccanismo del noir, ma al servizio del disvelamento delle colpe della società. La letteratura non prende un genere e ci si adagia dentro ma lo usa per raccontare storie
Commistioni non solo in letteratura, ma anche tra linguaggi diversi, no?
Sin da subito abbiamo alternato i libri con i vhs, per primi a farlo. Il documento visivo poteva avere un'importanza altrettanto grande di un libro, quando aveva la densità giusta. Il teatro civile di Paolini, ad esempio. La nostra scelta è stata vista in modo dissacrante, ma un video entrava quando davvero valeva la pena. Grande è il numero delle storie sotto il cielo, c'è la letteratura, e gli altri linguaggi. Noi abbiamo in mente una persona complessiva .
Oggi sono nate molte collane che vi prendono ad esempio.
Ben vengano. Ma in tutte le cose conta chi le ha fatte le prima volta, chi ha tracciato il solco. In realtà oggi tutta l’editoria si è stileliberizzata, e non sempre con rigore.
I libri per raccontare la collana? “Gioventù cannibale”e. . . ?
Certo, Gioventù cannibale. E citerei 5 romanzi, che rappresentano dei punti di svolta della letteratura italiana. Q di Luther Blisset, la grande avventura che fa i conti in profondità con il meccanismo narrativo. Io non ho paura di Ammaniti: il libro giusto perché ci si riconoscessero diverse generazioni. Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci, che fa emergere una voce letteraria fortissima. Almost blue di Lucarelli, perché tutta la letteratura di genere viene trasformata. Romanzo criminale di De Cataldo, un affresco epico dal punto di vista dei criminali.
Continuerà anche la tradizione delle antologie?
Sì, e potrebbe arrivare un Crimini 2.

DATA:14 aprile 2007
TITOLO: "I killer? Pendagli da forchetta" di Celestino Tabasso
FONTE: L'Unione Sarda

L’arma del delitto stavolta è una forchetta. Quella che le vittime di Gigi Vianello affondano ignare in bistecche putrescenti ma ben condite, pesci tossici, pasti fetidi, adulterati, sofisticati, venefici.
Vianello è il protagonista di “Mi fido di te”, il romanzo che Massimo Carlotto e Francesco Abate hanno scritto insieme per la Einaudi, che lo manderà in libreria venerdì 20. Un noir sui generis, un libro agile e robusto che sbatte in faccia al lettore lo scandalo del cibo violentato. La trama è condita dagli elementi classici del noir e studiata per far scivolare d’un fiato una storia di delitti, indagini, mafia russa e corruzione isolana, ma anche una satira di costume divertente e affilata su vallette, aspiranti, vittime della telefoninomania, carrieristi e leccascarpe senza scrupoli. Un trattatello d’antropologia al sangue.
Gigi Vianello sarà un personaggio seriale come l’Alligatore, come scrive “Panorama”?
Carlotto: «Magari come l’Alligatore no, ma sarà seriale: è stato costruito come un personaggio assolutamente negativo che esprima a fondo l’Italia di oggi, il tipo di persona che ritrovi in Vallettopoli e in tutti gli altri scandali. Diciamo che è uno strumento docile per indagare storie di ampio respiro criminale».
Abate: «D’altra parte la cronaca ce ne ha presentati tanti di imprenditori alla Vianello. Belli, giovani, rampanti, venuti dal nulla come i soldi che maneggiano. Vianello è così, è il tipo del criminale da rotocalco».
Carlotto dice spesso che i romanzieri devono occuparsi di attualità perché i giornalisti non lo fanno. Abate fa il giornalista. Allora?
Carlotto: «Beh, infatti non è stata una scelta casuale. Anzi, direi che è stata furbissima: intanto perché Abate è un grande scrittore e poi proprio perché è un abile giornalista. Senza la sua capacità di individuare e recuperare le notizie non sarebbe stato possibile raccogliere il materiale per questo libro».
Abate: «Il punto è che il romanziere può raccontare tutto, anche ciò che ha soltanto intuito, cosa che ovviamente il cronista non può fare. Ma è anche vero che il mestiere del giornalista è fatto sempre più alla scrivania e sempre meno in strada, sia pure con alcune belle eccezioni di giornalismo d’inchiesta. Non è un caso se il sindacato dei giornalisti si batte contro questa tendenza».
A proposito, sapevate che un Gigi Vianello esiste e fa il giornalista? Automobilistico, per l’esattezza.
Abate: «Non lo sapevamo, lo giuro. In realtà cercavamo un nome che restasse impresso nella memoria».
Dev’essere difficile mettere piede in ristorante dopo aver scritto un libro così.
Carlotto: «Per la verità ci sono stato anche da poco, a Pasqua ero ad Alghero e davanti all’aragosta non mi sono certo tirato indietro. Basta sapere dove andare, ovviamente».
Nei suoi romanzi precedenti Carlotto ha scelto temi come il contrabbando, il terrorismo, la mafia del Nord Est: la sofisticazione alimentare sembrerà acqua fresca agli amanti del noir.
Carlotto: «E invece secondo me abbiamo anticipato la madre di tutte le inchieste e il padre di tutti gli scandali. Quel che scoppierà sarà devastante quando verrà fuori la dimensione delinquenziale legata al cibo. Tra rischi bassi e ricavi altissimi, oggi le grandi organizzazioni criminali investono uomini e mezzi in quantità nella sofisticazione alimentare».
Abate: «In realtà con questo libro volevamo andare alle radici dell’avvelenamento della vita. Non volevamo parlare solo di sofisticazione alimentare, ma raccontare una società adulterata in tutti i suoi aspetti»
Come vi siete documentati?
Carlotto: «Intanto raccogliendo puntualmente tutte le notizie di stampa. Per il resto chiedete a Francesco e alle sue talpe, chi leggerà il librò capirà che certe informazioni può dartele solo chi si occupa istituzionalmente di certe cose».
Abate, che dice?
Abate: «E che devo dire? Le fonti sono sempre riservate. Comunque non vanno sottovalutati i giornali, in particolare la stampa locale. Se arriva un carico di grano radioattivo in Puglia, tanto per fare un esempio, sulla stampa nazionale trovi un trafiletto, ma sulla Gazzetta del Mezzogiorno trovi un bel po’ di notizie. Poi tutto questo materiale è stato passato per il filtro della letteratura: volevamo raccontare una storia, non fare un documentario».
Quanti personaggi sono ispirati a cagliaritani realmente esistenti?
Carlotto: «Sono tutti ispirati a personaggi veri, abbiamo dovuto sudare sette camicie per evitare che i nomi potessero alludere in qualche modo a quelli reali».
Abate: «E comunque non ci trovi tutte le caratteristiche del tale o del talaltro: una delle cose più divertenti è manipolare la realtà e prendere in prestito alcuni tratti di un carattere, più che un intero personaggio. D’altronde a noi interessava raccontare una città come Cagliari ma anche farne una metafora della provincia italiana, di quel tessuto urbano che a parte tre o quattro metropoli vere è fatto di tante, tantissime Cagliari».
In “Mi fido di te” c’è sesso e c’è sangue, ma le scene erotiche e quelle di violenza potevano essere molto più spinte e “commerciali”.
Carlotto: «Creare un personaggio divertente e non calcare troppo la mano serve per arrivare a un certo tipo di pubblico, quello che preferisce il “poliziesco consolatorio” dove il buono arresta il cattivo. E poi non indulgere troppo alla violenza serve a sottolineare la crudeltà peggiore, cioè far mangiare veleno e schifezze a gente ignara».
Com’è scrivere un libro in due?
Carlotto: «Un delirio. Però se la coppia funziona è anche un’esperienza molto bella, e in questo caso direi che funzionavamo benissimo. Prima abbiamo sceneggiato la trama, poi ci siamo divisi le scene e abbiamo iniziato a lavorare ognuno per conto suo finché non abbiamo unito il lavoro».
Abate: «E lì abbiamo toccato vette di ridicolo davvero notevoli: “Questa l’hai scritta tu”, “No, guarda che io ho scritto quell’altra, questa l’hai scritta tu, non ricordi?”. La cosa davvero bella è che dall’inizio alla fine non abbiamo avuto non dico un litigio, ma neanche una divergenza: nessuno dei due ha mai pensato di far prendere alla trama una strada diversa, abbiamo lavorato in grandissima sintonia. In fondo non ci conosciamo da tantissimo, sei anni non sono una vita, ma siccome ci siamo frequentati molto più da amici che da scrittori la cosa ha funzionato egregiamente. Ovviamente è servita molta disciplina, questo sì, e un lungo lavoro di riscrittura. E poi di riscrittura della riscrittura e via così...».
Ultimo libro letto e prossimo libro da scrivere.
Carlotto: «Ho appena finito un saggio sulla Resistenza in Francia, mi serve per un romanzo storico al quale sto lavorando».
Abate: «Ultimo libro letto “Un gelido inverno” di Daniel Woodrell. È la storia di una moderna Cappuccetto Rosso che vive nei monti della provincia americana e va alla ricerca di suo padre tra i villaggi di una vallata dove l’attività principale è la raffinazione di cocaina. Splendido. Quanto al prossimo libro, preferisco non rispondere: ho un paio di idee e non vorrei fare torto all’una o all’altra».


DATA:29 aprile 2007
TITOLO: "Marianne regina di maggio" di Emiliano Farina
FONTE: L'Unione Sarda

Nomi di grido e di classe (Marianne Faithfull e Rickie Lee Jones), note d'autore (Avion Travel, John De Leo e Mauro Ermanno Giovanardi), "avventure criminali" (Massimo Carlotto e Francesco Abate) e laboratori con la voglia di mettere la letteratura in musica. Giunto alla nona edizione, il festival musical-letterario Abbabula ritorna a Sassari dal 9 al 13 maggio (è organizzato dall'associazione "Le Ragazze Terribili" e patrocinato dal Club Tenco di Sanremo) con cinque giorni fitti di concerti, reading, presentazioni di libri e mostre fotografiche. La rassegna, presentata ieri mattina nelle sale del Palazzo Ducale del capoluogo turritano, quest'anno punta su nomi di sicuro richiamo. Tanto che protagoniste della sezione «Musica d'autore» saranno due muse come Marianne Faithfull (di scena il 9 al Teatro Verdi) e Rickie Lee Jones (l'11, sempre al Verdi). La prima - vanta anche una parte nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette - proporrà Songs of innocence and experience, mentre la cantautrice americana presenta The sermon on exposition boulevard, tredici pezzi inediti usciti l'anno scorso con la New West Records. Nella prima giornata il palcoscenico di Abbabula ospiterà anche Ginevra Di Marco, una delle voci italiane più raffinate e, il 12 al Verdi, gli Avion Travel. Nella stessa giornata, durante gli appuntamenti organizzati per il pomeriggio, si esibirà anche John De Leo, l'ex cantante dei Quintorigo, che presenterà in anteprima il suo nuovo album, in uscita in autunno. Nella sezione «Parole e note», che privilegia la contaminazione fra l'universo sonoro e la dimensione letteraria, arriva la performance di Arnoldo Foà, «Storie di Tango» (il 10 al Verdi), nella quale l'attore, regista e commediografo sarà la voce recitante di uno spettacolo in cui, i versi di Jorge Luis Borges si fonderanno con le musiche di Astor Piazzola e le coreografie di due tangueiros. Diverse e suggestive anche le performance di alcuni dei più talentuosi artisti sardi. Una produzione originale della rassegna, Omaggio a Luigi Tenco, è il progetto che verrà portato in scena da Giovanni Peresson ed Elena Pau il 9 al Cortile Estanco. Il giorno dopo andrà in scena «Teatrosonoro» di Luca Faggella, fra elettronica, minimalismo, rock'n roll, musica popolare ed il pop influenzato dalla bossanova e dalla musica d'autore italiana per il duo "Aprile in super8" (il 12). Infine la sezione «Laboratori» che prenderà il via il 10 con L'anima dei Poeti. Quando la letteratura viene messa in musica, un progetto a cura del giornalista, critico musicale e storico della canzone, Enrico de Angelis. L'11, invece, un appuntamento letterario che metterà a confronto gli studenti della Facoltà di Lettere con gli scrittori Massimo Carlotto e Francesco Abate, per presentare il loro ultimo libro scritto a quattro mani, Mi fido di te, edito da Einaudi. Prevendite da Ticketok in via Tempio 65, Sassari (tel. 079.2822015). Per informazioni: 079.278275 (Le Ragazze Terribili) oppure chiamare il numero unico 800.881.188.

DATA:02 gennaio 2007
TITOLO: "Nuovi libri: anticipazioni" di Francesco Mannoni
FONTE: La Provincia di Sondrio, Lecco, Varese

Cosa bolle nelle pentole di fine d’anno di tre noti scrittori italiani, grandi firme delle pagine culturali de La Provincia? Quali manicaretti lacustri rimescola il bellanese Andrea Vitali, autore di romanzi molto venduti e vincitore del Bancarella 2006 con La figlia del podestà quali salse piccanti il veneto Massimo Carlotto, affermato scrittore noir e creatore del personaggio dell’ Alligatore, quali altri orizzonti si prepara ad esplorare il comasco Mario Biondi, che dopo varie esperienze di narrativa, e prima dell’ultimo Destino, si è dedicato anche ai resoconti di viaggio? Li abbiamo incontrati per sapere dalla loro viva voce cosa dobbiamo aspettarci nella stagione lette-raria 2007.
«Attualmente ho una storia a cui sto ancora prendendo le misure per capire bene in quale assetto narrativo la debbo circoscrivere - dice il medico scrittore Andrea Vitali il cui ultimo libro, Olive comprese (Garzanti) viaggia nelle zone alte della classifica dei più venduti -, e perciò non posso dire di più. Posso invece anticipare che a primavera uscirà sempre da Garzanti Il segreto di Ortelia, un ripescaggio, perché si tratta del primo dei quattro romanzi brevi che componevano la serie di L’aria del lago.
«La ristampa di questo romanzo aggiornato – prosegue Vitali - è giustificata dal fatto che ne è stato tratto un film che stanno ultimando di girare proprio in questi giorni nelle stesse zone in cui io ho ambientato la storia, interpretato da Mario Opinato, uno dei protagonisti dello sceneggiato televisivo Orgoglio. A fine estate uscirà invece un nuovo romanzo che si intitola Guardia e ladro, ambientata negli anni Cinquanta. «In questo libro acconto il duello all’ultimo sangue tra una guardia notturna e una specie di ladro di polli che si crede un gran ribaldo, ma in realtà non ha le capacità per essere un vero furfante. Nelle mie intenzioni dovrebbe essere un libro dedicato ai ladri di paese, perché ho una certa conoscenza di bulli di provincia, di ladri più nelle intenzioni che nei fatti. Un canto, una sorta di Amarcord felliniano su delle figure caratteristiche che sia a
Bellano che sul lago di Como non ci sonopiù».
Lasciamo Andrea Vitali che, dopo un anno di successi consistenti e tra questi il premio Bancarella (è considerato uno dei più importanti narratori italiani del momento) ha voglia di riposarsi per «ricaricare le batterie», come dice lui, e incontriamo Mario Biondi. A Milano, l’indimenticabile autore di tanti romanzi e libri di viaggio conduce una vita un po’ appartata, in una casa piena di libri e di cartine geografiche sulle quali disegna i futuri itinerari dei suoi spostamenti. «Sto pensando ad un nuovo libro di viaggi - confessa a La Provincia - ma non vorrei scendere in dettagli perché in passato ho avuto qualche sorpresa per aver rilasciato delle anticipazioni. Sarà comunque un itinerario buddista attraverso l’Asia centrale fino alla Cina. Penso, grosso modo, di muovermi in questa vasta area nella quale vado ormai da anni, perché mi piacciono la differenza di cultura, gli oggetti, i templi e le strade. Ma non è un fatto religioso, non sono diventato improvvisamente buddista: è solo un fatto culturale. «Sono stato molto colpito qualche anno fa dai resti mistico-buddistici nell’Ovest del Pakistan - prosegue lo scrittore comasco - dovuto all’incontro tra Alessandro Magno e i buddisti che salivano dall’India per aggirare l’Himalaja e da lì scendere in Cina. Sapevo pochissimo di questa cultura, e trovarmi lì tra resti grandiosi è stato molto emozionante. Le cose raccolte dell’incontro di Alessandro Magno con la cultura buddista che ho potuto ammirare nei musei, sono stupefacenti. Da quel sito ho proseguito nei miei viaggi cercando tutte le località che si identificano con la via della Seta. Questo nuovo tomo di viaggi sarà il completamento del mio libro precedente sulla via della Seta che si intitola Strada bianca per i monti del cielo (Ponte alle Grazie) e ha come sottotitolo Vagabondo sulla via della seta. Sottotitolo non casuale: mi piace molto vagabondare, e più volte mi sono definito un nomade di fatto. Viaggiare quando e come voglio, sviluppa nel mio animo una sorta di potenza morale, di volontà che affina intellettualmente. Provo un senso di assoluta libertà, quasi fossi il padrone degli orizzonti che si allungano all’infinito davanti ai miei occhi».
Sulle tracce di Massimo Carlotto ci spostiamo da Milano a Cagliari, perché è nel capoluogo della Sardegna che lo scrittore di tanti noir di successo con protagonista l’Alligatore, un detective originale quanto imprevedibile, ha da tempo fissato la sua residenza.
Carlotto, che da poco ha pubblicato con grande successo La terra della mia anima (e/o) lavora a pieno ritmo anche durante le feste. «Ho molta carne al fuoco come suol dirsi, da rigirare sulla brace affinché il lettore trovi un arrosto cotto a puntino - dice lo scrittore di origini venete - Il genere praticato è sempre quello del giallo e del noir, ambientazioni entro le quali si svolgono tutte le vicende che racconto.
«È un mondo che offre molte possibi- lità di variare il corso delle storie – spiega Carlotto - di raccontare il male che sempre più spesso si insinua nella vita degli esseri umani. Sotto questo profilo è nato il libro che uscirà da Einaudi Stile Libero in aprile, scritto a quattro mani con Fran-
cesco Abate, giovane scrittore sardo che ha pubblicato due bellissimi romanzi con l’editore Frassinelli. Il nostro è un noir intitolato Mi fido di te, ed è il primo giallo sulla sofisticazione alimentare».
Ma le anticipazioni di Carlotto non sono finite: «A fine marzo uscirà un altro libro, anche questo scritto a quattro mani con Igort, un importante fumettista, e sarà un’avventura del mio personaggio, l’Alligatore, illustrata da questo eccellente disegnatore. Il libro, a significare quello che ormai è un confine quasi inesistente tra letteratura e fumetto, sarà pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu. La vicenda si svolge tra Cagliari e Parigi ed è ambientata nel mondo dei trasformisti, degli imitatori. A fine 2007 o al massimo nel gennaio 2008 uscirò con un romanzo tutto mio ambientato in Francia durante la Resistenza. E’ una storia di tradimenti politici, ma è una storia molto particolare perché il personaggio principale è un italiano».


DATA: 17 novembre 2006
TITOLO: "La nuova frontiera di Stile Libero: dopo 10 anni la maturità" di Mirella Appiotti
FONTE: Tutto Libri- La Stampa

Dicono Severino Cesari e Paolo Repetti: «L'anno 2007 è per la narrativa italiana di Stile Libero, un anno di mietitura: una buona parte di quanto è stato seminato e coltivato...» nei dieci anni di vita che la sigla di frontiera, amata e discussa, dell'Einaudi festeggia in questi giorni anche con un volumetto fuori commercio che i lettori potranno avere in omaggio in libreria (comperando però due titoli dello Struzzo). Senza piaggeria, un piccolo libro singolare: per i 52 racconti di altrettanti autori della casa, nostrani e stranieri, chiamati (seguendo l'ordine alfabetico, da Altan a Wu Ming, con il primo Englander, la scoperta di Faber ecc.) alla Descrizione di un luogo, un «loro» luogo, fisico, di cuore, di disagio, di odori, di baci.
Sappiamo tutti che Cesari e Repetti, oltre a praticare una trasversalità di generi inedita nei 90 della nostra editoria, sono stati (Repetti aveva già cominciato con Theoria) tra i principali sdoganatori dei «nuovi» scrittori italiani, al di là della celebre e redditizia trovata dei «Cannibali». Allora, il 2007 «italiano» (un po' di trionfalismo glielo si può passare?): «Attesissimo il nuovo romanzo di De Cataldo, ancora senza titolo e protetto dal riserbo dell'autore, non un seguito di Romanzo criminale ma un vasto affresco che fa i conti da par suo con la cosiddetta, mafiosa «stagione delle stragi». Più avanti, il nuovo vero romanzo di Simona Vinci, un lavoro che l'ha impegnata per anni. Sui sentieri del noir il primo Carlotto per Stile Libero che, insieme a Francesco Abate, mette sotto tiro un pezzo fondamentale della nostra civiltà globale, globale anche nel crimine: il cibo».
I Dioscuri einaudiani indicano come espressione significativa della «nuova stagione» in particolare due autori, Letizia Muratori e Wu Ming con due titoli in uscita prima dell'estate. «La vita in comune è l'autentica rivelazione, il salto di qualità della Muratori (esordiente con il racconto lungo Tu non c'entri, ndr) che si apre a una narrazione ampia, dall'Eritrea a Roma alla Germania delle manifestazioni nucleari, tre persone di età diverse e diversamente esiliate che si ritrovano a dare un senso alla loro vita... e "Manituana", ovvero i Giardini del Grande Spirito, la terra tra i Grandi Laghi agli inizi della Rivoluzione americana quando sembrava ancora possibile che nativi pellirossa e coloni bianchi potessero fondare insieme un Mondo Nuovo: ma le cose non sono a date così e tra guerra e amori e avventure di ogni genere e una imprevista Londra "colonizzata" dai Mohawk come pre-punk, prende forma il crogiuolo violento degli Stati Uniti d'America ». Un «mito del nostro tempo » demolito, con ampia documentazione storica, e ricostruito nel nuovo romanzo collettivo (dopo Q, uno dei successi di Stile Libero e 54, ndr) dei Wu Ming, la Premiata Band degli ex Luther Blisset. Auguri.

 


 


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