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| DATA:28
agosto 2008
TITOLO: "Bunker, hamburger e Cuba Libre" di Paolo
Di Stefano
FONTE:Corriere
della Sera
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Non sarà la sede storica
di via Biancamano a Torino, ma anche qui a Roma, in via Fabio
Massimo, non si sta per niente male. Un appartamento decentrato
e sobrio, eleganza degna dell' Einaudi del tempo che fu. Con
dentro un altro tipo di Struzzo, certo, più giovane:
è Stile libero, la collana cui lavora da un decennio
la premiata ditta Paolo Repetti-Severino Cesari. Il primo uscito
dall' esperienza di Theoria negli anni ' 90, il secondo transfuga
del «Manifesto» di Pintor e Rossanda, dove curava
le pagine culturali. Un solo decennio, ma vissuto intensamente
e dunque con tante cose da raccontare. Per esempio una memorabile
serata a Roma con Eddie Bunker. Massenzio edizione 2002. Si
fa tardi e del vecchio scrittore-criminale neanche l' ombra:
«Parte una task force per l' Hotel Locarno, dove ci accoglie
un omone vestito di lino bianco, con un enorme panama in testa
e una mappa di cicatrici come geroglifici in faccia. Dice che
non se la sente perché le troppe interviste gli hanno
fatto perdere la voce. Chiede di poter bere qualcosa lì
in albergo. Sudando freddo e con il taxi che ci aspetta sulla
strada, ci diciamo che un tipo come Bunker va assecondato, meglio
non andargli contro. Beve un primo e poi un secondo Cuba libre.
Prima di consumare il terzo, dice: "Now we can go"».
Tutto sembra risolversi per il meglio, ma le cose si complicano
sul più bello: «Erano già le nove e mezza
e il pubblico aspettava. Si sale sul taxi senza dimostrare molta
fretta, ma a via del Tritone Bunker guarda fuori dal finestrino
e indica un localaccio malfamato, scende dal taxi, noi lo seguiamo,
entra trionfalmente nel ristorante, dove lo scambiano per un
produttore americano o qualcosa del genere e con molta deferenza
gli offrono un tavolo speciale. Si siede e ordina un hamburger:
"Però - dice con calma - voglio prima vederlo crudo".
Era il classico americano che avendo mangiato schifezze per
tutta la vita, continuava a farlo anche in vecchiaia. Quando
arriva l' hamburger lo addenta, serafico, mentre noi siamo in
preda all' ansia. Non lo mangia tutto, si fa preparare un doggy
pack e si riparte». Sembra la volta buona e infatti lo
è, la truppa arriva a Massenzio: «Non so - dice
Cesari - come si possa fare a essere insieme in clamoroso ritardo
e puntualissimi». «È stata un specie di magia
- ricorda Repetti -. Arriviamo dietro il palco e Valerio Mastandrea
finisce di leggere i brani di Bunker, ovviamente prolungati
dall' attesa. Lo vediamo in controluce. In quel preciso momento
Bunker entra in scena prendendosi l' ovazione del pubblico.
Valerio si volta e dice stupito: "Noooo, Bunker in persona
dietro di me ". Bunker sta lì finché finisce
l' applauso, fa un inchino senza aprire bocca e se ne va».
Morale: nella storia di Massenzio il vecchio Bunker deve essere
stato l' unico scrittore cui è bastato far valere per
un attimo la sua presenza fisica per guadagnarsi un' ovazione:
«Non ha fatto e detto nulla. Era come se tutto fosse stato
preparato da un regista. Dava l' impressione che con sedici
anni di galera alle spalle niente potesse metterlo in difficoltà:
era calmo, con i suoi occhi di una serenità quasi sorridente
e il viso segnato dalle tracce di una vita vissuta intensamente,
emanava vibrazioni quasi zen». L' autore di Educazione
di una canaglia arriva a Stile libero grazie a Niccolò
Ammaniti, che a un certo punto consiglia pure Lansdale. Per
trovare un personaggio fisicamente all' opposto rispetto al
gigante Bunker, bisogna ricorrere a un giovane di tutt' altra
pasta. È Michel Faber, l' autore de Il petalo cremisi
e il bianco: «Ci arrivò questo romanzo di 1.200
pagine e ne fummo conquistati quasi subito. Poi conoscemmo Faber,
un tipo efebico che dimostra vent' anni di meno, ossessionato
dalla propria identità sessuale, delicatissimo, dolce
ma capace di nervosismi improvvisi. Vive in Scozia, in una casa
isolata che costeggia la ferrovia, dove ha una straordinaria
collezione di vinili del pop-rock italiano anni ' 70. Conosce
a menadito i New Trolls, i Dick Dick, l' Equipe 84, i Camaleonti
». Il primo incontro a Roma ebbe risvolti inquietanti:
«Rifiutò un albergo a quattro stelle perché
detestava la chiave magnetica. Era tesissimo. Disse che preferiva
una locanda con le vecchie chiavi da inserire nella serratura
e lo portammo al primo piano di un palazzaccio equivoco vicino
alla Stazione Termini. Un salutista, come sua moglie».
A proposito di salute. C' è un caso tragicomico
che si addensò, a suo tempo, attorno alla redazione del
libro di Francesco Abate e Massimo Carlotto, Mi fido di te.
Cesari ci scherza su: «Abate era in attesa di un trapianto
di fegato, io in attesa di un trapianto di rene e in dialisi,
Carlotto aveva problemi di cuore. È stato l' editing
con il maggior numero di telefonini accesi per motivi ospedalieri.
Per fortuna tutto si è risolto bene, ma visto che stavamo
lavorando su un noir, ci aspettavamo che prima o poi qualcuno
accoppasse l' altro per espiantargli degli organi ».
Da Carlotto al giudice Giancarlo De Cataldo, il passo è
breve: «È uno dei maggiori esecutori di canzoni
di Leonard Cohen: canta e suona in casa con gli amici».
L' autore di Romanzo criminale conquistato dalla malinconia
blues di Cohen: «Ha una notevole capacità di intrattenitore».
Cesari ricorda le giornate di lavoro nella sua casa di Sabaudia:
«Lì De Cataldo è una specie di vitalissimo
satrapo orientale, con la sua famiglia allargata fatta di molti
amici che vanno e vengono. La mattina prestissimo si muove in
avanscoperta per andare al mercato e procurare il cibo per la
tribù: le fragole migliori, il pesce più fresco
». Ma è ai Luther Blissett che Repetti e Cesari
pensano quando vogliono mettere a fuoco il senso creativo del
loro lavoro di scouting: «Avevano pubblicato da Castelvecchi
un libretto intelligente di natura situazionista, Mind invaders.
Era il ' 97. Accettarono di incontrarci con molta diffidenza,
quasi carbonescamente, a Bologna, complice Loredana Lipperini.
Eravamo convinti di poter chiedere a quei ragazzi di scrivere
una narrazione, ma pensavamo a un librino di fantascienza cyberpunk
o a qualcosa del genere. Ci trovammo di fronte quattro signori
coltissimi, con grandi conoscenze storiche. Ci dicono: vorremmo
scrivere un romanzo di 600, ma forse di 900 pagine, e tirano
fuori una scaletta di 40 pagine, insomma la scaletta di quello
che sarebbe diventato Q. Ci siamo guardati in faccia. Andare
a Torino a proporre un romanzo storico di quattro ragazzi sulla
Germania degli anabattisti e delle eresie, con un protagonista
che non ha nome, non è stato semplice. Avevamo l' obbligo
di non superare una piccola cifra per i contratti e qui gli
autori erano quattro. Abbiamo detto di sì. A Torino,
Ernesto Franco disse: ok, fidiamoci. Roberto Cerati disse che
era una buona cosa, da fare Q è diventato un piccolo
classico, grande successo non solo per l' ambientazione ma perché
rendeva conto della sconfitta della rivoluzione». Lo stile
libero di Stile libero - che nella primavera 2009 lancerà
la sua nuova scommessa, un romanzo dell' editor trentenne Rossella
Postorino - suggerì, una decina d' anni fa, di inventare
la famosa antologia dei cannibali. Ne vennero fuori scrittori
tra loro molto diversi come Aldo Nove e Niccolò Ammaniti,
rimasti più o meno fedeli alla collana. Ricorda Repetti:
«Dopo Ti prendo e ti porto via, proposi a Niccolò
di scrivere una commedia horror: mandò le prime cento
pagine di Io non ho paura. Sulle prime fui preoccupatissimo,
perché non c' era niente di quel che mi aspettavo. Severino
fu molto più lungimirante di me, disse subito: "È
una favola archetipica meravigliosa"». Cesari: «Niccolò
quando è dentro una storia si trasfigura. Durate il lavoro,
se gli comunichi un dubbio, lui ci pensa e il giorno dopo puoi
star certo che viene fuori una pagina perfetta. Il lavoro di
editing è soprattutto un dialogo con l' autore: è
come se il libro avesse bisogno di uno spazio fisico per diventare
vero agli occhi dello scrittore. Niccolò sta bene solo
se immagina delle storie, se è attraversato da narrazioni.
Ricordo un viaggio in macchina verso Roma, in cui continuava
a tirar fuori spezzoni di racconti che aveva in testa».
I cannibali? «Giulio li volle conoscere tutti»,
ricorda Repetti. Giulio è Giulio Einaudi, ovvio.
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| DATA:26
settembre 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Giovanni
Curreli
FONTE:Opifìce
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In "Mi fido di te"
Massimo Carlotto e Francesco Abate intersecano i propri stili
per dar vita alla figura di Gigi Vianello, un cinico e risoluto
imprenditore che, poco più che ventenne, muove i suoi
primi passi nel campo del "commercio" occupandosi
dello spaccio di ecstasy nel Nord-est italiano.
Quello di Gigi Vianello è un mondo a suo modo perfetto
finchè un passo nella direzione sbagliata non lo manderà
a cocciare contro un potere più forte di lui.
Come nel resto della storia, però, Gigi saprà
cavarsela, perchè il personaggio creato da Carlotto e
Abate è uno che pur di salvare la propria pelle è
disposto a rovinare la vita di qualcun altro. Anzi, è
disposto a rovinare la vita di migliaia di persone. E' infatti
re-inventandosi imprenditore nel campo alimentare, che Gigi
riesce a risalire la china e crearsi il proprio piccolo "impero",
perchè Gigi non solo smercia grosse quantità di
prodotti ai più grandi distributori alimentari della
Sardegna (è infatti nell'isola che il ragazzo fugge dopo
i brutti affari occorsigli nel Nord-est), ma lo fa anche ad
un ottimo prezzo, prezzo che ovviamente è inversamente
proporzionale alla qualità dei cibi.
Ma come ogni grande criminale Gigi mostra alla società
la sua faccia buona, e come chi fa le guerre e si mette a capo
di chi ricostruisce o chi abbatte le foreste e finanzia il rimboschimento
in nome dell' ambiente, il buon Vianello è anche proprietario
di un ristorante per gourmet, espediente che lo mantiene immune
da qualsivoglia sospetto sulla propria attività. Così,
attraversando il dorato mondo del successo e della bellavita
sorretto da intricate e grigie conoscenze (giornalisti, imprenditori)
si va ad accarezzare la questione della sofisticazione alimentare.
Realtà che passa per le mani di sprezzanti imprenditori
che, devoti solo al profitto inondano le nostre tavole di cibi
delle più infime qualità grazie a false certificazioni
o ad accurati stratagemmi per nascondere le magagne che ci ritroviamo
ad ingurgitare.
E di questi tempi di porte aperte agli OGM, di cibi e di medicinali
arrivati dalle più disparate parti del mondo e entrati
nel nostro paese in chissà quali modi, il minimo che
questa lettura possa farci fare è guardare l'etichetta
di ciò che compriamo al supermercato e renderci consapevoli
che ciò di cui possiamo essere davvero certi è
solo ciò che ci produciamo o che comunque non passa per
la grande distribuzione. Fidarsi di se stessi dunque e non come
ironicamente recita il titolo del romanzo "di te",
titolo tratto da una canzone di Jovanotti che è solo
uno dei brani che, in un certo senso, fanno da colonna sonora
al libro (ricordiamo fra gli altri David Bowie, Iggy Pop e Lou
Reed) e ci accompagnano per l'escalation di efferatezze che
il protagonista sarà costretto a compiere per un' altra
intricata vicenda che lo colpirà a causa delle sua mania
di impunibilità e di un problematico ritorno di antiche
questioni.
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| DATA:21
settembre 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Alessandra
Anzivino
FONTE:Milano
Nera
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Prima cosa: svuota dispensa
e frigo, metti tutto in fila e leggi le etichette, distingui
commestibile da potenzialmente pericoloso e per una volta non
soffermarti sulle calorie.. poi butta quello che proprio salta
agli occhi che non va e rimetti via il resto, compresa la tua
convinzione di aver fatto piazza pulita dai veleni alimentari
che ingurgiti, i più subdoli sono rimasti nel tuo frigo
e nella tua dispensa.
Seconda cosa: apri gli occhi e guardati intorno, quanti simpatici
farabutti conosci? Li tolleri perché hanno un’attività
presentabile e bevono l’aperitivo a fianco a te il sabato
in piazza?sei nel loro sistema o tagliato fuori? Li considerano
tutti persone arrivate ma tu sai che oltre la loro apparente
rispettabilità c’è qualche losco affare..fai
l’eroe? Penso proprio di no..ti adegui..anche se questo
simpaticone sai che ti sta colpendo nel punto più vulnerabile:
la tua salute e quella della tua famiglia.
Terza cosa: Sono tutti così sereni attorno a te? Tua
figlia che inanella un trenta e lode dietro l’altro il
sabato che fa? Festeggia? O si ribella ad una strada che magari
gli hai battuto tu e che lei segue con svogliatezza?Tua moglie
è felice? O può potenzialmente mettersi in testa
strane idee e attuarle con il primo che capita che è
appena un po’ più furbo di te?
Mi fido di te è il romanzo delle questioni aperte.
Romanzo geniale perché ti fa riflettere e ridere e soprattutto
innesca dubbi su ciò che placidamente fai scorrere come
quotidianità.
E’ una caratteristica dei due autori instillare con sapienza
dei tarli nei lettori,questo romanzo insegna il sospetto, il
non fidarsi mai…e da qui il titolo provocatorio.
Gigi Vianello è il “vincente” ottimo prodotto
nord est esportato in Isola, come dire oltre alle gondole ricordateci
per il nostro fantastico intuito per gli affari.
Libro godibile e irrinunciabile, polemico e duro, l’esatto
contrario della mollezza e della superficialità nella
quale si sollazza l’esercito ben armato alle dipendenze
del protagonista.
Un j’accuse senza paura, contro un sistema di vita, ormai
sdoganato e accettato dai più, senza vera violenza ma
altrettanto devastante.
Da leggere! Anche eventualmente in vista della prova costume,
per un po’ vi farà un po’ schifo tutto!
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| DATA:16
agosto 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Fahrenheit
FONTE:Rai
Radio Tre
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Dal Nordest italiano a Cagliari,
tra mafiosi russi e imprenditori disinvolti, va in scena Gigi
Vianello. Un personaggio che riesce a unire nefandezza e innocenza,
convinto di farcela sempre e comunque, e che raggiunge nella
cialtroneria un suo cupo eroismo. Abate e Carlotto hanno scritto
un libro ribaldo e magistrale, che unisce al meccanismo implacabile
un godibile e scanzonato senso dell'umorismo. E che ci porta
per la prima volta nei territori sconosciuti della sofisticazione
alimentare. Ecco l'intervista a Francesco Abate e Massimo Carlorro
per Fahrenheit. Clicca e ascolta qui.
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| DATA:14
luglio 2007
TITOLO: "Merda o merdaccia" di Gianni Belloni
FONTE:Carta
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Nel gergo di Gigi Vianello,
il protagonista di «Mi fido di te», «merda»
e «merdaccia» hanno un senso preciso. «Merda»
sono gli alimenti con un livello medio/basso di sofisticazione.
Sono quelli che, a dosi piccole, fanno danni solo nel lungo
periodo. «Merdaccia», invece, è il cibo talmente
irriconoscibile e mutato chimicamente da poter essere anche
letale. La «merda» è destinata al mercato
italiano, la «merdaccia » invece finisce spesso
in Grecia. Spesso, ma non sempre.
Dopo aver letto il romanzo di Massimo Carlotto e Francesco Abate
gli scaffali del supermercato diventano un campo minato: ci
si aggira guardinghi, cercando di evitare tutto ciò che
più facilmente si presta alla manipolazione chimica.
«Mi fido di te», però, è anche un
trita-miti: quello del nordest onesto e operoso, già
massacrato da Carlotto e Marco Videtta in «Nordest»
[edizioni e/o, 2006], ma anche quello della Sardegna «felix»,
che Abate aveva sviscerato in «Getsemani» [Frassinelli,
2006]. E soprattutto il mito del cibo italiano, che in tempi
di globalizzazione del gusto e di arroccamenti gastroleghisti
diventa il fondamento di identità inventate, nazionali,
locali e perfino familiari.
Per come le descrivete, le sofisticazioni alimentari
sembrano un elemento strutturale del moderno mercato del cibo
e non un «prodotto di scarto» o residuale. Quanto
è esteso il fenomeno?
Il sistema alimentare moderno, nella sua dimensione industriale,
è sofisticato di fatto. In generale gli alimenti sono
di qualità medio bassa e, secondo l’Organizzazione
mondiale della sanità, sono responsabili dell’insorgere
di tumori, diabete e malattie cardiovascolari. La scelta del
profitto a danno della qualità ha portato all’eliminazione
delle sostanze «buone», come vitamine, minerali
e acidi grassi, e la loro sostituzione con quantità nocive
di zuccheri, sale e grassi idrogenati. Inoltre, la struttura
del sistema facilita la circolazione e l’assorbimento
da parte del mercato di alimenti completamente sofisticati e
di provenienza illecita. Già nel 2004 la Direzione investigativa
antimafia aveva preso atto del coinvolgimento organico della
camorra nella sofisticazione alimentare in Campania. Ma tutte
le cosiddette organizzazioni criminali transnazionali investono
uomini e mezzi in questo settore. Rischi bassissimi, ottimi
guadagni, e possibilità di riciclare grandi quantità
di denaro sporco.
«Siamo ciò che mangiamo»: nel vostro
libro emerge con evidenza, insieme ai traffici dei cibi adulterati,
una società involgarita. Si tratta di un legame indissolubile?
Sì. Raccontare una storia criminale è una scusa
per raccontare la realtà politica, sociale, economica
e storica che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo.
Nel nostro caso abbiamo voluto usare l’inchiesta sulla
sofisticazione come metafora di una società sempre più
adulterata e finta, lontana dai bisogni reali delle persone.
Le grandi multinazionali dell’industria alimentare spendono
ogni anno 20 miliardi di dollari per le ricerche su nuovi sapori
e nuovi colori. Il fine è solo estetico, non qualitativo.
Un’aberrazione che riflette molti aspetti della società
in cui viviamo.
Thailandia, Cina, Brasile, Olanda: triangolazioni globali
del mercato del cibo: com’è possibile che i controlli
vengano elusi con tanta disinvoltura?
Le leggi che regolano la qualità dei prodotti e la loro
circolazione sono notoriamente insufficienti, ma quello che
accade oggi a livello europeo dimostra l’influenza di
vere e proprie lobby, al servizio dell’industria alimentare,
che operano sul piano legislativo per rendere legali prodotti
e procedure industriali nocive per la salute dei consumatori.
L’unica cosa di cui sembrano aver timore i contraffattori
sono le associazioni di consumatori. Possono avere davvero tanto
potere?
Le associazioni dei consumatori vigilano sulla qualità
degli alimenti in totale indipendenza. I test sui prodotti sono
molto temuti perché sono obiettivi, ma i risultati raggiungono
a livello informativo un numero limitato di persone. Da molti
anni sono socio di Altroconsumo e devo ammettere che mi ha insegnato
ad essere un consumatore «intelligente », e la rivista
è ormai una guida indispensabile nell’acquisto.
L’associazione da anni si batte su molti fronti con esiti
alterni e questo dipende, come ben sappiamo, dai rapporti di
forza in campo politico ma, in generale, non ha la forza per
controbattere il potere persuasivo della pubblicità.
Nel libro descrivete le serate di degustazione dei
vini e insieme i traffici per la loro adulterazione. Accompagnato
da una vera e propria ossessione per il cibo e il vino raffinato
assistiamo al disastro che ben descrivi. Solo i ricchi si possono
salvare dalla «merda » e dalla «merdaccia»
della contraffazione alimentare?
Un consumatore ben informato si può difendere bene anche
senza essere ricco. Il fatto è che la qualità
degli alimenti è molto stratificata. La sinistra se ne
è resa conto anni da, riscoprendo il «gusto»
e il rapporto tra qualità dei prodotti enogastronomici
e qualità della vita, e molto è stato fatto in
questa direzione anche in campo internazionale. Il problema
è che la qualità costa, e soprattutto la qualità
è business. E non tutti se la possono permettere. Le
differenze di classe sono immediatamente riscontrabili nella
cultura enogastronomica delle persone e nei contenuti dei frigoriferi
e delle cantine. Bisogna distinguere anche tra medio, buono
ed eccellente. Quest’ultimo è alla portata dei
redditi alti.
Quale livello di corruzione avete riscontrato nelle
vostre indagini tra chi dovrebbe fare i controlli?
La corruzione è un passaggio necessario in questa attività
criminale. Ripercorrendo le numerose inchieste dei Nas e della
magistratura abbiamo sempre riscontrato la presenza di indagati
o imputati tra coloro che, per legge, dovevano vegliare sulla
qualità dei prodotti e quindi sulla nostra salute. Ci
siamo resi conto che l’opinione pubblica dà per
scontata l’esistenza della corruzione ma è ben
lontana dall’avere la percezione esatta della vastità
del fenomeno.
A leggere il vostro libro sembra che non ci sia etichetta
o marchio di qualità che tenga: tutto può essere
falsificato. È così? I marchi di certificazione
vengono utilizzati per rivestire a nuovo cibo scadente?
Tutto viene rigorosamente falsificato. Il recente scandalo del
dentifricio cinese è un esempio perfetto. Addirittura
le sigarette di contrabbando sono fasulle. Il pacchetto è
identico ma il tabacco è pessimo e, se possibile, più
nocivo. Il marchio non è più sufficiente a dimostrare
una certa qualità, e nel settore alimentare è
difficilissimo individuare questa merce infiltrata.
Con questo libro torni anche nel nordest, simboleggiato
dalla famiglia Sambin, malavitosi attaccati alla ricchezza e
al consumismo, ma anche ai cosiddetti «valori della famiglia».
Ma il nordest non cambia mai?
No. Non solo insiste pervicacemente a volerci far mangiare a
tutti i costi le vongole nate e cresciute nelle acque che lambiscono
Porto Marghera, ma riesce a coniugare i valori tradizionali
della campagna e nuovi modelli economici anche nell’illegalità.
Non a caso il nordest viene considerato come il più importante
laboratorio criminale d’Europa, dove la connessione tra
economia legale e illegale produce merci e ricchezza e cultura
criminale di alto profilo.
Tra le cose che avete indagato e scoperto, e che raccontate
nel libro, qual è quella che vi ha colpito, o inorridito
di più?
In realtà è una cosa che non abbiamo scritto e
riguarda la pubblicità. Quello che vediamo sui giornali
o alla televisione e che ci appare così bello e buono,
generalmente è finto. Gomma, plastica, cartone, gelatine
e colori vengono usati per riprodurre l’immagine di alimenti
che hanno già il difetto di essere di qualità
medio bassa. Ci ha impressionato il livello di inganno dell’offerta
pubblicitaria.
La metamorfosi dei gabbiani, incattiviti e oramai carnivori,
è l’immagine che usate per descrivere tutti noi.
Ma ci sono anche movimenti che cercano di andare in direzioni
diverse recuperando un rapporto tra chi produce il cibo e chi
lo consuma: hai avuto modo di confrontarti anche con loro, dopo
l’uscita del libro?
Certo. E il libro è stato scritto pensando ai movimenti
e all’importanza strategica del loro agire. Molti lettori
ci hanno chiesto un confronto e una proposta. Noi siamo convinti
dell’importanza della filiera corta per i prodotti coltivabili
in loco e dello sviluppo del mercato equo-solidale per tutti
gli altri. Noi siamo solo autori di «noir» ma il
tema è così importante che siamo stati costretti
a uscire dal nostro ruolo e a esprimerci in termini «direttamente»
politici. È la prima volta che un romanzo produce un
effetto collaterale del genere, ma noi ne siamo ben contenti
perché significa che il «noir» è uno
strumento che permette di sviluppare inchieste di ampio respiro.
La nostra è durata due anni.
Come si compra il silenzio dei cosiddetti grandi media su questi
argomenti?
Per esempio, è molto difficile che un saggio sulle problematiche
dell’industria alimentare venga recensito con evidenza
dai media e il motivo è molto semplice: si chiama pubblicità.
Quella del settore fa circolare un sacco di quattrini, troppi
per rischiare di perderla. Trovano spazio solo le notizie legate
alla rete criminale vera e propria. E a volte nemmeno quelle.
Cibo indipendente, stampa indipendente: un nesso paradossale?
No, anzi. È la strada da percorrere. E bisogna farlo
senza perdere altro tempo. Si parla ancora troppo poco di qualità
del cibo e invece dovremmo informare di più i cittadini-consumatori
per costruire insieme nuove strategie.
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| DATA:14
luglio 2007
TITOLO: "Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio"
di Daniele Gouthier
FONTE:Il
Mito di Erdòs
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Massimo Carlotto è uno
che capisce l’Italia. L’Italia di oggi ma soprattutto,
forse, l’Italia che sta per arrivare, quella di domani,
dopodomani al massimo. Studia, e si vede!, l’ambiente,
i dettagli e le particolarità di ogni suo libro.
Quello che è uscito quest’anno (Mi fido di te,
Einaudi), l’ha scritto assieme a Francesco Abate. E i
due devono aver messo le mani ben a fondo nel marcio delle nostre
mense.
Della storia ovviamente taccio. Del contesto, basti sapere che
la sofisticazione alimentare – quella dei nostri alimenti
di tutti i giorni – è l’attività del
protagonista che si cela dietro un raffinato ristorante da gourmet.
Mi fido di te vale più di tanti saggi sulla comunicazione
del rischio. È pura scienza applicata alla pancia. E
di pancia sono tutte le paure sui cibi “cattivi”
che Abate&Carlotto ci mettono in circolo.
I noir di Carlotto normalmente li divoro, questo va riassaggiato
per assaporarne il retrogusto, per abbandonare la banalità
della vicenda del simpatico Gigi Vianello e godersi sino in
fondo il mondo della vendita di alimenti, più o meno
all’ingrosso, più o meno adulterati, più
o meno controllati, che noi tutti mangiamo.
Scienza-tecnica-tecnologie alimentari-cibo-pancia-io è
una di quelle catene che consapevolmente o meno abbiamo tutti
in testa. E in genere dove c’è scienza c’è
sospetto. Ad esempio, vale la proporzione bio:buono=ogm:cattivo.
Abate&Carlotto scardinano questa proporzione e spargono
il sospetto su tutte le nostre tavole. Il veleno non serve che
lo spargano, quello c’è già e ce lo mettono
quelli che ci vendono il cibo.
Conclusione: se siamo ciò che mangiamo, dopo aver letto
(e soprattutto riletto) Mi fido di te, sappiamo di essere delle
merdacce.
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| DATA:10
luglio 2007
TITOLO: "Gialli, noir & Co. Delitti da viaggio "
di Luca Crovi
FONTE:Il
Giornale
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Se fare la valigia per le vacanze
è sempre stato complicato, farla in questi giorni, in
cui si sono irrigidite le norme di controllo aereo, lo è
ancora di più. I libri voluminosi potrebbero nascondere
qualcosa di impenetrabile ai raggi X e questo vi costringerebbe
a mostrarli agli agenti (anche se nessuno di loro ipotizzerà
che il vero pericolo esplosivo sia contenuto nelle parole di
quei volumi).
Onde evitare inconvenienti vi proponiamo una lista di libri
non particolarmente ingombranti per il trasporto. Per cominciare
con il passo giusto le vostre crociere con delitto estive è
adattissimo Le inchieste del commissario Collura (Mondadori,
pagg. 109, euro 8) di Andrea Camilleri. Farete qui la conoscenza
del commissario di bordo Vincenzo Collura, un ex poliziotto
amico di Montalbano il quale, ferito durante una sparatoria,
vive una convalescenza forzata proprio su una nave da crociera,
scoprendo che anche i detective di bordo possono non annoiarsi,
occupandosi di casi «piccoli e divertenti» come
«il mistero del finto cantante, il fantasma apparso in
una cabina, lo scambio tra due gemelle». Nello zaino i
camilleriani doc dovranno inserire anche La pista di sabbia
(Sellerio, pagg. 263, euro 12), indagine che vede il commissario
Montalbano ficcare il naso nel mondo delle scommesse clandestine
di cavalli. Un territorio criminale esplorato anche in tre recenti
racconti raccolti nel volume Fotofinish (Edizioni Ambiente,
pagg. 125, euro 10) firmati da Giacomo Cacciatore, Gery Palazzotto
e Valentina Gebbia.
Se volete, invece, essere consapevoli della qualità dei
cibi che potreste mangiare negli hotel e nei ristoranti che
visitate, ecco Mi fido di te (Einaudi, pagg. 175, euro 14) di
Massimo Carlotto e Francesco Abate, che ci raccontano le malefatte
di un business man della ristorazione italiana. A scoprire il
fascino del medieval mistery vi aiuterà Il guaritore
di maiali (Kowalski, pagg. 352, euro 16) di Lorenzo Beccati.
Nel caso poi sentiste la mancanza delle atmosfere nebbiose di
una città come Milano, vi basterà una copia de
La donna del campione (Rizzoli, pagg. 388, euro 18,50) di Piero
Colaprico o Il giovane sbirro
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| DATA:10
luglio 2007
TITOLO: "Prodotti taroccati, è il business della mafia"
di Giovanni Nardi
FONTE:Il Resto del Carlino e Il Giorno
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L’invasione nei supermercati
di dentifrici adulterati, di probabile provenienza cinese? Non
è certo una novità. Per lo scrittore Massimo Carlotto
rientra nella sempre più massiccia immissione sul mercato
di prodotti sofisticati o inquinata da parte di produttori senza
scrupoli, quando non di organizzazioni criminali.
Carlotto ha pubblicato nell’aprile scorso per Einaudi,
insieme con il giornalista e dj Francesco Abate, un libro dal
titolo Mi fido di te, nel quale racconta questo mondo di sofisticazioni:
il suo è un noir, genere di cui è apprezzato specialista.
«Certo il nostro è un romanzo, ma ogni elemento
contenuto nel libro — ci dice — è il frutto
di accurate indagini e corrisponde a verità. Oggi buona
parte dell’industria alimentare produce cibi di qualità
medio bassa, potenzialmente dannosi per la salute».
Che cosa avviene, in particolare?
»Dagli alimenti spariscono le sostanze ‘buone’,
come per esempio le vitamine, i minerali e gli acidi grassi,
sostituiti nel ciclo produttivo da sale, zuccheri e grassi idrogenati.
Sostanze che, secondo l’Organizzazione mondiale della
sanità, favoriscono l’insorgenza di malattie cardiovascolari,
del diabete, di tumori».
In questo mercato, la Cina è responsabile di
altri prodotti nocivi, oltre ai dentifrici?
«Ricordo prodotti di erboristeria, soprattutto una pappa
reale prodotta attraverso sostanze illegali. Ma ce ne sono certamente
altri, dato che legislazione e controlli sono molto carenti».
Che cosa bisognerebbe fare, per impedire l’immissione
al consumo di tali prodotti?
«Occorrerebbe innanzitutto una legislazione accurata,
non solo in Cina ma dappertutto, e specialmente in Europa. Dove
purtroppo il mercato è condizionato da lobby molto potenti,
in grado anche di influire su leggi e regolamenti».
Ma non si potrebbe intanto sensibilizzare l’opinione
pubblica?
«La cosa riesce nei casi più eclatanti, come avvenne
anni fa per il vino all’etanolo o per l’olio di
colza. Ma anche un piccolo libro come il nostro può servire.
Infatti attraverso sia Internet, sia col passaparola, si sta
formando un black list, un lista nera di prodotti da non comprare
e non consumare».
In questo quadro, come s’inserisce la criminalità
organizzata?
«Dati gli enormi guadagni garantiti dall’impiego
di sostanze ‘cattive’ rispetto a quelle buone, le
organizzazioni criminali sono entrate alla grande nel meccanismo
di produzione e di distribuzione alimentare. Fin dal 2004 la
Direzione investigativa antimafia avvertiva che la camorra stava
investendo massicciamente nel settore, perché si rischia
assai meno rispetto alla droga, e si guadagna addirittura di
più».
Come si riscontra il sempre più dilagante uso
di sostanze nocive o comunque non utili alla nostra salute?
«Una conferma indiretta ci viene dagli anatomopatologi,
i quali nel loro lavoro trovano i cadaveri conservati assai
meglio rispetto al passato. E questo perché i conservanti
di cui sono imbottiti gli alimenti — esemplare il caso
delle insalate preconfezionate — finiscono col fissarsi
nel nostro corpo, con tempi di decadimento molto lunghi».
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| DATA:5
luglio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Vittorio Coletti
FONTE:L'Indice
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Massimo Carlotto (mi scuso
con Francesco Abate se mi occupo soprattutto del suo partner
più famoso recensendo l'opera che hanno fatto insieme)
è uno scrittore che mi è sempre piaciuto. I suoi
gialli, così attenti allo sfondo socioeconomico del Nord-Est
italiano e degli anni novanta, sono romanzi avvincenti e intelligenti,
spietati e lucidi, controllati da un'ottima scrittura, da una
regia oculata, da un'astuzia di montaggio non comuni. Da ultimo,
Carlotto mi dà però la sensazione di essere un
po' in affanno, di restare troppo sul sicuro ma anche prevedibile
terreno su cui ha costruito la sua fortuna. Questo romanzo,
scritto con Abate, mi conferma la sensazione che avevo avuto
già davanti a Nordest, steso in collaborazione con Marco
Videtta. Mi fido di te è un giallo, ma meglio bisognerebbe
dire un nero, costruito con una tecnica efficace, ma troppo
scoperta e gratuita: quella di evitare accuratamente che ci
sia anche solo un momento, anche solo un personaggio non negativo,
squallido, malvagio, disonesto. Tolti due semplici poliziotti
di contorno (ma lui è insopportabile col suo tic linguistico
meridionalesco e furbesco, lei fa pena con il suo look scadente),
tutti i protagonisti del libro sono o irrimediabilmente stupidi
(in particolare le donne) o radicalmente malvagi e amorali.
Non solo. La realtà dentro cui si muovono è anch'essa
corrotta, stolida e brutta: dagli abiti alle automobili alle
case alle feste alla politica. Droga, denaro, malaffare sono
le sole attività praticate. L'immagine compiuta della
società è quella che emerge dai cibi, tutti (tolti
pochissimi, molto difficili da reperire) guasti, contraffatti,
pericolosi. Tutti i personaggi sono infatti intossicati da ciò
che imprudentemente mangiano e della cui tossicità neppure
si accorgono. Solo il narratore, per un po', non si fa avvelenare
in cucina, perché lui è nel ramo della distribuzione
dei cibi scadenti e scaduti, dei componenti chimici sostitutivi
di quelli naturali nell'alimentazione, di partite di porcherie
riciclate nelle offerte speciali dei supermercati. Ma poi anche
lui deve farsi di pillole e cibarsi di schifezze, se vuol sopravvivere.
Le disavventure del protagonista stanno dentro le coordinate
invalicabili del marcio e della stupidità (commette,
per pura scemenza, un crudele delitto che lo rovina, distruggendo
il suo perfetto esercizio criminale), come tutto il resto dell'Italia
toccata nel romanzo (Sardegna e Veneto) e del pezzo di Russia
cui il lettore arriva all'ultimo (ovviamente quella della peggiore
mafia del mondo). Non c'è nessuna remora morale, neppure
affidata a un paesaggio, a un animale (anche i gabbiani sono
immondi e malvagi), a una figura secondaria. Ci sono solo corruzione
e violenza.
Ora, che sensazione si ha leggendo questo romanzo? Che gli autori
abbiano approfittato a man bassa della facile attrazione per
il male, il sordido, il cattivo (la giovane e potente malavitosa
sfatta dalla droga e obesa, vogliosa di sesso e dominio è
il ritratto vomitevole ed efficace di questa umanità
senz'anima e cervello), di cui hanno infilato nel libro quantitativi
superiori al lecito (non intendo, si badi, il lecito etico o
realistico, ma quello letterario).
Un romanzo è, per restare alle metafore alimentari, un
dolce in cui non puoi mettere troppo zucchero o troppa panna.
Il racconto del male non può essere brutto; il buio non
si vede se non si accende mai una luce. E invece Abate e Carlotto
hanno preso la scorciatoia dell'effettaccio, della melma disgustosa
spalmata a piene mani, della sequenza di negatività moltiplicabili
all'infinito. A un certo punto questo libro rischia di assomigliare
a un filmino pornografico, dove, dopo un po', la scena non può
che ripetersi e annoiare.
Sono sicuro che i due autori ne sono consapevoli. La loro ha
tutta l'aria di essere un'operazione a freddo, fatta per dimostrare
come si può scrivere un noir italiano oggi, con un occhio
già all'eventuale riscrittura cinematografica. La percezione
acuta della società, dei costumi; lo sguardo sull'Italia
attento e spregiudicato che si coglievano nei primi libri di
Carlotto è ora una trouvaille letteraria, prevedibile
e ripetitiva dopo poche pagine. Non basta riempire il magazzino
di tutto il peggio che c'è in giro (dai Suv ai telefonini,
dalla politica alla delinquenza) per farne l'appartamento tipo
della vita moderna, da osservare con intelligente ripugnanza.
Resta solo la ripugnanza, ma non vai troppo in là solo
con gli effetti schifosi. Gli autori sono bravi a suscitarli
e con essi catturano il lettore, che però termina il
libro con un'impressione di falso, di esagerato, di inutile.
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| DATA:5
luglio 2007
TITOLO: "Arrestate quelle vongole" di Massimo Carlotto
FONTE:L'Espresso
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Gigi Vianello è
il proprietario del ristorante per gourmet Chez Momò
dove, al riparo da piatti salutisti e raffinati, guadagna soldi
riciclando e smistando partite di cibo sofisticato in ogni angolo
del pianeta. Cibo che va nei discount, dove è costretto
a fare la spesa chi non può andare tanto per il sottile,
nei ristoranti alla buona o nelle mense dei poveri e della comunità:
così prende il via il nuovo best seller di Massimo Carlotto
e Francesco Abate: 'Mi fido di te' (Einaudi Stile Libero). È
basato su casi realmente accaduti e il pubblico se ne è
accorto, dando vita a un susseguirsi di forum tra i lettori
e a una sorta di lista nera dei cibi sofisticati. Ecco come
ce la racconta l'autore.
Il campanello d'allarme ha suonato tre volte. Anche se i sensori
erano accesi da tempo. Marzo 2004, relazione della Direzione
investigativa antimafia al Parlamento. Cosa dice? La camorra
ha ampliato il giro dei propri affari investendo nella sofisticazione
alimentare. Aprile 2005: nel mantovano la Guardia di Finanza
scopre un ciclopico giro di latte adulterato. Poi, ecco un'intercettazione
fra due 'venditori'che si accordano: "La produzione merda
al mercato nazionale, la merdaccia a quello greco". È
da qui che la realtà ha toccato le corde della trasposizione
letteraria per dar vita al romanzo che trascina il lettore fra
gli abissi di un nuovo mondo criminale, dove il delitto si consuma
attraverso ciò che quotidianamente ingeriamo a favore
di speculazioni miliardarie.
Andare alle radici dell'avvelenamento della vita ha scatenato
un gioco di rimandi dove realtà e fiction narrativa hanno
finito per non essere più distinguibili perché
identiche. Solo un esempio. Alcuni informatori ci avevano segnalato
la dubbia genuinità delle vongole pescate in alcuni tratti
della laguna di Chioggia. Le indicazioni erano chiare tanto
da spingerci a utilizzarle per l'avvio del nostro racconto.
Aprile 2007 (in contemporanea con l'uscita del romanzo) 'la
Repubblica' titola: 'A pesca nella Laguna dei veleni. Ecco le
vongole del Petrolchimico'. Un riassunto dei fatti: le vongole
vengono pescate a tonnellate nelle acque contaminate, il lavoro
viene affidato a extracomunitari, i battelli utilizzati sono
moderni e veloci, gli introiti sono milionari, le vongole cariche
di batteri finiscono non si sa mai dove.
I casi sono tanti. A volte vengono classificati come le stranezze
di tre balordi che si sono inventati un rocambolesco trucco
per far denari. Ma si sbaglia. Il sistema va inquadrato all'interno
di gruppi ben strutturati che hanno individuato nella sofisticazione
un settore in continuo sviluppo: si fanno soldi a palate, si
rischia meno che trafficare in stupefacenti. L'equazione: si
immette sul mercato cibo di improponibile qualità, costi
dunque bassi, e lo si rivende al giusto prezzo.
Alla luce di tutto ciò si è scatenato sul Web
un passaparola fra i lettori-consumatori sempre più spaventati.
Da qualche nome sospetto sembra si sia arrivati a una lista
che, come un samizdat dei vecchi tempi, denuncia e mette in
guardia. Non ci sono ancora tutti gli elementi per confermare
la reale esistenza della black list. È sicuro invece
che i consumatori pubblicano nei forum i casi di sofisticazione
alimentare venuti alla luce. La paura ha portato ad alzare il
livello del controllo anche in chi era sordo agli avvertimenti
delle associazioni che su questo fronte spendono da anni entusiasmo
e fatiche. Non solo ci si chiede se ciò che acquistiamo
sia merdaccia in arrivo da un sistema illegale che riesce a
infiltrarsi nel ciclo distributivo, ma si cerca di capire quanto
nell'industrializzazione della preparazione dei cibi sia stato
sacrificato alla voce salute. A chi sta animando il passaparola
su Internet non è sfuggito che vitamine, minerali e acidi
grassi spariscono nel ciclo produttivo e vengono sostituite
da grandi quantità di sale, zuccheri e grassi idrogenati.
Non passa neppure in seconda linea il fatto che solo una bassa
percentuale (fra il 2 e l'1 per cento) degli additivi serve
a conservare gli alimenti mentre la restante percentuale svolge
un ruolo aromatico ed estetico.
Il timore genera anche fobie: è da anni che l'influenza
punta sempre più a minare l'apparato digerente, causando
nausee e diarree. Strappa un sorriso la frase ricorrente: "Tranquillo
è l'influenza che quest'anno prende così".
Salvo porsi il dubbio se si tratti di intossicazione alimentare
diffusa da un sistema sbagliato. Esagerazioni? Suggestioni?
Forse.
Però è bene ricordare un episodio che racchiude
in se la precarietà di questa epoca gastronomica. Maggio
1981, a Madrid si scatena un'epidemia di broncopolmonite. Sono
20 mila i contagiati, 12 mila i ricoveri, 400 i morti. Si capisce
che le cause non sono quelle 'classiche', il virus è
particolarmente resistente e aggressivo. Poco dopo si stabilisce
che si tratta di avvelenamento di olio di colza addizionato,
importato illegalmente dalla Francia e venduto nel quartiere
più colpito da alcuni ambulanti. Oggi le autorità
sono ancora divise sulle cause esatte di quella mattanza.
Nessun dubbio invece sul significato di un'intercettazione dei
Nas campani impegnati nell'operazione 'Meat Guarantor'. Il macellaio:
"La carne non si riesce a vendere, è verde dentro,
è tutta verde".
Il venditore: "Realizza i quarti, realizza qualche cosa.
C'è sempre un po' di carne che si può recuperare...
In qualche maniera... Macinata...".
Facile capire allora perché in un forum un lettore chiede
a un altro: "Ma allora, cosa ci è restato da mangiare?".
L'altro risponde: "Le unghie".
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| DATA:4
luglio 2007
TITOLO: "Ma che cibo è?" di Nicoletta
FONTE:BioBlog
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“Io, comunque il pollo
non lo mangiavo più da anni, da quando avevo scoperto
che molti allevatori rimpinzavano le loro bestiole di cloranfenicolo
di produzione cinese, un antibiotico che salvaguardava il pollaio
da ogni malattia ma nell’uomo era solo cancerogeno”.
“Ma il vero affare del pollo erano le polpette…..Gli
scarti che le grandi aziende dovevano ufficialmente smaltire
come rifiuti venivano introdotti in una gigantesca tramoggia
di acciaio inossidabile che li triturava e li sminuzzava fino
a renderli un composto omogeneo. Il vero sapore del pollo veniva
dato dalla pelle. Quelle più sane e legali ne avevano
il 15 per cento, quelle che mi procurava Rocco molto meno ma
con una bella percentuale di gomme emulsionanti per evitare
la disgregazione dell’impasto”.“Odore e sostanza
non sono la stessa cosa. I francesi producevano da tempo vaporizzatori
di ‘estratti naturali’ da usare nei ristoranti al
momento di far uscire il piatto dalla cucina. Un bel vassoio
di tagliatelle con funghi di pessima qualità veniva spruzzato
di estratto di funghi porcini e il naso del cliente era più
che soddisfatto…”
Agghiacciante, non è vero? A leggere queste frasi (ma
ce ne sono molte altre di pari livello di sofisticazione…)
vengono i brividi lungo la schiena. Un effetto horror studiato
e voluto da Francesco Abate e Massimo Carlotto nel loro ultimo
romanzo noir, “Mi fido di te” (Einaudi, 14 euro).
Il protagonista, Gigi Vianello, è un disgraziato purtroppo
come tanti oggi, che cerca di arricchirsi in fretta e senza
scrupoli. Comincia a spacciare droga in pasticche nelle discoteche
venete e poi passa al più lucroso (chi l’avrebbe
detto) affare delle sofisticazioni alimentari. Per motivi personali
arriva anche a uccidere, ma l’omicidio e i suoi corollari
interessano poco.
Il vero protagonista del libro è la denuncia implicita
di un sistema schifoso e vergognoso. I due scrittori si sono
ben documentati e per questo quello che dicono nel libro mette
paura. Perchè è vero. Non ci immaginiamo neanche
quante frodi alimentari vengono commesse. Ogni tanto si legge
di qualche blitz del Nas (Nucleo anti sofisticazioni) in un
ristorante o in un supermercato. Merce avariata, mal congelata,
pezzi di topi in lattina…Ma questo è niente, robetta.
Il grande business è, come scrivono gli autori, un altro.
Scarti tossici, partite di grano ai pesticidi, animali imbottiti
di antibiotici. Quello che si legge ha dell’incredibile.
Ancor più perchè è scritto sotto forma
di romanzo. E non sotto forma di denuncia da parte di un movimento
di tutela dei consumatori oppure da parte di un giornale.
Questa del libro-denuncia del resto, è la nuova tendenza
dell’editoria (vedi Edizioni ambiente): il noir che tratta
temi ambientali, parla di ecomafie, etc. Benvenga dico io, benvenga
se può servire a scuotere gli animi e a far indignare
le coscienze. Benvenga se serve a dare una scossa e magari a
scardinare le regole del mercato di questo sporco business.
I giornalisti spesso si sentono impotenti perché scrivono,
denunciano e poi non succede niente. Chissà che ora gli
scrittori non diano loro una mano. Nel frattempo occhio a cosa
si mette in tavola. Occhio alle etichette e, soprattutto, occhio
ai prezzi. Sempre più spesso il basso costo è
sinonimo di basso livello qualitativo e, ancora peggio, di prodotto
sofisticato che mette a rischio la nostra salute.
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| DATA:24
giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Benedetta Masera
FONTE:Buon
Per Noi
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Da farci un film. Un noir
dove il protagonista smercia grano canadese, categoria 5, la
più scarsa che anche le autorità canadesi ne hanno
vietato il consumo. Invece questo grano finisce nei mulini della
nostra Sardegna, impacchettato e commercializzato sotto forma
di accattivanti merendine. E' solo l'inizio di una storia agghicciante,
che invece è tutta realtà.
Sardegna. Una bella mattina
d’estate. La coda di auto che pigra va verso il mare.
Quasi uno scenario idilliaco, finché non entriamo nell’abitacolo
di una delle auto, a spiare i pensieri del conducente. Guarda
una bella donna con il suo bambino a fianco. Il bambino gli
sta antipatico, ma si consola notando la merendina che il piccolo
divora con avidità: sa bene di cosa si tratta, visto
che chi produce le merendine è un suo cliente. Quelle
merendine sono fatte con un ovoprodotto proveniente da una ditta
di riciclaggio di rifiuti del torinese che “invece di
smaltire uova ammuffite, rotte, invase dai parassiti, le ripuliva
alla buona dalla putrescina e dalla cadaverina e le trasformava
in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini pronti per
essere versati nelle impastatrici delle industri dolciarie”.
Inizia così l’ultimo libro di Massimo Carlotto,
scritto insieme a Francesco Abate, Mi fido di te (Einaudi
Stile Libero, pagg. 175, € 14), una trama nera che più
nera non si può, protagonista uno di quegli odiosi personaggi
a cui Carlotto ci ha abituato da tempo, Gigi Vianello. Ma le
storie che Carlotto e Abate raccontano non sono proprio tutta
fantasia, anzi non lo sono affatto.
“Io e Francesco Abate avevamo voglia di scrivere un romanzo
insieme. Lui è caposervizio dell’Unione Sarda,
è un ottimo giornalista investigativo e scrive anche
romanzi. Il nostro intento era raccontare una storia noir con
un nuovo personaggio cattivo in grado di raccontare le parti
cattive della nostra società, una storia di ampio respiro,
però ci premeva rispettare la norma del noir moderno,
che è quella di raccontare fatti assolutamente veri.
E tutto quello che noi raccontiamo sulla sofisticazione alimentare
è rigorosamente vero”. Pessima notizia per il lettore,
che dopo avere avuto a che fare con partite di grano scartate
dal Canada perché ritenute pericolose per gli animali
e che invece si riversano tranquillamente nei pastifici pugliesi,
polli nutriti a antibiotici cancerogeni (e questo solo nelle
prime 15 pagine) ha già la tentazione di smettere di
mangiare.
Cosa spinge a scrivere un libro così?
Un episodio mi ha fatto scattare un campanello d’allarme.
Per due anni ho dato a mio figlio un integratore alimentare
a base di pappa reale (di una notissima casa di erboristeria
italiana) per poi scoprire che il prodotto è stato ritirato
perché la pappa reale era cinese e fortemente contaminata
da antibiotici, antibiotici assolutamente nocivi per un bambino.
Infatti il pediatra mi diceva “Ma questo bambino non si
ammala mai?”. Per forza, era strapieno di antibiotici.
Ecco come ho cominciato ad indagare, e poi con Abate abbiamo
voluto scrivere un libro per lanciare l’allarme.
E infatti ci siete riusciti poiché dopo l’uscita
del libro siete invitati a parlare di sofisticazione alimentare
e ora siete tra i maggiori esperti. Anche se il livello di coscienza
del consumatore su quanto si mangia è più alta
rispetto a un tempo, quello della sofisticazione alimentare
non riempie certo le prime pagine dei giornali. Perché?
Se ne parla solo nei canali secondari, e il motivo c’è.
I giornali hanno paura di perdere dalle loro pagine la pubblicità
delle grandi aziende alimentari. Anche se vengono scritti saggi
sull’argomento, in genere non vengono tradotti o peggio
non vengono recensiti.
Chi ha letto il libro non è rimasto indifferente e lo
dimostrano le mail che riceviamo quotidianamente da parte di
lettori preoccupati che hanno capito che abbiamo scritto delle
cose vere e che vogliono sapere cosa sta succedendo.
Lei qualcosa dovrà pur mangiare. Come pensa di
salvarsi?
Adesso mangio molto biologico, seguo in maniera rigorosa le
indicazioni di Altroconsumo, una associazione intelligente che
lavora con metodo capace di denunciare.
Secondo lei la grande distribuzione cosa può
fare per garantire la salute dei consumatori?
Può fare molto. Secondo me potrebbe nascere
una nuova Grande alleanza: biologico, equo e solidale e grande
distribuzione. Faccio un esempio: stando alle analisi di Altroconsumo,
risulta che molti prodotti a marchio Coop sono considerati ottimi.
Manca però l’informazione. Ho fatto un calcolo
molto preciso, quello del pollo. Io compro il petto di pollo
biologico a 22 € al Kg, che mi sembra una cifra pazzesca.
Una famiglia monoreddito con 2 bambini non può mangiare
biologico in questo paese, perché costa troppo. E quindi
la grande distribuzione, con i suoi prezzi è assolutamente
necessaria. Ma la strada è in salita. Nella UE le lobbies
sono così forti che stanno lavorando contro la qualità
dei prodotti a favore della commerciabilità. Addirittura
una nuova normativa Cee ritiene che la tracciabilità
dei prodotti ortofrutticoli non sia più necessaria.
A noi privati e normalissimi cittadini, cosa ci resta
da fare?
Sul cibo si può fare molto, il problema è che
bisogna cominciare a parlarne. La cosa incredibile è
che c’è un mondo dell’informazione che non
ha molta voglia di farlo, e c’è un mondo della
politica che non ha molta voglia di risolvere i problemi dal
punto di vista legislativo. Sul cibo siamo di fronte alla madre
di tutte le inchieste e al padre di tutti gli scandali, perché
quello che viene fuori (se scoppia il bubbone) è incredibile,
ma ne va della nostra salute.
Il mondo della medicina cosa dice in proposito?
Ci siamo confrontati con moltissimi medici, ma c’è
poco da fare. È vero che viviamo di più, però
ci ammaliamo anche. Nel senso che questo tipo di cibo ci fa
ammalare oltre l’ambiente e più dell’ambiente.
Malattie cardiovascolari e i tumori sono provocati da questo
tipo di cibo. Poi ci sono i paradossi: ci creano la malattia
in modo da poterci vendere il rimedio. I prodotti a base di
yogurt che combattono il colesterolo sono la conseguenza di
un cibo che è fatto apposta per combattere…
Leggiamo le etichette, vediamo dove sono stati allevati
i bovini… ma dal suo libro può sembrare che non
serva a niente, visto che anche le etichette si falsificano.
Il discorso è doppio. Ce n’è uno legato
alla grande industria, che sta proponendo un cibo che non è
sano, perché c’è molto sale e molto zucchero,
a scapito di vitamine e altre cose che ci fanno bene. Per contenere
i costi, ovviamente. All’interno di questo sistema, basato
su una qualità sempre più scadente, ci sono i
grandi meccanismi di sofisticazione messi in moto dalla criminalità
organizzata. E quando si parla di criminalità organizzata
bisogna pensare, per esempio per la mozzarella di bufala, alla
camorra. Queste cose bisogna cominciare a dirle. Quindi il primo
livello si può regolare attraverso una legislazione sempre
più precisa e con maggiori controlli e dando informazioni
al cittadino e quindi la possibilità di scegliere. E
questo dà possibilità alla grande distribuzione
(penso alla Coop, per esempio) di accaparrarsi una grande fetta
di mercato, perché la scelta di qualità è
una scelta che premia. L’altro livello va combattuto con
pene più severe e dando molti più mezzi ai Nas
(Nuclei Anti Sofisticazione). Perché è un reato
che non è punito, di fatto.
Una curiosità, esiste una mozzarella di bufala
sicura? o sempre e comunque diamo soldi alla camorra?
La camorra centra sempre. Per esempio importa e distribuisce
prodotti che servono a fare produrre più latte alle mucche,
che sono cellule tumorali. Sempre la camorra si occupa di interrare
i rifiuti tossici provenienti dal nord, e li interrano proprio
dove pascolano le bufale.
Tornando al libro: i suoi cattivi, da Gigi Vianello,
al protagonista di Arrivederci amore ciao, perché se
la cavano sempre?
Perché nella realtà il male vince.
Ogni tanto viene il dubbio che lei li voglia salvare, che quasi
le stiano simpatici.
No no, li odio profondamente. È proprio perché
mi fanno molta paura. Penso che ogni autore abbia una piccola
“missione”. La mia è quella di sfatare il
mito che resiste ancora di questo velo di romanticismo che ancora
avvolge il criminale. Come se uno fosse criminale dal lunedì
al venerdì però nel fine settimana è un
bravo padre di famiglia, colleziona francobolli… Il criminale,
il criminale moderno, frutto della globalizzazione, è
un criminale violento, soprattutto nei rapporti umani, vive
di prevaricazione 24 ore al giorno anche nel mondo di affetti
che lo circonda. Ho studiato a fondo questo tipo di personaggi,
non mi piacciono, sono molto pericolosi, indicativi della trasformazione
di una criminalità sempre più moderna e pericolosa
e soprattutto vincente.
Vianello però è diverso, perché è
un’ulteriore trasformazione: non particolarmente intelligente
(un altro mito da sfatare è l’intelligenza dei
criminali) ma furbo, e che da vallettopoli a qualunque altro
scandaletto ci può stare benissimo, basta fare soldi.
Stiamo diventando come i gabbiani, che cominciano a diventare
cannibali.
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| DATA:13
giugno 2007
TITOLO: "Le trame contro la salute pubblica" di Massimo
Carlotto
FONTE:L'Unione
Sarda
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Accolgo volentieri l'invito
dell'Unione Sarda di esprimere il mio pensiero sulla voce che
circola insistentemente "intorno" al romanzo scritto
a quattro mani con Francesco Abate. Come spero sia noto a molti,
nel nostro noir abbiamo raccontato il mondo della sofisticazione
alimentare. E come impongono le regole del genere, abbiamo preso
spunto dalla realtà. Ci siamo documentati e come abbiamo
ribadito più volte, quanto scritto sull'argomento è
"rigorosamente vero". Pare che, sulla scia della lettura,
qualcuno abbia riconosciuto una o più ditte coinvolte.
E pare che tra internet e il passaparola, da qualche nome si
sia arrivati a una vera e propria lista che, come un samizdat
dei bei tempi, denuncia e mette in guardia.
Non ho elementi per confermare la notizia. So invece di lettori
che si consigliano ristoranti convinti della genuinità
dei prodotti offerti. Abate ed io siamo bersagliati di richieste
di chiarimento. E anche di inviti a convegni enogastronomici
come se fossimo due esperti di sofisticazione. In realtà
siamo solo due professionisti della scrittura che per due anni
hanno letto saggi, giornali e fatto le domande giuste alle persone
giuste. Alla fine ci siamo fatti un'idea precisa che abbiamo
trasmesso al lettore. E cioè che una buona fetta dell'industria
alimentare moderna produce cibi di qualità medio bassa,
potenzialmente pericolosi per la nostra salute.
Le sostanze "buone" come vitamine, minerali e acidi
grassi spariscono nel ciclo produttivo e vengono sostituite
da grandi quantità di sale, zuccheri e grassi idrogenati.
Colpevoli, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità,
dell'insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete e tumori.
Insomma le pubblicità che ci fanno venire l'acquolina
in bocca spesso sono molto, molto, ingannevoli. E questo è
il livello legale della faccenda. Quello illegale riguarda ditte
disoneste e la criminalità organizzata che riescono a
infiltrarsi facilmente nel ciclo distributivo e a spacciare
merce nociva.
Basti pensare che già nel 2004 la Direzione investigativa
antimafia in una relazione informava il parlamento di come la
Camorra stesse ampliando il raggio dei propri affari, investendo
nella sofisticazione alimentare: un settore in continuo sviluppo,
si fanno soldi a palate e si rischia molto meno di trafficare
in stupefacenti. Ma, almeno, quando vengono scoperte le truffe
finiscono sui giornali.
Quello che ancora non leggiamo, se non su qualche rivista specializzata,
è una critica seria al cibo industrializzato. Da scrittore
di romanzi posso permettermi di affermare che il motivo è
semplice: affrontare l'argomento significa rischiare di perdere
un sacco di soldi di pubblicità. Ma con altrettanta tranquillità
posso scrivere che il giorno che non si potrà più
fare finta di nulla ci troveremo di fronte il padre di tutti
gli scandali e la madre di tutte le inchieste. Al momento è
solo uno scenario di pura fantascienza perché gli interessi
in gioco sono enormi. Frase abusata ma in questo caso è
verità sacrosanta.
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| DATA:12
giugno 2007
TITOLO: "Che fine farà la Sardegna?" di Fenicio
FONTE:Atipico.Org
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Domenica ho finito di leggere
il libro scritto a due mani da Massimo Carlotto e Francesco
Abate “Mi fido di te”. Ambientato nella Sardegna
odierna, il libro si sviluppa intorno alle vicende di uno spregiudicato-
pregiudicato, trafficante di sostanze alimentari adulterate,
spacciate per sane, che usa come copertura il ristorante più
in della città, unanimemente riconosciuto come il tempio
del buongusto. L’affresco di Cagliari capoluogo che ne
viene fuori è quello molto realista di “una città
indolente che si lascia scorrere tutto addosso, anche le cose
peggiori”.
Una frase molto azzeccata, detta da un personaggio,mi ha colpito.
Oggi solo sette uomini possono ancora testimoniare gli orrori
vissuti nella prima guerra mondiale, di questi sette due sono
sardi. Il contributo di sangue pagato dalla brigata Sassari
è stato così alto da fargli guadagnare tre medaglie
d’oro al valore militare. Per tale motivo la Sardegna
si è presa in passato la nomea di isola da carne di cannone.
L’alto indice di gradimento, riscosso dalla Canalis come
velina, ha fatto sì che la velina mora per piacere, deve
essere sarda. “Se tu crei la domanda, nasce l’offerta”.
Sconfitta la malaria, arginata e ridotta l’anemia, migliorata
l’alimentazione, spostata in avanti la pubertà,
le donne sarde hanno ribaltato l’immaginario collettivo
della donna bassa coi baffi vestita di nero, che aveva contagiato
anche Woody Allen nel film Amore e Guerra. Di conseguenza l’isola
si è riempita di procacciatori di modelle, agenzie di
promoter, sfilate di moda e di intimo.
“La Sardegna non è più l’isola da
carne da cannone, ma l’isola di carne da ca… canone
tv” dice il personaggio del libro.
Ad Alghero, Bosa tutte le case del centro vengono comprate dagli
inglesi a prezzi allucinanti, gli indigeni devono andare ad
abitare ad Olmedo, non possono più permettersi di vivere
a casa loro, costa troppo.
Dove sta andando la Sardegna?
Tanti anni fa si diceva potessimo diventare la Cuba del mediterraneo,
intendendo con ciò l’isola indipendente e figlia
della rivoluzione.
Sempre con più chiarezza stiamo diventando la Cuba di
Batista, dove la gente viene per scopare, prendere il sole,
giocare d’azzardo e commerciare in armi e droga, vista
la posizione di porta tra sud e nord del mondo.
Il casino del mediterraneo, l’accento sulla o non cambia
la sostanza.
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| DATA:13
giugno 2007
TITOLO: "Le trame contro la salute pubblica" di Massimo
Carlotto
FONTE:L'Unione
Sarda
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Se volete rivedere radicalmente
la vostra alimentazione, vi consiglio un libro. Non è
il classico manuale, opera di due coniugi dietologi americani.
È il formidabile romanzo scritto a quattro mani dalla
nuova coppia di fatto del noir italiano:
Mi fido di te, di Francesco Abate e Massimo Carlotto.
Ho incontrato i due autori il mese scorso al Teatro delle Saline
di Cagliari, in occasione della gremitissima presentazione in
anteprima nazionale. Ho prestato la mia voce ai soliloqui del
protagonista, il farabutto Gigi Vianello, ex pusher del nord-est
riciclatosi in rispettabile imprenditore della Sardegna che
conta. Nel frattempo, in poche settimane, il testo ha scalato
le classifiche. Successo strameritato per un thriller criminale
ambientato nell’inquietante mondo delle sofisticazioni
alimentari.
E proprio qui sta il punto: è un libro che si divora,
grazie a una scrittura serrata e appassionante, ma che fa passare
la fame, per colpa di ciò che meticolosamente documenta.
Valga per tutti la descrizione del percorso che compie la carne
di pollo prima di giungere sulla nostra tavola. Dice Gigi Vianello:
“Rocco mi forniva quello olandese. Basso prezzo e sapore
tutto sommato decente. Gli olandesi comprano pollo congelato
salato dalla Thailandia e per farlo gonfiare lo sottopongono
al “tumbling”: gli animali decongelati vengono infilati
dentro macchinari simili a betoniere e rigirati fino a che non
hanno assorbito un bel po’d’acqua. Poi i polli vengono
ricongelati e immessi sul mercato”.
Dopo aver letto questo passo, ho pensato a mio nonno che mi
descriveva la povertà dei suoi tempi con una battuta
che lo faceva molto ridere: “Quando un povero mangia un
pollo, uno dei due è malato!”. Escluso dunque che
oggi cibarsi di carne di pollo sia un privilegio per ricchi,
Abate e Carlotto demoliscono ogni ulteriore certezza. Non si
salva nulla, dal pesce alla frutta, dal vino alla pizza, dai
frutti di mare ai dolciumi, dai latticini alla verdura biologica.
Persino fra le acque minerali non ce n’è una che
non faccia schifo.
La sconfortante realtà del business dell’alimentazione
industriale è raccontata da un io narrante cinico e consapevole,
che naviga abilmente nell’illegalità diventata
consuetudine. E quando si vedrà costretto a pagare il
conto, noi ci troveremo – non senza un filo di vergogna
– totalmente dalla sua parte. Merito di due grandi scrittori,
coraggiosi e diabolici a tal punto da invitarmi a cena, a fine
serata, per sdebitarsi. Ovviamente, non ho accettato.
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| DATA:4
giugno 2007
TITOLO: "Invito a cena con delitto" di Gioele Dix
FONTE:GQ
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Gigi Vianello ha persino un
nome simpatico. Ma è un gran pezzo di merda. Ha un ristorante
di altissima qualità, Chez Momò, a Cagliari, ma
è solo una copertura. La sua vera attività, quella
che gli rende un sacco di soldi, è il mercato dei cibi
adulterati. In questo campo è un re uno che gioca in
serie A. Riesce a piazzare latte scaduto e carne macellata clandestinamente;
per lui è un gioco da ragazzi piazzare una partita di
polli avvelenata o una nave container di grano contaminato da
ocratossina che poi finisce nei molini e nei pastifici di mezza
Italia. Persino con le uova ci sa fare. Quelle provenienti “da
una ditta di riciclaggio di rifiuti che, invece di smaltire
uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla
buona della putrescina e della cadaverina e le trasformava in
una poltiglia confezionata in comodi bidoncini da cinque chili,
pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie
dolciarie”. Soprattutto di quelle che producono merende
per bambini. E poi prosciutti, salmone, vino…tutti rigorosamente
di schifosa qualità ma che trattati adeguatamente –
e con falsi certificati di controllo ed etichette - riempiono
la pancia di milioni di persone che vanno a fare la spesa nei
supermercati. Inchiodando periodicamente inchiodata alla tassa
del cesso mezza città. Un virus, dicono i medici. “Intossicazione
alimentare”, sogghigna Vianello.
Non il profilo di un imputato sotto processo. Più semplicemente
è il personaggio uscito dalla fantasia di Francesco Abate
e Massimo Carlotto (Mi fido di te, Enaudi, pp. 175, 14 €)
i quali hanno costruito un romanzo che appare un po’ scontato
nella trama forse perché ricorda altri plot del bravissimo
Carlotto che anche questa volta per il titolo di un suo libro
sceglie quello di una canzone (Mi fido di te è di Jovanotti).
Ma che getta una luce nuova e inquietante sul mondo della sofisticazione
alimentare. Un territorio che, perdonate l’ignoranza,
non ricordiamo essere stato esplorato in narrativa prima d’ora.
Vianello è un ribaldo trafficante con un passato da spacciatore
di droga. Che pensa sempre di farla franca ricominciando una
nuova vita. Ma dietro di sé lascia casini e qualche morto.
Nel suo campo è uno comunque che la sa lunga: “Il
cibo industrializzato punta a sostituire gli alimenti freschi,
ricchi di sostanze nutrienti vitali come vitamine, minerali
e acidi grassi. E sai perché? Per guadagnare montagne
di quattrini”. E ancora: “Le grandi industrie spendono
veni miliardi di dollari in additivi chimici per cambiare colore,
consistenza, sapore e durata ai loro prodotti”. Perché
“la qualità del cibo generalmente è scadente
altrimenti non si guadagna”.
E Vianello “a forza di trafficare robaccia” gli
era “venuta la paranoia del cibo” e così
ecco il suo ristorante raffinatissimo dove si servono solamente
cibi di eccelsa qualità. Insomma, vive, come lui dice,
in un “mondo perfetto”. Un criminale ben vestito,
auto di lusso, donne, e frequentazioni altolocate. Con poche
regole. Eccone una: “Gli equilibri del mercato degli alimenti
sofisticati sono difficili. Il gioco reggeva solo se la merdaccia
rappresentava il venti per cento delle vendite. Il resto doveva
essere merda, un minimo di qualità era necessaria per
dare una copertura decente all’attività”.
Ma Vianello si infila ripetutamente in storie pericolose dalle
quali uscire, a volte, sembra veramente impossibile. Se accettate
di leggere questo libro accetterete anche il rischio di infilarvi
in bocca una buonissima fetta di prosciutto comprata dal salumaio
sotto casa e di sputarla subito perché vi assaliranno
molti dubbi sulla sua genuinità.
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| DATA:maggio/giugno
2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Fabio Zucchella
FONTE:Pulp
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Siamo quello che mangiamo,
dicono. Certo è che dopo aver letto questo romanzo bisognerà
fare gli scongiuri, ogni volta che ci sediamo al ristorante
o tiriamo giù una scatoletta dallo scaffale di un supermercato.
Ma, dicevo, questa è soltanto fiction, quindi nella vita
reale un personaggio come Gigi Vianello non lo incontreremo
mai. O no?
Ben diverso dalle solite fusioni a freddo dei prodotti editoriali
a quattro mani loffi e sgangherati, Mi fido di te è un
romanzo di una ferocia sardonica. Abate e Carlotto ci raccontano
la carriera criminale di Gigi Vianello, che dopo le pasticche
nelle discoteche del nordest passa ai prodotti alimentari sofisticati,
in una Cagliari (ma potrebbe essere una qualsiasi città
italiana) in cui la recessione economica ha aperto nuove possibilità
di business, perché l’imperativo, oggi, è
uno solo: smerciare prodotti che costano poco e che riempiono
lo stomaco. È un settore che offre possibilità
infinite, e se “la produzione merda” è per
il mercato interno, mentre “la merdaccia” è
per quello greco, Gigi Vianello è finalmente riuscito
a realizzare il suo sogno di un mondo perfetto: ricchezza, potere,
donne – tutte cose che la “gentixedda”, la
gentucola, non riuscirà mai ad ottenere.
Intanto, sulla banchina del porto, svolazzano torme di gabbiani,
enormi, voracissimi, golosi addirittura di piccioni e ratti.
È una vera e propria “inversiore dell’ecosistema.
Cambia la natura, cambiano le regole. E si diventa predatori”.
Come Gigi Vianello, appunto. Lui, il Farabutto per antonomasia,
ha anche una certa rassomiglianza a David Bowie per via degli
occhi di colore diverso, uno verde e l’altro azzurro.
È “l’uomo dai due sguardi, persino il suo
occhio destro tradì quello sinistro”. Ma puoi tradire
la tua ex fidanzata e la sua famiglia, puoi tradire la tua attuale
compagna e soffiarle il ristorante, ma a volte la vita ti presenta
il conto. Che comunque uno come Gigi Vianello riesce sempre
a saldare.
Perché il suo è un mondo perfetto. Sì,
davvero perfetto.
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| DATA:3
giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Daniela Bandini
FONTE:Carmilla
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Da farci un film. Ciascuno
di noi conosce un vero bastardo, una persona concreta dotata
di fisionomia propria, oppure ne ha solamente letto le gesta,
immaginandone i lineamenti. Uno che vorremmo pigliare a cazzotti
fino a vederlo stremato, implorandoci invano perdono. Ebbene,
probabilmente Gigi Vianello, colui al quale siamo così
riconoscenti di esistere, se non altro perché al suo
confronto i nostri peccati appaiono drasticamente ridimensionati,
risulterebbe in pole position nella graduatoria del
vecchio gioco della torre. “Chi butteresti giù
per primo?”
Molte specializzazioni, una caratteristica particolare nel colore
degli occhi, diversi, e una motivazione più che accettabile
per entrare a far parte a pieno titolo del mondo della criminalità:
diventare ricco. Originale vero? C’è chi si piazza
al seguito della persona di successo diventandone l’alter
ego, l’adoratore fasullo, c’è la badante
moldava che spera che crepi la vecchia per accasarsi col vedovo,
c’è il servilismo strisciante del ragioniere con
grandi idee in testa; poi la più blanda e rurale ambizione
di riempire la cantina di salumi e formaggi più qualche
bottiglia coltivata da un finanziere di provincia, l’ambizione
sottotono di prendere il posto del vicario, i calcoli dei familiari
al corteo funebre. Infine c’è il vero bastardo,
Gigi Vianello.
Che opinione avreste di lui se non quella appena espressa, se
vi raccontassi che costui smercia duemila tonnellate di grano
canadese, categoria 5, la più scarsa, talmente scarsa
che le autorità del Canada ne hanno vietato il consumo
perché inquinato da ocratossina, un noto cancerogeno?
E che invece questo grano, bypassando agevolmente il macero,
dopo aver girato diversi porti e frontiere, finisce nei mulini
della nostra Sardegna, e infine impacchettato e commercializzato
sotto forma di accattivanti merendine? “Mangia, bimbo
bello, mangia”, mugugna soddisfatto l’autentico
bastardo mentre guarda un bambino che divora quella merendina
di cui solo lui e pochi altri conoscono l’origine.
E che dire dei polli? Li acquista a bassissimo prezzo, solitamente
da partite che hanno avuto problemi di scongelamento anticipato,
li riduce in polpette, e così questi hamburger di carne
bianca, notoriamente più sana e colesterolo free di quella
di manzo, vanno a ruba, e poi piacciono tanto ai bambini…
“Gli scarti che le grandi aziende dovevano ufficialmente
smaltire come rifiuti venivano introdotti in una gigantesca
tramoggia di acciaio inossidabile che li triturava e sminuzzava
fino a renderli un composto omogeneo”. Ma il vero sapore
del pollo viene dalla pelle, per legge non inferiore al 15%,
qui ce n’è di meno, però una bella miscela
di gomme emulsionanti rende l’impasto omogeneo, compatto
e invitante.
I clienti migliori? Il nostro Gigi va all’ingrosso: mense,
ospizi, tossici, carceri, comunità varie. I francesi,
poi, veri esperti nella contraffazione di “estratti naturali”,
conoscono bene i gusti della clientela, soprattutto italiana.
I gusti più gettonati? Funghi porcini e tartufo bianco,
d’Alba, versione romantica del più micidiale idrocarburo,
nome tecnico bismetiltiometano, generalmente versato fuso e
mescolato al burro da aggiungere all’ultimo sulle tagliatelle
fumanti. Il caffettino che beviamo inconsapevoli alla fine di
questo pasto poco idilliaco è prodotto da una miscela
che Vianello conosce bene perché da lui distribuita,
un prodotto che va forte. La sua caratteristica? Essere adulterato
con scarti di cicoria, piselli e grano tostato destinati allo
smaltimento.
Come avrete capito, questo disgustoso traffico fa da contrappasso
all’incantevole scenario della Sardegna, dove Vianello
alacremente opera. Per contro, facendo il finto salvatore da
una bancarotta assicurata, ha rilevato la proprietà di
un ristorante dove l’acqua è rigorosamente importata
dalla Scozia, l’orata appena pescata in mare, l’olio
extravergine d’oliva che costa una follia da certe coltivazioni
particolari di cui conosce tutte le procedure di lavorazione.
Si è talmente incaricato di ogni dettaglio, che è
riuscito a farsi amare dalla figlia dell’ex proprietario,
che si è fidata e di conseguenza innamorata di quest’uomo,
diventandone il braccio destro, con l’incarico della gestione
del locale. Un lavoro che fa bene, un progetto al quale crede,
un posto che bisogna prenotare, per quanto è diventato
famoso.
Dalle stelle alle stalle. Non è possibile, credetemi,
venire dal niente, con solo un diploma in tasca e diventare
un mezzo imperatore amorale dall’aria salvifica senza
pagarne prima o poi le conseguenze. Ma non perché c’è
una qualche giustizia divina che mostra la bilancia con tono
di sfida, una divinità calmierante, ma perché
chi nasce poveraccio o quasi prima o poi viene espulso pesantemente,
con rancore e raccapriccio, da quel mondo, e questo perché
ne combina troppe. Generalmente per un eccesso di presunzione,
quella tipica di chi si crede capace di oltrepassare i confini
del lecito e delle leggi della natura.
Sono fermamente convinta che la rovina di queste persone sia
nel momento stesso in cui afferrano pienamente tutto il potere
da essi acquisito. Avete presente il dominatore che stende lo
sguardo sulla city al tramonto, dall’alto del suo trentesimo
piano, ignaro che già un vortice discendente gli sta
afferrando le caviglie? Ritroveremo il nostro Gigi Vianello,
dimagrito, sdentato, dolorante, costretto a fare da servo in
cambio della sola sopravvivenza. Cosa è successo nel
frattempo? Anche questa risposta rientra tra le massime di sempre:
Cherchez la femme, e la sua vendetta.
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| DATA:1
giugno 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Maria Rosa Mancuso
FONTE:Radiotelevisione
svizzera
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Ascolta l'intervista andata
in onda sul secondo canale della Radiotelevisione svizzera realizzata
da Maria Rosa Mancuso. In studio Massimo Carlotto e Francesco
Abate raccontano il loro libri "Mi fido di te", mentre
il disegnatore Igort racconterà la sua collaborazione
con Carlotto per la realizzazione della graphic novel "Dimmi
che non vuoi morire". Clicca qui.
|
| DATA:29
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Angelo Vizzarro
FONTE:AngeloVizzarro.it
|
Non è il classico “eroe”
moderno, per intenderci alla Montalbano, o come l’avvocato
Guerrieri per citarne solo alcuni, ma nonostante ciò
alla fine ti ci affezioni, Gigi…è così spudoratamente
simpatico da non lasciare nessuna scelta.
E non è neanche il classico malavitoso che gira armato,
e che fa della sua prepotenza ed arroganza la sua maggiore qualità,
non è neanche il piccolo mafioso/camorrista che gira
per le strade come se tutto quello che i suoi occhi vedono è
di sua esclusiva proprietà.
No, Gigi Vianello è un elegante stimato e disonesto imprenditore.
La sua illegalità striscia sottoterra, colpisce tutti
indistintamente, forse un po’ di più…come
sempre le fasce più deboli.
L’ambito dove opera Gigi Vianello è la sofisticazione
alimentare, chi di noi non ha mai letto nulla sui quotidiani
su questo malaffare, ma quello che leggiamo è solo la
punta di un immenso iceberg.
Anche questo è un libro/denuncia, su un crimine che attira
sempre più personaggi loschi, che vedono i loro investimenti
moltiplicarsi nel giro di pochi mesi.
E’ un crimine poco conosciuto, poco e male regolamentato
anche dal codice civile e penale, ma molto molto redditizio.
Da un’intervista a Massimo Carlotto: “La criminalità
sta cambiando. Anch’essa si sta “globalizzando”.
È difficile trovare ancora dei criminali vecchio stampo,
quelli che popolavano i vecchi romanzi noir, personaggi violenti,
cattivi, ma con un minimo di regole che gli consentivano di
mantenere un briciolo di umanità. Oggi le regole sono
cambiate. O meglio, oggi non ci sono più regole. I nuovi
criminali escono fuori dalle migliori università, parlano
fluentemente due o tre lingue, hanno aziende quotate in borsa,
vanno a cena con politici, ed hanno una sola etica: il guadagno.
E per raggiungere questo guadagno non si fermano di fronte a
niente. La nuova criminalità ha il controllo su quasi
tutti i meccanismi economici della nostra società, solo
che noi non ce ne rendiamo conto; forse perché ancora
abituati agli stereotipi dei vecchi criminali, e c’è
da dire che la stampa non ci viene in aiuto, lasciandoci il
più delle volte all’oscuro del marcio che ci circonda”.
Ma la criminalità è cambiata, e Massimo Carlotto
e Francesco Abate ce lo gridano con il loro nuovo romanzo: Mi
Fido di Te.
|
| DATA:29
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Piergiorgio Pulisci
FONTE:Thriller
Magazine
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Gigi è l'elegante, affascinante
padrone del ristorante per gourmet Chez Momò, a Cagliari.
Al riparo da piatti salutisti e raffinati, guadagna soldi riciclando
e smistando partite di cibo avariato in ogni angolo del pianeta.
Cibo che va nei discount, dove è costretto a fare la
spesa chi non può andare tanto per il sottile. O nelle
mense dei poveri. Tutto va bene nella sua vita infame, fino
a che qualcosa non si blocca nell'ingranaggio. Qualcosa che
è legato al passato di traditore di Gigi. E inizia una
discesa nell'abisso, senza alcuna esclusione di colpi.
Un noir magnetico e appassionante, scritto con grande facilità
narrativa, che unisce al meccanismo implacabile tipico dei romanzi
di Carlotto un godibile e scanzonato senso dell'umorismo
La criminalità sta cambiando. Anch’essa si sta
“globalizzando”. È difficile trovare ancora
dei criminali vecchio stampo, quelli che popolavano i vecchi
romanzi noir, personaggi violenti, cattivi, ma con un minimo
di regole che gli consentivano di mantenere un briciolo di umanità.
Oggi le regole sono cambiate. O meglio, oggi non ci sono più
regole. I nuovi criminali escono fuori dalle migliori università,
parlano fluentemente due o tre lingue, hanno aziende quotate
in borsa, vanno a cena con politici, ed hanno una sola etica:
il guadagno. E per raggiungere questo guadagno non si fermano
di fronte a niente. La nuova criminalità ha il controllo
su quasi tutti i meccanismi economici della nostra società,
solo che noi non ce ne rendiamo conto; forse perché ancora
abituati agli stereotipi dei vecchi criminali, e c’è
da dire che la stampa non ci viene in aiuto, lasciandoci il
più delle volte all’oscuro del marcio che ci circonda.
Ma la criminalità è cambiata, e Massimo Carlotto
e Francesco Abate ce lo gridano con il loro nuovo romanzo: Mi
Fido di Te.
Più volte Carlotto ha affermato che il noir oggi è
il genere letterario più consono a descrivere i cambiamenti
sociali e le oscure dinamiche che vanno a crearsi tra imprese
criminali e la società dei “regolari”. Mi
Fido di Te è testimone di tutto questo, perché,
pur incollando il lettore alle pagine con una storia d’avventura
criminale mozzafiato, (narrata magistralmente in prima persona
da Gigi Vianello, il protagonista del romanzo), ci illumina
su un problema davvero drammatico, che ci coinvolge tutti: la
sofisticazione alimentare. Dopo aver letto questo libro, guarderete
con più attenzione ciò che riempie i vostri piatti.
Quando farete la spesa, avrete uno sguardo più diffidente,
e il dubbio su cosa effettivamente stiate comprando, vi rosicchierà
il cervello. La sofisticazione alimentare, così come
tutte le attività imprenditoriali delle lobbie criminali,
si basa su una semplicissima regola: guadagnare moltissimo investendo
il meno possibile. Ora traslate questa regola al mercato alimentare;
cosa accadrebbe se un criminale di nuova generazione, come Gigi
Vianello, riuscisse ad entrare nella grande distribuzione delle
grande catene di ipermercati? A quante persone riuscirebbe a
rifilare merce scadente? E dal punto di vista della salute,
cosa comporterebbe tutto ciò? Carlotto e Abate rispondono
a questi quesiti dipanando una storia che trasuda noir da tutti
i pori. Leggendo il romanzo, cominciamo a vedere il mondo attraverso
lo sguardo cinico e opportunistico di Gigi Vianello, e alla
fine, anche se è difficile crederlo, Vianello, con la
sua sconfinata cattiveria e la sua bastardaggine genetica, finirà
col diventarci simpatico. Ma è necessario sottolineare
che la sofisticazione alimentare, per quanto sia un argomento
importante e delicato, non è il perno attorno a cui ruota
tutto il romanzo. L’anima del romanzo è proprio
la figura di Gigi Vianello, questo ex spacciatore dallo sguardo
incantatore, (è affetto da un’eterocromia benigna
genetica, che si manifesta con colori differenti delle due iridi,
un po’ come David Bowie per intenderci), che persegue
implacabilmente solo i suoi interessi, che fa di tutto per apparire
una brava persona, quando in realtà ha un cancro nero
al posto del cuore. Vianello è scaltro, simpatico, affascinante,
e usa tutte queste sue qualità per costruire il suo sogno
criminale. Ma quando tutto sembrerà andare per il verso
giusto, spunterà qualcosa dal passato di Gigi che lo
costringerà a decisioni immediate, drastiche e il suo
perfetto meccanismo criminale inizierà a scricchiolare
sotto la pressione di una realtà criminale ancora più
forte della sua.
Massimo Carlotto, maestro indiscusso del noir contemporaneo,
e Francesco Abate, giornalista dallo stile graffiante e scrittore
acuto e dall’ironia sferzante, uniscono le loro conoscenze,
i loro stili secchi e incisivi, e le loro fervide immaginazioni,
per tessere una trama perfetta, mostrandoci che il mondo criminale
è una giungla feroce, dove non si può mai sta
tranquilli, dove qualcuno cerca sempre di soffiarti la tua preda
dalle fauci, con ogni mezzo. Carlotto e Abate hanno già
avuto modo di lavorare insieme per il thriller a due mani “Catfish”,
edito da Aliberti, ma con “Mi Fido di Te”, raggiungono
un’intesa perfetta giocando di sponda uno con l’altro
con una naturalezza disarmante.
Mi Fido di Te, così come Gomorra di Saviano prima di
lui, segnano una linea di demarcazione nel panorama noir nazionale;
il noir deve sopperire alla mancanza di un giornalismo d’inchiesta
e libri come Gomorra e Mi Fido di Te, lo fanno alla grande e
con coraggio, riuscendo a miscelare con sapiente maestria elementi
di fiction con forti dosi di realtà. Quella realtà
sporca che nessuno vuole raccontare.
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| DATA:28
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te.E fai male" di Boccamazza
FONTE:Varese
News
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Una carogna. Gigi Vianello è
una carogna. Dall’inizio alla fine. Da quando, in apertura
di romanzo, osserva con disgusto un bimbo che gli fa le smorfie
dal finestrino di un’auto, sino all’ultima scena,
quando fischiettando il motivetto di What a Wonderful World
pregusta il suo ennesimo colpo di teatro.
Ma tutti i personaggi di questa storia nera sono carogne. Non
se ne salva nessuno. Tutti si muovono come quei gabbiani che
si contendono famelici i resti di un loro simile sul lungomare
di Cagliari. Tutti si sbranano tra loro. Nessuna giustificazione
alle loro azioni, nessuna ipocrisia morale a mimetizzare queste
nature bestiali. Tutti si sbranano tra loro e tutti tradiscono
tutti. Il titolo, preso in prestito da una canzone di Jovanotti,
assume così un significato beffardo.
La storia è ben congegnata e i fili che il protagonista
abbandona dietro di sé, spostandosi dal Veneto alla Sardegna,
si riannodano sino ad avvilupparlo in una ragnatela sempre più
stretta e dalla quale gli sarà sempre più difficile
liberarsi. Non sappiamo se gli autori siano riusciti nell’intento
di rendere la loro carogna simpatica, come si legge in quarta
di copertina. Sicuramente il loro protagonista non è
meno rispettabile o più sgradevole di tutti gli altri
personaggi di contorno, criminali professionali ma anche criminali
nascosti dietro la maschera del carrierista di partito, del
gioielliere, del notaio, dell’imprenditore, del giornalista.
L’avidità compulsiva e bulimica di questi criminali
in guanti bianchi è sottolineata dal tema conduttore
del romanzo, quello della sofisticazione alimentare di cui Vianello
è diventato esperto. Dopo un esordio nello spaccio di
ecstasy nelle discoteche venete, scopre la sua vera vocazione:
il commercio di alimenti sofisticati. La lettura di questo libro
risulta istruttiva. Tuttavia, chiuso il libro, guarderete con
sospetto il cibo posto nel piatto, di fronte a voi, in attesa
di essere mangiato. Perché dopo aver appreso che nelle
vostre merendine potrebbero esserci uova invase da parassiti,
che il riso certificato “ogm-free” potrebbe provenire
da una partita ammuffita, che il grano duro destinato alla panificazione
potrebbe essere inquinato da ocratossina, che il pollo potrebbe
provenire dalla Thailandia, scongelato e sgonfiato in Olanda,
rigonfiato d’acqua e poi ricongelato, che le vongole veraci
potrebbero provenire dalle zone più inquinate della laguna
di Venezia, che il vostro Chianti docg ed il vostro prosciutto
di Parma potrebbero non essere mai passati né per la
Toscana né per l’Emilia, beh... vi assicuro che
il cibo pronto nel vostro piatto assumerà un aspetto
poco rassicurante.
Tanto più che leggendo questa storia vi ricorderete di
tutte le volte che, manifestando una strana nausea, una certa
spossatezza, un po’ di dissenteria, qualcuno vi avrà
ripetuto: «mezza città è nelle tue condizioni.
Dicono si tratti di un virus, che quest’anno l’influenza
si prende così...»
Buon appetito! Pardon... Buona lettura!
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| DATA:27
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Gonzo
FONTE:Libritudine
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Bel romanzo questo, scritto
bene, scorrevole, assolutamente divertente a tratti e intriso
di un'ironia perversa che ti fa sorridere a labbra tirate.
Gigi Vianello vuole avere soldi e successo e chiaramente comincia
con lo spaccio (non tutti sono sufficientemente ricchi da passare
per la politica) fino ad accasarsi con la figlia di un pesce
grosso, per arrivare a mettersi in proprio nella gestione della
nuova gallina dalle uova d'oro: l'adulterazione dei cibi.
Per uno che ha un occhio diverso dall'altro e ha scelto come
modello David Bowie, la vita si è incanalata bene in
una comoda routine, che prevede un ristorante di copertura e
una fidanzata di comodo mentre gestisce tutte le partite contraffatte
di alimenti che arrivano in Sardegna, fino a che, nel suo oliato
ingranaggio entra della polvere che distrugge tutto, una specie
di tempesta di sabbia cominciata dal niente, che alla fine travolgerà
tutto e lo ricoprirà fino a renderlo irriconoscibile.
Non vi dico come va a finire perchè altrimenti vi rovino
la sorpresa, ma vale la pena leggerlo questo libro dotato a
volte anche di colonna sonora e che scivola con una velocità
soprendente e rimane aggrappato con dei piccoli dentini al tuo
inconscio che si riveglia di fronte alle merendine facendoti
arretrare di un passo.
Preferisco quindi allegarvi un brano del libro tratto dal sito
dell'autore (e per gentile concessioni di Einaudi) che potete
trovare qui e che è pieno di informazioni sugli altri
libri dello scrittore, la cui storia è già di
per sè un romanzo.
Stavo per rispondere a tono quando squillò il mio
cellulare. Guardai il display e lessi: «Rocco Gennaro».–
Lavoro, – la informai laconico. Che significava smamma
velocemente. La mia fidanzata si alzò e andò ad
accogliere una coppia di clienti entrata in quel momento. Brava
ragazza, sapeva stare al suo posto.– Come stai, Rocco?
– domandai al mio fornitore di polli olandesi.–
Un po’ inguaiato, Gigi. Ci ho una fornitura locale da
smaltire alla svelta.– Ho ricevuto il carico l’altro
giorno, per un po’ sono a posto.– Lo so, ma è
un’emergenza. Devo fare un favore a un amico.– Merda
o merdaccia?– Merda, Gigi, merda. Te lo giuro. Da tempo
la qualità della sofisticazione si misurava così.
Due tizi che aggiustavano latte destinato all’alimentazione
animale erano stati intercettati mentre decidevano che la produzione
merda era destinata al mercato nazionale mentre la merdaccia
a quello greco. Solo che avevano esagerato e i greci che avevano
consumato il prodotto erano corsi alla polizia.
I giornali avevano riportato il testo della intercettazione
e i termini di qualità erano diventati di uso comune
nell’ambiente
.– Cos’è successo? – domandai
.– Una sciocchezza, Gigi, una sciocchezza. Nella vasca
dell’acqua calda per staccare le penne sono finiti anche
dei polli contaminati da campylobacter e quello stronzo del
veterinario si è messo a fare il preciso. E l’amico
mio mi ha chiamato…
Bevvi un sorso d’acqua minerale scozzese per avere il
tempo di pensare. Guardai il riflesso e i giochi delle bollicine
che ballavano nel bicchiere: cara era cara, con quel che costava
il trasporto. Ma ne valeva la pena: metteva serenità
e faceva ragionare bene. Il batterio non era pericoloso, al
massimo un’intossicazione con diarrea se il pollo non
era cotto bene, ma io sapevo dove li arrostivano alla giusta
temperatura. Buttai giù l’ultimo sorso
.– D’accordo, Rocco, li prendo io ma il prezzo deve
essere davvero buono.
Concordammo la cifra e riattaccai in fretta quando il cameriere
mi mise di fronte un piatto di tagliolini fatti a mano ai gamberi
e zucchine. Era passata la buriana dell’influenza aviaria
ed eravamo tornati ai bei tempi. Col pollo si facevano dei buoni
soldi. La gente si era spaventata con ’sta storia dei
morti in Cina e nel Vietnam, ma era tutta una bufala per far
arricchire una multinazionale che produceva un farmaco che doveva
salvare il mondo dalla pandemia. Poi, quando avevano esaurito
le scorte, la notizia era sparita dai giornali. Io, comunque,
il pollo non lo mangiavo più da anni, da quando avevo
scoperto che molti allevatori rimpinzavano le loro bestiole
di cloranfenicolo di produzione cinese, un antibiotico che salvaguardava
il pollaio da ogni malattia ma nell’uomo era solo cancerogeno.
Rocco mi forniva quello olandese. Basso prezzo e sapore tutto
sommato decente. Nulla di più. Gli olandesi compravano
pollo congelato salato dalla Thailandia e dal Brasile e poi
lo sottoponevano al processo del tumbling per farlo gonfiare.
Gli animali decongelati venivano infilati dentro giganteschi
macchinari simili a betoniere e rigirati fino a quando non avevano
assorbito un bel po’ d’acqua. L ’avevo visto
con i miei occhi: non era un bello spettacolo.
Schifoso quanto basta aggiungerei io, ma ribadisco che il libro
vale la pena.
Buon pranzo della domenica...
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| DATA:19
maggio 2007
TITOLO: "Thriller e noir per il bomber" di Roberto Boninsegna
FONTE:La
Provincia di Lecco
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Dal Nordest italiano a Cagliari,
tra balordi di periferia, imprenditori disinvolti e mafiosi
russi, va in scena Gigi Vianello. Un personaggio che riesce
a unire nefandezza e innocenza, convinto di farcela sempre e
comunque, e che raggiunge nella cialtroneria un suo cupo eroismo.
Cade sul libro intitolato «Mi fido di te», di Francesco
Abate e Massimo Carlotto (Einaudi editore, 2007, pag. 175, euro
14), la scelta di Roberto Boninsegna, «mitico» centravanti
di Inter e Juventus, ospite martedì scorso della festa
nerazzurra organizzata ad Imbersago dall'Inter Club Catartica
di Flavio Oreglio. «Sono un appassionato di thriller e
noir - afferma l'ex calciatore - e devo dire che questo libro
mi ha sorpreso, perché riesce nella difficile impresa
di divertire facendo riflettere».
Nel loro romanzo il giornalista e dj Francesco Abate e lo scrittore
Massimo Carlotto sono riusciti infatti ad unire al meccanismo
implacabile un godibile e scanzonato senso dell'umorismo. «Un
romanzo - aggiunge Boninsegna - che per la prima volta porta
il lettore negli sconosciuti territori della sofisticazione
alimentare». Un romanzo che racconta, spiegano i due autori,
«la società scissa e contraddittoria di oggi: quella
dove il nuovo crimine si presenta molto più accettabile,
dove l'illegalità è diffusa e coinvolge tante
persone».
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| DATA:16
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Angelo Marenzana
FONTE:Orient
Express
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Gli ingredienti del noir modello
Carlotto ci sono tutti in Mi fido di te, scritto a
quattro mani con Francesco Abate, e recentemente pubblicato
da Einaudi. La vicenda si sposta dall’ormai tradizionale
nordest (dove la storia prende la sua spinta d’avvio)
per proseguire in una non troppo dissimile Sardegna (se la si
guarda dal punto di vista delle peggiori contaminazioni di politica,
affari e malavita) per concludersi a San Pietroburgo, seguendo
tracce stilistiche e una struttura narrativa ormai consolidata
nei romanzi dello scrittore padovano: un passato di tradimento
che pesa sulle spalle del protagonista (Gigi Vianello, laureato,
spacciatore di pasticche in discoteca e obbligato a cambiare
genere d’affari), un presente ambizioso e arrogante, assorbito
dalle regole di una buona società all’interno della
quale si consuma la voglia di essere ricchi a tutti i costi,
e di delinquere anche per il piacere che ciò comporta.
O come ultima ratio per garantire la sopravvivenza di se stesso.
E a dare una svolta decisiva alla storia è la comparsa
in scena di Mariuccia Sinis, una donna che si mette di mezzo
per soddisfare il suo bisogno di maternità insoddisfatta,
intrecciando una storia senza amore, ma capace di produrre odio
e voglia di guerra tra gli uomini che l’hanno posseduta.
Con un sottofondo di politica e affarismo modellato come la
classica ciliegina a decorare la torta. Il tutto con un tocco
di originalità: questa volta la malavita è quella
ancora più sottile e soffusa, quella meno cruenta del
solito romanzo noir, meno presente sulle pagine di cronaca nera.
È la malavita legata alle truffe alimentari, alle sofisticazioni,
alle importazioni di prodotti fatte con certificazioni fasulle,
e mentre il protagonista (consapevole) si tutela dai veleni
che commercia, le comparse del romanzo soffrono di intossicazioni
rapidamente liquidate come virus di un’influenza fuori
stagione.
Un romanzo che non delude e che apre uno spaccato nuovo di società
illegale di cui poco si parla, e che troppo si consuma a nostra
insaputa.
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| DATA:16
maggio 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Wick
FONTE:BlogDegradabile
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Ormai Massimo Carlotto mi ha
abituato a un certo standard qualitativo e, perciò, temo
sempre che il suo nuovo libro non si riveli all’altezza,
che faccia uno scivolone, che mi deluda, insomma. Per questo
libro in particolare, poi, temevo, dal modo in cui veniva presentato
- un noir (che è il pane quotidiano per uno come Carlotto)
con componenti ironiche (che credo siano invece la parte forte
di Francesco Abate, co-autore di questo romanzo), - che si rivelasse
una pappetta informe, anche perché la precedente collaborazione
tra Abate e Carlotto, Catfish, non era poi così esaltante
- anche se quello non era un romanzo a quattro mani ma due racconti
raccolti in un unico volume, e quindi diciamo che non poteva
rappresentare un precedente, - e invece il libro è venuto
molto molto bene ed è all’altezza del miglior Carlotto
(per intenderci, quello di Arrivederci amore, ciao e L’oscura
immensità della morte).
Ma andiamo con calma.
Mi fido di te ha come protagonista (e narratore in prima persona)
Gigi Vianello, un malavitoso veneto che fa affari a Cagliari.
Ma Vianello non è uno dei soliti malavitosi di Carlotto
che girano con pistola e guardie armate e conquista il potere
con la violenza (tipo, per dire, Giorgio Pellegrini di Arrivederci
amore, ciao), anzi: Gigi Vianello è un semplice, normale
e disonesto imprenditore che lavora comprando e rivendendo merce
avariata, contaminata, pericolosa - in parole povere, illegale,
- e che vive nel suo mondo perfetto con una barca di soldi,
una bella ragazza, qualche scappatella ogni tanto, dei bei vestiti,
una bella macchina e, soprattutto, una reputazione perfettamente
immacolata agli occhi dei suoi concittadini. Ma a un certo punto
della sua vita qualcosa va storto: cede ad una tentazione e
tutto inizia ad andare lentamente ma inesorabilmente a rotoli,
e qui il libro cresce e cresce e cresce, fino a un finale che,
nonostante rischiasse davvero molto di essere deludente, è
all’altezza delle mie aspettative. E io non la considero
una cosa da poco.
Il titolo del libro, proprio come in Arrivederci amore, ciao,
Niente più niente al mondo e Dimmi che non vuoi morire,
è un verso di una canzone, a confermare questo vezzo
recente di Carlotto.
La scrittura dei due autori è liscia, scorrevole, diretta
e funziona proprio bene. Le venature ironiche ci sono, ma sono
davvero molto sottili e nient’affatto invasive nè
forzate (come invece temevo): la collaborazione, per me, va
ritenuta assolutamente riuscita.
Come tutti i più bei libri di Carlotto, poi, questo romanzo
ha la caratteristica di farsi leggere tutto d’un fiato
(io, ad esempio, per finirlo ho quasi saltato un pranzo - e
se mi vedeste intuireste subito che saltare un pasto è
una cosa che mi accade davvero molto, molto raramente, per non
dire praticamente mai) perché la storia, e il suo ritmo,
attanaglia il lettore da subito e non lo molla fino alla fine.
I personaggi, inoltre, sono, come sempre, molto ben caratterizzati
e, sia quelli principali che quelli marginali, sembrano tridimensionali,
diciamo (ad esempio io ho trovato fantastico Parenti, cane annesso).
Un difetto del libro, almeno per me, è la sua eccessiva
brevità (che non arriva neanche alle duecento pagine),
anche se riconosco che aggiungere altro materiale avrebbe infiacchito
la storia principale, che fa del suo alto ritmo uno dei punti
di forza. Insomma, sono un lettore incontentabile, lo so.
In definitiva non posso che sorridere soddisfatto per aver letto
un altro grande romanzo di questo scrittore che adoro sempre
più, mentre sono già in trepidante attesa del
prossimo libro (nella speranza, magari, che sia pubblicato di
nuovo dalla e/o).
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| DATA:14
maggio 2007
TITOLO: "Il pranzo è sevito, ma stavolta è
marcio" di Wu Ming 2
FONTE:L'Unità
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Carlotto e Abate in Mi fido
di te raccontano la storia di Gigi Vianello, piazzista
all’ingrosso di cibi avariati. Un romanzo criminale che
porta in tavola la sofisticazione del mondo. E non solo alimentare.
Se vi dicono che questo libro parla di cibo, non vi fidate.
Nel nuovo romanzo di Massimo Carlotto, scritto a quattro mani
con Francesco Abate, niente è come sembra. Persino il
titolo Mi fido di te, nasconde il suo contrario: una
storia dove la fiducia serve soltanto a farsi gabbare. Come
certe etichette di origine controllata, protetta, senza peccato.
Certo il cibo è importante, nel mondo perfetto di Gigi
Vianello, ristorante d’altro bordo, raffinato gourmet
e piazzista all’ingresso di alimenti avariati. Ed è
importante anche per il romanzo, che ha il merito di svelare
“nuovo” settore di investimento criminale, un’estrazione
di denaro che dopo lo scandalo metanolo ha saputo farsi discreta,
invisibile, coperta da marchi di qualità e bolle mediatiche
come la mucca pazza e l’influenza aviaria. Tutta merda
che arriva da fuori, dall’Inghilterra o dalla Cina. Il
calcio è moribondo, resta la gastronomia a tenere alto
il vessillo delle esportazioni italiane. Perché darsi
la mazza sui piedi? Il libro di Carlotto e Abate parla delle
schifezze che mangiamo, anche i più attenti tra noi,
quelli che leggono gli ingredienti come una litania e venerano
il nume della tracciabilità. Gli autori spiegano l’origine
di certe forme influenzali “quest’anno prende così”:
quella con poca febbre, poco raffreddore e le budella schiantate.
“Intossicazione”, sentenzia Gigi Vianello ad ogni
epidemia. Eppure non è questo il cuore del romanzo. L’idea
che la narrativa, e in particolare il genere noir, possano indagare
la realtà laddove il giornalismo latita è ormai
condivisa da molti. Un buon romanzo “politico”,
però, non fa soltanto questo. Francesco Abate, dopotutto,
è anche giornalista: avrebbe potuto scrivere un inchiesta,
un reportage, invece di mettere le sue richieste al servizio
di un racconto, dove diventano ambiente, sfondo, al massimo
incursione. Se ha scelto di lavorare con uno scrittore come
Carlotto, dev’esserci dell’altro. Sono convinto
che entrambi, con mi fido di te, abbiano scritto un romanzo
sulla sofisticazione. La radice della parola è la stessa
si sofisma, un ragionamento cavilloso, costruito per apparire
logico. Un gioco di prestigio del linguaggio, molta forma e
poca sostanza. Basta rifletterci un attimo e ci si accorge che
la sofisticazione è allo stesso tempo il motore di molta
impresa criminale e la quintessenza della vita pubblica di questo
paese. Sofisticazione economica, cioè bilanci gonfiati,
finanza creativa, denaro sporco, scalate, cordate, grandi opere,
finanziamenti ai partiti. Sofisticazione sportiva, cioè
nandrolone, partite aggiustate, arbitri corrotti, betabloccanti,
EPO, scommesse clandestine. Sofisticazione del lavoro, cioè
nero, precario, clandestino, sommerso, mortale. L’elenco
potrebbe continuare – informazione, alta moda , rifiuti-
fino alla sofisticazione della cita quotidiana, la vera specialità
di Gigi Vianello. Il protagonista del romanzo, dopo una prima
esperienza – guarda caso- nel campo dello spaccio, si
fa le ossa smerciando vongole inquinate dalla laguna veneta.
In pochi anni diventa un punto di riferimento del riciclaggio
di uva marce, vitello agli estrogeni e farina radioattiva. Infine,
ciliegina sulla torta, mette le mani su u ristorante di Cagliari
e lo trasforma in un ritrovo elitario, per palati fini e portafogli
gonfi, con olio d’oliva davvero extravergine e branzini
freschi come boccioli di rosa. Da notare che Chez Momò
è a sua volta il prodotto di una sofisticazione, questa
volta sentimentale, ai danni di Bianca, la proprietaria del
locale. In questo Gigi Vianello assomigli molto a un altro personaggio
di Carlotto, l’indimenticabile Giorgio Pellegrini di Arrivederci
amore ciao, anche lui esperto nel circuire le sue donne e sostenere
per anni relazioni truccate.
Rispetto a Pellegrini, Vianello è senza dubbio meno inquieto,
più piacione, ironico brillante. I due autori lo definiscono
“dannatamente simpatico”, ma su questo
non sono d’accordo. Mentre mi sono trovato, mio malgrado,
a fare il tifo per Pellegrini, a immedesimarmi con il suo punto
di vista infame, non m’è successo niente di Simile
con Gigi Vianello. Entrambi arrivisti, di sposti a tutto, traditori,
li differenziano il tipo di fame e di vittime. Pellegrini vuole
rifarsi una vita, cerca status e considerazione, perché
sa di essere fuori casta, un criminale vero. Vianello desidera
più che altro i soldi, senza sporcarsi le mani, cercando
di tenere distinte le due facce del business, E’ troppo
berlusconiano per risultare simpatico (per quanto anche a sinistra,
molti considerano il Cavaliere un ottimo compagno di salotto).
Pellegrini distrugge l’esistenza di una sfilza di persone,
ma tutte con una faccia e una storia. Vianello colpisce per
lo più una massa indistinta e distante, a piccoli morsi,
come un cancro. La sua strategia consiste nel dosare gli ingredienti
come un bravo cuoco: stemperare il crimine con una attività
legale; intossicare le persone senza fare una strage; gestire
la merda senza mai toccarla. Sofisticare la vita. In fondo è
vero: se non conoscessimo i retroscena, una serata da Chez Momò,
al tavolo di Gigi Vianello, potrebbe sembrarci dannatamente
piacevole. Nella vita reale , dove molti retroscena ci sono
preclusi, il personaggio di Abate e Carlotto potrebbe essere
davvero simpatico.
Un brivido scende lungo la schiena. Siamo circondati dalla sofisticazione,
non possiamo fidarci di niente e nessuno. Qualsiasi vino è
un’insondabile intruglio, qualunque pluriomicida è
una bravissima persona, grande lavoratore. Con la differenza
che la prima è una mistura artificiale, e dunque contingente,
mentre la seconda fa parte della natura, degli uomini, del mondo.
Dio, se esiste, è stato il primo sacrificatore.
Sarebbe un errore, però, considerare Mi fido di te
come un invito alla rinuncia e al fatalismo. Si tratta piuttosto
di restare svegli, vigili, di non dare nulla per scontato. Vivere
senza fidarsi è impossibile: l’unica soluzione
è non dare la fiducia in appalto, andare oltre l’apparenza,
oltre l’etichetta. Perché il mondo è sofisticato,
cioè complesso e nessuno può illudersi di farlo
diventare perfetto. Nessuno, nemmeno Gigi Vianello. Non esiste
un piano che possa prevedere tutto. Non esiste un vincente che
non rischi la sconfitta.
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| DATA:6
maggio 2007
TITOLO: "Un serial killer che prende alla gola" di Checchino
Antonini
FONTE:Liberazione
(Queer)
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E'un serial killer che ti "prende
per la gola" il nuovo personaggio di Massimo Carlotto e
Francesco Abate. Prima di Gigi Vianello, così si chiama
il protagonista di Mi fido di te (appena uscito per Einaudi),
il padovano scoperto da Grazia Cherchi - che lesse il suo diario
da "fuggiasco" - s'era già sperimentato l'anno
scorso a inventare un personaggio con "il cattivo cronista",
titolo del primo romanzo di Abate, giornalista anche nella vita
in una storica testata sarda. Due le differenze, e non da poco:
ciascun episodio di Catfish (pubblicato da Alinovi), nome radiofonico
per un ex poliziotto che si è messo a fare controinformazione,
era stato scritto separatamente dai due, al contrario di questo
volumetto scritto a quatro mani per la collana Stile libero,
luogo dedicato da Severino Cesari al superamento e della commistione
di generi, supporti, linguaggi.
E poi Catfish è un buono, uno che sta dalla parte giusta.
Ma esiste una parte giusta all'epoca della globalizzazione?
Ed è possibile narrarne i suoi lati oscuri con gli occhi
di un buono? Carlotto ha già detto la sua costruendo
il protagonista di Arrivederci amore ciao (edizioni e/o), con
le fattezze dello spietato e amorale Giorgio Pellegrini. Poi,
con un altro romanzo a quattro mani, quel Nordest (edizioni
e/o) firmato anche da Marco Videtta ci aveva annunciato l'esplicita
intenzione di voler forzare il genere nello sforzo di scandagliare
la rivoluzione criminale in corso nell'area del Mediterraneo.
Così, al posto di una vittima o di un detective a vario
titolo - giornalista, piedipiatti ecc... (l'Alligatore è
tutt'e due le cose) - i due autori hanno scelto gli occhi di
un cattivo, ossia di un imprenditore, un padrone, insomma. E
perdipiù occhi magnetici, uno blu e l'altro più
chiaro, accattivanti. Come quelli di David Bowie. Se fosse un
film la colonna sonora sarebbe la sua, ammissione esplicita
degli scrittori. Ma non è un film e non c'è nessuna
musica (leggere per credere). Niente sigari, pipe e neppure
calvados, escamotage tipici, nel poliziesco, per consentire
l'identificazione tra lettore e protagonista. Qui c'è
solo acqua minerale scozzese, il serial killer non beve altro
perché è l'unica con un'etichetta di cui fidarsi.
Il mondo è pieno di sofisticazioni alimentari. Da farsi
parecchie paranoie anche sul cibo. E nessuno come Vianello può
saperne di più visto che è attraverso lui che
arrivano sugli scaffali dei supermercati vongole veraci pescate
di fronte al Petrolchimico di Marghera, prodotti di falsa erborsiteria
con nomi affascinanti, prosciutto crudo adulterato, detersivi
alla formaldeide, pistacchi iraniani imbevuti di insetticida,
peperoncino indiano con colorante cancerogeno, vino fatto da
acqua-zucchero e fertilizzanti, pomodori ai pesticidi, merendine
per bambini impastate con uova marce ripulite dalla putrescina.
Nulla di cui stupirsi se metà della popolazione del romanzo
si senta spossata e passi buona parte del tempo al cesso.
E' proprio uno stronzo senza mezzi termini, questo Vianello,
che s'è creato il suo «mondo perfetto» in
un ristorante di alta classe dove le antiche e invisibili reti
di ceti dominanti si intrecciano alle più evidenti nuove
mafie - ma altrettanto indecifrabili se viste con le lenti appannate
di una stampa in buona parte asservita e di forze dell'ordine
nella migliore delle ipotesi distratte o impotenti. Il romanzo
è una descrizione precisa, sullo sfondo di Cagliari,
di un universo di merci e carte, in massima parte false entrambe
che avvelenano non solo i rapporti sociali ma le persone in
carne e ossa. Se il Feuerbach del 2000 scriverà che l'uomo
è ciò che mangia, il Marx che lo ribalterà
potrà dire che un padrone è ciò che costringe
a mangiare agli altri. In entrambi i casi si tratta di merda
o merdaccia , secondo una distinzione merceologica contenuta
nel romanzo e derivata dal paziente lavoro di scavo dei due
tra ritagli stampa e scartoffie di tribunale, un metodo rodato
in altre inchieste che solo la narcosi dell'informazione costringe
a mascherare da noir.
Catfish, Gigi Vianello che tra due anni tornerà in libreria,
l'Alligatore che c'è già tornato, da cinque giorni,
con l'imperdibile storia disegnata da Igort per Strade blu-Mondadori,
Dimmi che non vuoi morire e un romanzo storico sulla Resistenza
italiana in Francia che Carlotto ha messo in cantiere. Ma chi
l'ha detto che troppe saghe fanno male? (ammetto di averla presa
in prestito 'sta battuta).
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| DATA:6
maggio 2007
TITOLO: "Vatti a fidare del ristoratore" di Giovanni
Pacchiano
FONTE:Il
Sole 24 Ore
|
What a Wonderful World, che
mondo meraviglioso. È l’immaginaria colonna sonora
che diffonde alla fine, alla fine del recente romanzo di Francesco
Abate e Massimo Carlotto (coppia vincente, in questo caso) Mi
fido di te, la voce rocca di Louis Armstrong. Bel mondo meraviglioso
quello di Abate e Carlotto. O piuttosto, vera schifezza, pattumiera,
fogna. Dove si muove con destrezza il protagonista, Gigi Vianello,
una trentina d’anni, professione dichiarata: proprietario
di ristorante, “Chez Momò”, a Cagliari, nonché
distributore di prodotti alimentari. Un “talebano della
ristorazione” meticolosamente nel curare la qualità
nel suo ristorante, gestito dalla fidanzata, ed ex proprietaria,
Bianca, che lui ha salvato dal fallimento. Ma, per contro, un
figlio di buona donna, senza scrupoli, quando si tratta di distribuire
ad altri prodotti di scarto. Lupo in un mondo di lupi, se è
vero che, nel corso della storia, dichiara con candore “
E pensare che ero convinto di essere stato allevato all’università
delle carogne. Ma questi, in questa cazzo di città, ci
avevano il master”.enon solo, a quanto pare, in quella
c… di città, ma, secondo Abate e Carlotto, nell’Italia
intera, e oltre: attenti al cibo, è il motto sottinteso
del libro. Perché Mi fido di te, romanzo dove nessuno
si fida di nessuno, è in grottesco dove ridiamo (amaro)
o sorridiamo molto, seguendo i traffici commerciali, ma anche
sentimentali, di Gigi Vianello (saranno questi ultimi, paradossalmente,
a portarlo a una fine meschina). Ma è pure un romanzo
di costume e di denuncia: solo i quattrini contano, nel nostro
mondo meraviglioso, i soldi a palate. Fatti non importa come.
E Gigi, intelligente, accattivante, sveglio, disposto a tutto,
ci sta. Ha incominciato la sua carriera come spacciatore di
pastiglie di ecstasy davanti alle discoteche del Veneto (li
è nato e, figuriamoci, ha anche una laurea che a nulla
gli è servita). Poi è passato al ramo alimenti,
trasferendosi a Cagliari, dove il mercato della fronde alimentare
è ancora libero. E si è sistemato: bel macchinone,
Suvtedesco, ottimo ristorante, bella fidanzata, un commercio
che fa faville. Il suo credo: la merce da distribuire, adulteratissima,
e da distinguersi -sorry- in “merda” e “merdaccia”,
a seconda dei diversi gradi di sofisticazione. Distinzione bizantina:
perché la “merdaccia” è il peggio
del peggio –né deve andare sul mercato più
del 20% del prodotto totale, per non mettere in allarme “quegli
scassapalle delle associazioni” dei consumatori –mentre
la “merda” è il peggio e basta. È
abile, Gigi (è “dannatamente simpatico”chiosano
con ironia gli autori nella quarta di copertina); è crudelmente
realista nelle sue riflessioni sulla vita e sulla società.
Quando –commenta- devi campare con 800 euro al mese di
stipendio, e non ci paghi, magari, neppure le bollette, è
alla sopravivenza che devi puntare. E, “nel bosco fitto
e nero” in cui si ficca, oggi, un intera famiglia all’inizio
del mese, è giocoforza che si imbatta, comprando, in
(appunto) “merda e merdaccia”. “I nostri prodotti”,
dichiara lui, “che costavano poco e riempivano lo stomaco”.
Bei prodotti: qualche esempio da rabbrividirci, in cui ci imbattiamo
nel corso della storia. Grano duro inquinato da ocratossina,
riso munito di false certificazioni, che arriva dagli Usa ed
è spacciato per “autentico prodotto italiano”;
merendine che hanno, all’origine, uova ammuffite e invase
da parassiti. Pessimo prosciutto crudo proveniente dall’Est
che diventa, con un colpo di bacchetta magica, prosciutto italiano
di zone certificate. Il divertente e ricorrente tormentone del
libro: gli amici e conoscenti di Gigi che gli confidano di aver
preso l’influenza –una strana nausea, mal di pancia,
spossatezza- e lui, a muso duro, eccolo replicare: è
intossicazione alimentare. Tutto vero? Possibile. Si ha la netta
sensazione che gli autori si siano basati su una documentazione
meticolosa. Ma può un romanzo, un semplice, toccante
romanzo muovere qualcosa? È una speranza debole, ma non
vogliamo farla morire.
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| DATA:6
maggio 2007
TITOLO: "In questi giorni si parla tanto..."
FONTE:Il
Gazzettino
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In questi giorni si parla tanto
di slow food, di slow fish, di cucina attenta e sostenibile,
ma il romanzo di Massimo Carlotto e Francesco Abate è
capace di far passare letteralmente la fame e invogliare a una
disintossicante dieta estiva. Carlotto e Abate danno vita, infatti,
a un noir intenso e avvincente, che vede protagonista un viscido
gestore di un ristorante per gourmet di Cagliari che, dietro
l'immagine di ristoratore doc, nasconde un traffico di riciclaggio
di cibi avariati, che finiscono alle mense dei poveri come negli
scaffali dei supermercati discount. Tutto sembra andare liscio
a Gigi, fino a quando, dal suo passato torbido, non riemergono
dei fatti e delle persone con cui deve fare i conti. Ambientato
tra il Nordest - dove Carlotto è nato - e la Sardegna
- dove entrambi abitano -, "Mi fido di te" (Einaudi)
è un libro che si legge d'un fiato e che, alla suspense
e al cinismo, unisce un'ironia che lo rende irresistibile.
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| DATA:4
maggio 2007
TITOLO: "Attenti a questo noir al veleno" di Santa Di
Salvo
FONTE:Il
Mattino
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Mi fido di te, dice Kate Winslet
a Leonardo Di Caprio sulla prua del Titanic. Mi fido di te,
canta Jovanotti. Mi fido di te, ripete Sabrina al fidanzato
Gigi affidandogli le sorti della sua famiglia. Ma questo non
è un film e senza colonna sonora le cose vanno diversamente.
La musica beffarda tradisce il racconto e Gigi Vianello tradisce
tutti, compreso se stesso. Un bastardo, questo Vianello. Un
intrallazzatore dal cuore marcio trasferitosi dal Nordest, dove
riempiva di pasticche gli scoppiati delle discoteche, alla Sardegna
dei nuovi ricchi, dove è riuscito a costruirsi il suo
piccolo «mondo perfetto».
Una facciata rispettabile, quella del ristorante Chez Momò,
tempio della cucina salutista ed elitaria. Una seconda, lucrosa
e ben celata attività criminale, la sofisticazione alimentare.
Vianello è un distributore di veleni, cibi tossici per
una società che si avvia all’adulterazione totale:
dalle merendine per bambini, poltiglie impastate con uova ammuffite
dalla putrescina e dalla cadaverina alle vongole infestate dall’escherichia
coli, dal grano duro all’ocratossina ai polli thailandesi
al cloramfenicolo. È la «merda» universale
trattata dalle nuove mafie spavalde e impunite, quella russa
e cinese soprattutto, trasformata dalla chimica e rivenduta
come sana, in confezioni da supermercato, alle belle famiglie
italiane. Francesco Abate e Massimo Carlotto hanno scritto a
quattro mani un noir crudele e indigesto (Mi fido di te, Einaudi
Stile Libero, pagg. 178, 14 euro). Ispirato a storie e personaggi
veri, emblematico di un modello di vita volgarissimo e vitale
che s’è ormai insinuato in tutti gli interstizi
della società, i soldi e la bella vita pagata con legami
e affari equivoci.
Gigi Vianello è un mascalzone che assomiglia molto al
protagonista di Arrivederci amore ciao, di cui ha lo stesso
fascino ambiguo, accentuato da una eterocromia alla David Bowie
(cioè occhi dai colori diversi), ma con sfumature più
attuali, da criminale da rotocalco. Gli autori lo hanno investito
della stessa aura di crapula decadente che accompagna in questi
mesi le disavventure giudiziarie del popolo di Vallettopoli.
Vianello gira in Cayenne, ha due soci furfanti quanto lui, va
a letto aiutandosi con il Viagra, ricatta una fidanzata a cui
ha rubato ristorante e beni di famiglia (ma che al momento si
rivelerà della sua stessa pasta) e tanti affari ben nascosti.
È un cialtrone con qualche talento, un faccendiere che
si piega agli accordi più turpi, un avvelenatore pronto
anche all’omicidio, quando un’ex amante gli si mette
di traverso sulla strada. Eroe negativo talmente immerso nello
spirito del tempo da essere già pronto a prossime avventure.
Abate e Carlotto anticipano infatti una seconda puntata ispirata
alla sua fuga da San Pietroburgo, dove finirà tradito
dal suo passato. Come l’Alligatore, il detective border
line creato da Carlotto, anche Vianello si avvia dunque a diventare
personaggio seriale. Al momento più famoso di lui, l’Alligatore
è nel frattempo e contemporaneamente in libreria con
una storia inedita, Dimmi che non vuoi morire (Mondadori, pagg.142,
15 euro). Dopo cinque romanzi, Carlotto ha trasformato il personaggio
in un fumetto disegnato da Igort, che lo ha reinterpretato con
il suo talento grafico.
Tornando a Mi fido di te, probabile che, dopo la lettura di
queste pagine magnetiche e feroci, il nostro rapporto con il
cibo subisca una radicale mutazione. La storia raccontata dalla
nuova coppia letteraria - nella sua fredda dicotomia tra l’integralismo
salutista del mascalzone, che mangia biologico e beve solo acqua
minerale scozzese, e gli inquietanti e documentatissimi dettagli
sulla globalizzazione del cibo porcheria - finisce per scalfire
tutte le nostre certezze alimentari e ci lascia soli e sgomenti
di fronte alla tavola violata.
No, non ci fideremo più di nessuno: nè della pubblicità
nè delle garanzie dell’industria alimentare. Per
Abate e Carlotto la dimensione delinquenziale legata al cibo
è l’occhio del ciclone, la vera madre di tutti
gli scandali. Tempo al tempo e si vedrà che avevano ragione.
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| DATA:30
aprile 2007
TITOLO: "L’Apocalisse e già tra noi" di
Ranieri Polese
FONTE:Corriere
della Sera
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I “bravi ragazzi”
di Massimo Carlotto si somigliavano un po’ tutti. Gigi
Vianello, protagonista di Mi fido di te (il nuovo romanzo appena
uscito da Einaudi Stile libero Noir, pp. 175, 14euro, con Francesco
Abate), ricorda assai il Giorgio Pellegrini di Arrivederci amore,
ciao. Come Giorgio, Gigi è del Nord Est, è padrone
di u ristorante, non si fa troppi scrupoli nella gestione di
cose e persone. Manca però il retroscena politico: Giorgio
aveva un passato di lotta armata, fughe all’estero e clandestinità;
anche se poi, al suo ritorno, ogni motivazione ideale spenta,
quel che conta per lui è solo rifarsi una vita piena
di sogni, lussi, amicizie che contano. A qualunque costo. Gigi
Vianello, invece, non nasce dalla politica, ma dallo spaccio
di ecstasy nelle discoteche. Gli sembra la scorciatoia per la
bella vita, fino a quando no troverà qualcuno che lo
farà smettere. Costringendolo a cambiare zona e giro
di affari, dal Veneto alla Sardegna, dalla droga alla distribuzione
di alimentari manipolati. Con gli occhi di colore differenti,
uno verde e l’altro celeste, Gigi si sente simile a David
Bowie, il rocker inglese che con le sue canzoni accompagna la
sua vita balorda, quasi da film. Se non fosse per il fatto che
- come scrivono Carlotto e Abate- nei film la scena si chiude
in dissolvenza e parte la colonna sonora.. Qui no. A Cagliari,
dunque, Vianello ha fatto i soldi smerciando partite di uva
tossica, vongole avvelenate, polli infetti e rigenerati. Il
ristorante gli serve un po’ da copertura, da patente di
rispettabilità. Per questo lo lascia gestire da Bianca,
la figlia dell’ex proprietario nel frattempo diventa la
sua compagna. Fra traffici immondi (dopo questo libri è
inevitabile guardare con sospetto i cibi industriali) e obbligatorie
mondanità di rito, Gigi è uno di quelli che si
arricchiscono facendo il male senza rischio di pagare. Se qualcosa,
una volta ancora, va storto è solo per una inopinata
fatalità, una stupidaggine che lo porta a diventare l’amante
di una donna sposata, Mariuccia, a cui il marito non riesce
dare un figlio. Sembra una storia da Bovary di provincia, in
realtà il consorte di Mariuccia è un uomo potente,
ben collocato politicamente, che quando scopre l’inganno
chiede un castigo esemplare. Pesce piccolo in un mondo di squali,
Gigi rischia grosso. Ha contro un esercito di malfattori ramificato,
devastante; la sua illusione di un “mondo perfetto”
via in frantumi. La legge della giungla ha il sopravvento. E
non c’è nessun insegnamento morale in tutto questo,
nessuna massima tipo “il delitto non paga” che consola
i buoni mostrando la rovina dei malvagi. Nient’affatto,
chi vince è ancora peggiore di chi perde, i nuovi equilibri
sono ancora più nefandi delle malefatte di Gigi. Raccontando
storie e persone di un paese veramente orrendo, Massimo Carlotto
prosegue nel suo impegno di rappresentare l’Italia com’è.
La sua realtà malata la sua gente arricchita male e disposta
a tutto pur di continuare. Qui, in Mi fido di te (ancora titolo
di una canzone in questo caso Jovanotti), il campo dell’osservazione
è quello del commercio degli alimentari, della sofisticazione
che sfugge ai controlli, dei cibi che ci avvelenano. La cui
diffusione ha avuto una rapidissima accelerazione da quando,
introdotto l’euro e lasciata la via libera ai rincari
selvaggi, l’italiano e reddito medio-basso si è
trovato costretto a comprare prodotti scadenti e senza garanzia.
Con il risultato che tutti ormai viviamo in un mondo fetido,
marcio, che ci provoca sempre nuovi disturbi, allergie, intossicazioni.
Siamo corpi in putrefazione cui non tocca nemmeno l’annuncio
di un giudizio finale perché questo è l’inferno
in cui ci è dato vivere. E non ce n’è uno
peggiore.
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| DATA:29
aprile 2007
TITOLO: "Abate-Carlotto: Mi fido di te" di Marco Pomar
FONTE:Critica
Letteraria
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Gigi Vianello è un trafficante
all’ingrosso di roba alimentare sofisticata. Ha un passato
da spacciatore nelle discoteche in Veneto, dal quale è
scappato direzione Sardegna, dove apparentemente gestisce un
ristorante di lusso e alta cucina.
Qui si sviluppa la sua storia noir, ben orchestrata dalla coppia
Abate (uno degli scrittori italiani più interessanti
della sua generazione) Carlotto, tra l’alta borghesia
cagliaritana, legata bene o male ad ambienti malavitosi, e spalleggiati
da una certa classe politica arrivista e arrampicatrice.
Il romanzo è molto ben congegnato, i riferimenti ai cibi
adulterati inquietano non poco, i personaggi possiedono la lucida
cattiveria dei romanzi di Carlotto. Inoltre la scelta di narrare
la vicenda attraverso gli occhi del protagonista, raffinato
truffatore ma anche pavido e codardo, dà alla storia
una credibilità notevole.
I due autori sono alla seconda scrittura a quattro mani, e dai
tempi di Fruttero e Lucentini non si ricordava una scrittura
di coppia così fervida e felice. Si ha la sensazione
che la verve del giovane Abate sia benefica nei confronti della
cruda, a volte un po’ troppo, scrittura di Carlotto, fornendo
al lettore un’interessante versione del giallo “geografico”.
Il finale non ve lo sveliamo, in fondo gli autori lasciano una
possibilità di apertura al lettore e, forse, anche al
protagonista di possibili future imprese delittuose.
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| DATA:28
aprile 2007
TITOLO: "In un mondo nero di allegri cialtroni" di Pino
Corrias
FONTE:La
Repubblica
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Massimo Carlotto viene dall’abisso e scrive
storie che lo raccontano. Raccontandolo lo spalancano. Per questo
tutti i suoi cattivi eroi sono nati per fuggire. E fuggendo
uccidono. E uccidendo (talvolta) rinascono. La sua nuova storia
Mi fido di te (Einaudi Stile libero, pagg. 117 euro 14) è
l’inizio seriale di una fuga imperdibile,oltre che un
manuale di multiple perfidie: esistenziali, sentimentali, persino
alimentari. Ha scritto con Francesco Abate che viene dall’inchiostro
di Cagliari, cronista e narratore delle sue notti isolane con
colonna sonora e mare che riluce a semicerchio con tanta perfezione
da promettere fughe, imprigionando. Insieme hanno estratto dal
nostro tempo e dai suoi scarti intossicati l’avventura
di un avventuriero che ha gli occhi di due colori diversi, l’anima
col doppio fondo, il passaporto con due identità, ma
neanche la metà di un cuore. Si chiama Gigi Vianello,
ha una quarantina d’anni, viene dagli asfalti ricchi del
Nord-Est, dove spacciava ecstasy nei labirinti urlanti delle
discoteche, fino al giorno in cui ha sbagliato ragazza, ha sbagliato
labirinto, e ha cominciato a urlare lui. Ne è uscito
intero. Riciclato come nuovo. Saggio: “ Ho Capito che
se la vita bara con te, allora tu devi barare con la vita”.
È perciò con il passato secretato. Le ferite nascoste.
Il mare a coprirgli le spalle, una vita inventata da spacciare
e una intera città da conquistare, Cagliari, carica di
luce e carica di inganni.
Stavolta è diventato ricco con la sua nuova specializzazione,
il riciclaggio alimentare, che muove fatture lungo le rotte
oceaniche e dollari veri sui conti cifranti. Che fa dondolare
gli scatoloni dei container in giro per il mondo globalizzato
fino ai moli industriali del porto che lui attraversa telefonando.
Gigi Vianello compra, falsifica, vende. Uova scadute da rifilare
agli impasti automatici delle aziende dolciarie. Polli scongelati
e ricongelati, imbottiti di antibiotici. Duemila tonnellate
di grano inquinato da ocratossina provenienza Canada, nuova
certificazione Hong Kong, prezzo stracciato da vero affare.
Riso radioattivo cinese. Pomodori e pistacchi carichi di insetticida.
Prosciutti con finti marchi di qualità. Carni bianche
frullate con acqua e gomme emulsionate. La sua rete è
un elastico. I suoi soci un muro di gomma. I pagamenti estero
su estero. In un paio di anni tutti gli ingranaggi della sua
nuova vita hanno rincominciato a funzionare. Ora Gigi Vianello
veste con cura. È estroverso, cinico il giusto,simpatico.
Guida una Cayenne. Ascolta David Bowie. Seleziona gli amici.
Beve solo acqua scozzese. Circondato da falso cibo è
maniaco di quello autentico: mangia solo biologico e pesce appena
pescato. Quando un amico gli dice “Se guardi ogni dettaglio
non campi più”. Lui replica sicuro “Al contrario,
mi allungo la vita”. Si è persino regalato un ristorante,
il migliore, Chez Momo, con la figlia dell’ex proprietario
incorporata, Bianca, la più bella, la più elegante.
Che ogni tanto lascia giocare, come se la loro relazione di
futuri sposi fosse vera, addirittura commestibile: “Era
importante che lei credesse di avere il suo spazio di autonomia
decisionale. Un giorno mi sarei stancato di quella relazione
e avrei venduto il ristorante, ma al momento era una porzione
del mio mondo perfetto”.
Il suo mondo perfetto è marcio. È avvelenato.
Ma fa girare i soldi e i sogni a usura. Fa girare il destino,
a cominciare dal suo. Sintonizzato al denaro che corre. Ai politici
che trafficano. Ai giornalisti in vendita. Alle donne che aspirano.
Ai ricchi che ridono. Ai poliziotti che coprono. Ai gabbiani
che uccidono. “Ecco - pensai -, siamo diventati proprio
come questi gabbiani. La causa si chiama: inversione dell’ecosistema.
Cambia la natura, cambiano le regole. E si diventa tutti predatori”.
Il nuovo ecosistema gli piace. La soddisfazione di abitarlo
e la paura di perderlo lo hanno reso prudente. E la prudenza
lo ha tenuto in allarme. Fino a una sera casuale, tra i tavoli
di una festa, dopo il terzo gin tonic “ quando notai una
tizia che se ne stava in disparte sulla terrazza, guardando
il mare. Doveva avere sui trentacinque anni, una vita agiata
a giudicare dal vestito e dai gioielli. Bel viso, occhi verdi
come uva acerba, bel corpo. Meritava un po’ del mio tempo”.
Il tempo di un invito. L o spazio di una conversazione. L’errore
di un appuntamento.
La prima mancia di sabbia negli ingranaggi della nuova vita
di Gigi Vianello scivola dall’involucro perfetto della
donna dentro il suo cuore adulterato. La reazione a catena,
il crollo ineluttabile, l’ effetto catastrofico. Massimo
Carlotto frequenta catastrofi da molto prima di diventare scrittore.
La vita vera gli ha inciso una trama non cancellabile, al partire
dal corpo di una giovane donna uccisa con 59 coltellate, Padova,
anno 1975, appartamento spalancato, lui accusato di omicidio
a 19 anni, intrappolato da macchie di sangue e indagini che
lo trasformano in colpevole. Sedici anni di urlanti labirinti
giudiziari, undici processi, l’innocenza negata, la condanna
confermata, la fuga a Parigi e in Messico. Poi la cattura. Il
carcere, la pena da scontare. Fino alla grazia firmata nel 1993
dal presidente Oscar Luigi Scalfaro. E finalmente una seconda
vita quasi nuova anche se appesantita da 96 chilogrammi di fascicoli
processuali, che ricomincia esattamente dove era finita: sulla
carta. A partire dal quasi autobiografico il fuggiasco (1996)
e poi dalle storie dure dell’ Alligatore, investigatore
in proprio, fino al suo nerissimo e formidabile. Arrivederci
amore ciao (2001). Otto romanzi al momento. Con ricorrenze di
intrigo e di sguardo intrappolato nel gelo affettivo della provincia
italiana. Con cadaveri di donne a intralciare il destino degli
uomini. Con la crudeltà che sbianca i fondali delle vite
e la corruzione che le avvelena.
Nei gialli tradizionali il disordine innescato dal delitto conduce
a un colpevole, il colpevole alla pena, la pena a una spiegazione
e a un risarcimento di significato. In quelli di Carlotto il
male e la luce danzano sempre insieme, capita che il più
cattivo sia il poliziotto venduto e che il bene non sia mai
dove te lo aspetti. Meno che mai nei suoi protagonisti in trappola
e perciò anche in fuga. Il finale di quest’ ultimo
romanzo è naturalmente a sorpresa. E non svelabile. Ma
con una sospensione ben costruita che metterà in fila
i lettori in attesa di un (imminente) seguito che immaginiamo
carico di rendiconti, vendette e sangue. Ci si doveva arrivare,
prima o poi, alla serialità d’inchiostro. Alle
storie che finiscono alla maniera televisiva sull’ultima
inquadratura dove si prende fiato per l’apnea e per l’attesa.
Gigi Vianello (dal fondo del suo burrone) si è appena
rimboccato le maniche, è di nuovo pronto a risalire le
rotte della sua prossima vita. Armato della sua crudeltà
e della nostra.
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| DATA:28
aprile 2007
TITOLO: "Pagine adulterate con cura" di Andrea Tramonte
FONTE:Il Sardegna
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Personaggi riusciti e vicende
torbide in “Mi fido di te”, ultima fatica del tandem
Carlotto-Abate. Un noir asciutto e sofisticato quasi al midollo.
«Mangia, bimbo bello, mangia». È una frase
rivolta ad un bambino che continua a risuonare nella mente del
lettore dopo aver chiuso il libro di Francesco Abate e Massimo
Carlotto, Mi fido di te (Einaudi Stile Libero). Una frase che
sembra rassicurante eppure cela un profondo misfatto. Quello
che il bimbo mangia è ricco di «merda». Una
merendina il cui sapore così gustoso viene da una poltiglia
di uova ammuffite ripulite da putrescina e cadaverina. È
quello che a volte mangiamo anche noi, anche se non lo sappiamo.
Anche noi siamo dei bimbi, e c'è un Gigi Vianello che
ci invita sardonicamente a mangiare robaccia da dietro il vetrino
della sua Cayenne e dalla facciata di quello che chiama il suo
“mondo perfetto”. Per questa prova insieme i due
scrittori hanno deciso di esplorare un tema abbastanza nuovo
nel panorama letterario: il cibo. Adulterato, sofisticato, riciclato.
Polli “cancerogeni ”, caffé adulterato con
scarti di cicoria, prosciutti di pessima qualità rivenduti
con marchio doc. Un tema di cui si parla poco, eppure è
tutto vero: quello che c’è scritto - inserito nel
tessuto di una narrazione noir asciutta e incalzante - è
frutto di una rigorosa documentazione. Il protagonista del libro
è Gigi Vianello. Un avvelenatore di professione dannatamente
simpatico. Un misto di cialtroneria e spietatezza che diventa
subito familiare. Vianello è un ex spacciatore di ecstasy
del Nordest che è finito a Cagliari dopo alcune vicissitudini.
Gestisce insieme alla fidanzata Bianca Soro un ristorante di
lusso, il Chez Momo, noto per la sua proposta di assoluta qualità.
Grazie al ristorante Gigi ha un posto dove mangiare bene, e
poi una copertura legale per i suoi traffici.
Il suo “mondo perfetto” però comincia a sgretolarsi
a causa di una relazione con Mariuccia Sinis, moglie di un esponente
di certa razza padrona cagliaritana arrogante, Carlo Alberto
Pedevillas, aspirante politico. Ci sarà un omicidio,
alcuni ritorni dal passato, una morsa che si chiuderà
intorno a Gigi e al suo business, una vecchia conoscenza dei
lettori di Abate come il giornalista Rudy Saporito che proverà
ad aiutarlo. Fino all’epilogo che lascia aperta la strada
ad un secondo capitolo del ciclo. Intanto il primo convince.
Il personaggio è estremamente riuscito, il tema è
forte e in filigrana mostra le diseguaglianze della nostra società,
dove chi deve solo riempirsi la pancia facendo rientrare la
spesa in uno stipendio basso spesso non può fare tante
storie e porsi certi problemi. Ma è soprattutto l’esplorazione
di quegli interstizi della società – cagliaritanissima
certo, ma anche italiana – dove l’affermazione,
il successo, la cosiddetta bellavita passano attraverso legami
sporchi, zone grigie in cui è difficile stabilire un
confine tra volgarità, malcostume e illegalità.
E che quindi ci parla prima di tutto dell’Italia in cui
viviamo.
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| DATA:28
aprile 2007
TITOLO: "La tavola questa discarica" di Sergio Pent
FONTE:Ttl/La
Stampa
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Non
c'è nessun altro scrittore in Italia come Massimo Carlotto,
in grado di creare personaggi tanto detestabili quanto concreti
nella loro arroganza tritatutto, emblematici di uno stile di vita
che ruota solo ed esclusivamente attorno al potere del dio denaro.
Il nostro Paese in perenne via di definizione è purtroppo
sempre più affollato di trafficoni disposti a tutto per
una bella vita comoda e firmata, anche se non tutti arrivano -
per fortuna, ma può dipendere anche dal caso - ai vertici
della nefandezza come Gigi Vianello, protagonista del nuovo romanzo
che Carlotto ha ideato
con Francesco Abate, promettente narratore cagliaritano già
autore del delizioso Ultima di campionato.
Diremo subito che il protagonista di questo nauseante –
non certo in senso letterario – romanzo a quattro mani ricorda
assai da vicino quello di Arrivederci amore ciao, libro fondamentale
di Carlotto nel delineare le dinamiche isteriche del nostro tempo.
Stesso fascino ambiguo - qui caratterizzato da una eterocromia
alla David Bowie - stessa faccia tosta, stesse velleità
ambiziose di far soldi fregando il prossimo e arrivando anche
al delitto, se si tratta di salvarsi il culo. Vianello è
manager di se stesso, una multinazionale del degrado sociale riassunta
in un unico individuo che, dopo una storiaccia messa da parte
con diabolica astuzia in Veneto, si ritrova a gestire immensi
patrimoni nel campo della
sofisticazione alimentare.
Ed è proprio qui che la perfidia - o la documentata obiettività
- di Abate e Carlotto, scatta come una molla a colpire le nostre
piccole certezze quotidiane: i dettagli con cui gli autori mettono
in risalto le infinite possibilità di avvelenarci a tavola
convinti di avere nel piatto prodotti di prima scelta, diventano
un libro aperto sulla globalizzazione del malaffare,
in cui tutti ci ritroviamo vittime di polli thailandesi al cloramfenicolo
ridotti a «sanissimi» hamburger, pasta col marchio
italiano ricavata da grano duro canadese di categoria 5 inquinato
da ocratossina, merendine per bambini fabbricate con ovoprodotti
che trasformano in poltiglia alimentare uova rotte, ammuffite
e invase da parassiti e via degustando.
Il romanzo è inquietante perché ci mette di fronte
a una realtà di cui non è più neppure lecito
dubitare, in un mondo di perenni, inspiegabili influenze intestinali
fuori stagione. Mi fido di te è a questo punto un refrain
generalizzato, che partendo da una remota hit di Jovanotti percorre
tutto il romanzo con toni sarcastici, poiché tutti coloro
che si fidano di Gigi Vianello vanno incontro a una brutta fine,
e il nostro rapporto di fiducia con gli spot dei prodotti di qualità
d'ora in poi ci lascerà perlomeno dubbiosi. Ma il romanzo,
al di là dei segnali d'allarme che lancia con lecito sarcasmo,
è innanzitutto una storia nera alla Carlotto, in cui il
protagonista, messo alle strette dalle circostanze, elimina gli
elementi di disturbo - in questo caso la donna incinta di un potente
politico sardo che minaccia di rivelare la loro relazione -sperando
di continuare a godersi i benefici della fidanzata Bianca e del
locale che le ha messo in piedi, «Chez Momo», in cui
non corre il rischio di avvelenarsi. Torna ad avvelenarlo il passato
che arriva in Sardegna dal Nord-Est, e da qui in poi solo la scaltrezza
e l'istintiva genialità criminale riusciranno a salvare
il detestabile Vianello da una fine certa.
L'ironia di Abate e il disincanto senza mezze misure di Carlotto
trovano un punto d'incontro quasi perfetto per regalarci una storia
che avvince e ci fa odiare tutti i personaggi in maniera equivalente,
e che lancia un allarme finora forse sottovalutato, in un mondo
che si rincorre e che è sempre più difficile tenere
sotto controllo. Aprite la bocca, masticate,
ingoiate e poi sperate che le sostanze in aggiunta al vostro prosciutto
D.O.P. abbiano un effetto cancerogeno a lunga distanza. Nel frattempo
godetevi i diabolici benefici di questo romanzo schietto e cattivo,
con un finale aperto a nuove prospettive delittuose, poiché
l'impunità è un'altra malattia incurabile del nostro
tempo.
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| DATA:28
aprile 2007
TITOLO: "Mi fido di te" di Valerio Calzolaio
FONTE:I Vedovi
Neri
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Cagliari,
Tuvixeddu. Fine estate. Luigi Gigi Vianello viene da un’onesta
famiglia di lavoratori ha un eterocromia benigna di origine genetica
(effetto David Bowie), occhi dal colore diverso (uno verde l’altro
celeste). Liceo e laurea inutili in Veneto, voglia di arricchirsi,
spaccio di ecstasy nelle discoteche e cruento passaggio al ramo
della sofisticazione alimentare, tradimento e fuga in Sardegna,
ora distribuisce prodotti adulterati (cibo erboristeria pulizia),
ha il ristorante “Chez Momò” a Cagliari come
copertura, è fidanzato con la solare brava Bianca, si sente
in un mondo perfetto e chiuso: gira in Cayenne, ama andare al
cinema da solo, beve pura minerale scozzese, mangia con circospezione
salutista, scopa con cautela (e Viagra se urge), non cerca guai.
Li trova. La bella Mariuccia Sinis, fidanzata con un amato ricco
potente sterile lo circuisce e si fa mettere in cinta mesi dopo,
in segreto. Poi si pente e lui la uccide. A questo punto, cattivi
e buoni si arrabbiano. E i traditi del passato lo ritrovano. L’eroe
di Massimo Carlotto e Francesco Abate (“Mi fido di te”,
Einaudi 2007, pag. 177 euro 14) racconta in prima come se la cava
nella vita, con alterno successo, fra Titanic e Jovanotti. La
scelta è coraggiosa: pare che tornerà presto in
altre edificanti avventure criminal noir. Eterocromatismo musicale,
porcherie vere, enogastronomia incerta. Consigliato ai colleghi
di Slow Food, affinché siano meno buoni puliti giusti.
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| DATA:28
aprile 2007
TITOLO: "Il marcio della seconda repubblica" di Benedetto
Vecchi
FONTE: Il
Manifesto
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«Mi
fido di te», un noir duro come la realtà di Massimo
Carlotto e Francesco Abate. Lo spaccio di alimenti cancerogeni
tra politici corrotti e massoneria
Beve acqua minerale scozzese, perché il contenuto della
bottiglia corrisponde rigorosamente a quanto scritto nell'etichetta.
Mangia pesce di provata freschezza; lo stesso per la carne. Si
è anche comprato un ristorante, lo Chez Momò, per
essere sicuro che i suo pranzi e cene siano di assoluta qualità.
Che poi il ristorante sia il migliore della città e fa
incassi stratosferici è solo un dettaglio. Un salutista,
dunque, che ama lo slow food e convinto assertore della trasformazione
della buona gastronomia in business.
La squadra e il compasso
Gigi Vianello, questo il nome del protagonista del romanzo scritto
per Einaudi da Francesco Abate e Massimo Carlotto Mi fido di te
( collana stile libero, pp. 175, euro 14), è dunque un
uomo di affari di successo in una Cagliari preda del vento caldo
e dalla sabbia del deserto provenienti dall'Africa. Frequenta,
con qualche riluttanza, se non disprezzandola, la gente giusta,
la casta intoccabile della città sarda. Avvocati, gioiellieri,
manager, notai, che fanno soldi su soldi e che non disdegnato
di «entrare in campo» nella gestione della cosa pubblica,
scegliendo partiti che sembrano comitati d'affari e in cui è
di rigore la «doppia militanza»: quella nel partito
e quella in una loggia massonica. Insomma, vive in un «mondo
perfetto» che ha il suo centro nel suo ristorante gestito
dalla fidanzata. Gigi Vianello è però una vera carogna.
È un amorale, un cinico, un opportunista che conduce una
doppia vita: salutista, ma spacciatore milionario di «merda»,
cioè di alimenti contraffatti e rimpizzati di sostanze
cancerogene. Tutti ingredienti per un noir crudele, dove di buono
c'è solo la scrittura e il plot narrativo, ma non certo
l'umanità che abita le sue pagine.
C'è Vianello, ma anche Bianca, che per ritornare in possesso
di Chez Momò è disposta a tutto, visto che è
il ristorante di famiglia che un padre scapestrato ha seppellito
sotto una montagna di debiti. Ci sono i soci di minoranza del
protagonista, aspiranti esponenti della «casta» e
bulimici di denaro. C'è la giornalista in attesa della
grande occasione per essere proiettata sul grande schermo. Vive
di gossip e usa le informazioni di corridoio per sgomitare e farsi
largo nella vita. C'è anche un giornalista di cronaca nera,
che ha più peli sullo stomaco che in testa. E' crudele
non per diventare noto, ma per prendere «a calci nel culo»
il mondo. L'imprenditore locale divenuto nazionale è figlio
di un gerarca fascista e ha fiutato la pista giusta per diventare
un gerarca di successo nella seconda repubblica: mette nel letto
di imprenditori e politici uno stuolo di aspiranti veline, che
usano il proprio corpo con la cinica determinazione e il disincanto
di chi vuol fuggire da una «vita di merda».
Ci sono poi i boschi, le litoranee, le spiagge che fanno amare
la Sardegna: un amore che può durare anche una vita, basta
solo considerarla, come scriveva Elio Vittorini, «come un'infanzia»
ritrovata. Ma dell'isola il libro parla poco, se non per ricordare
l'assalto estivo dei villeggianti che la rendono, per pochi mesi,
una sorta di ideale palcoscenico per attori, il sottobosco televisivo
e un pubblico morboso a caccia di notorietà. Più
interessante è invece la descrizione dell'industria della
sofisticazione alimentare.
Ci sono le imprese produttrici. Sono ovunque, in Italia, Spagna,
Grecia, Portogallo, Olanda, Cina, Argentina. Trattano materiali
scadenti - polli, mucche, pesce, vino, olio - ingozzati o coltivati
con sostanze che l'organizzazione mondiale della sanità
considera cancerogene o altamente pericolose. C'è poi chi
trasforma questi alimenti tossici in confezioni da supermercato.
E qui la chimica svolge il suo porco ruolo per dare un sapore
accettabile a prosciutti, tonno, vino, olio che verrebbero altrimenti
gettati nella spazzatura. Il libro è così minuzioso
nel descrivere la sofisticazione alimentare che, dopo la sua lettura,
viene voglia di non mangiare nulla.
E la distribuzione della «merda»? Per quella ci pensano
personaggi come Gigi Vianello con la complicità di molti
proprietari di supermercati. Laureato in non si sa che cosa, è
accorto, cauto e scaltro. Sa che bisogna andare con i piedi di
piombo e snocciola cifre sulla sofisticazione alimentare, arrivando
a tamponare la bramosia dei suoi soci con le statistiche: la «merda»,
dice, non deve superare il venti per cento delle vendite, il livello
di tolleranza massimo del sistema, perché altrimenti entrano
in campo le associazioni dei consumatori che cominciano ad indagare
su sospette epidemie da virus. Il fattore tempo, dice Vianello,
«non è dalla nostra parte, perché, prima o
poi, faranno leggi che ci taglieranno le gambe. Dunque dobbiamo
essere cauti e allontanare nel tempo quel momento». Per
l'andamento della domanda non ci sono problemi, sostiene convinto,
perché l'euro ha impoverito tutti e per una famiglia arrivare
alla fine del mese è una guerra sfibrante e riempire il
frigo di «offerte della settimana» è spesso
l'unica soluzione. Infine, l'industria della sofisticazione alimentare
è globale e vede l'attiva partecipazione delle diverse
mafie (russa, cinese, italiana) e guai ad attirare l'attenzione
della polizia, perché non si rischia solo la galera, ma
anche la vita.
La società blindata
Il mondo perfetto del protagonista è però travolto
dal suo passato di spacciatore di pasticche nel ricco nord-est.
E' un uomo affascinante e calamita l'attenzione delle donne perché
ha gli occhi di diverso colore (verde e azzurro). Quando spacciava
in continente aveva fatto innamorare una giovane rampolla di un
pescecane locale. Fuggito dopo che il potenziale suocero era stato
arrestato per loschi affari (vendere, ad esempio, vongole della
laguna veneta raccolte a ridosso degli scarichi industriali) è
approdato in Sardegna. Ma a Cagliari finisce a letto con una donna,
che muore per mano sua perché vuol incrinare l'equilibrio
della sua vita. Un errore fatale, perché la donna è
la moglie di uno della casta e il mondo perfetto di Gigi Vianello
è destinato ad essere travolto da strozzini, malavitosi
in carriera e da due ex-soldati delle forze speciali russe che
hanno pensato bene di cambiare divisa e indossare quelle della
mafia di San Pietroburgo.
Con questo noir, Massimo Carlotto e Francesco Abate vogliono mettere
sotto tiro il sistema politico sardo e l'industria alimentare.
Forse è troppo, ma non proprio, perché sono due
facce della stessa medaglia. Stessi i metodi per gestire il potere,
stessi i legami con la malavita organizzata. Stessi i metodi per
emarginare chi è «fuori dal coro». Nulla è
da salvare in questa seconda repubblica, se non quell'attitudine
al pensiero critico che ha radici nel passato recente e che alcuni
vogliono seppellire per «iniziare una nuova storia».
Ma il passato si prende spesso la sua rivincita, anche se non
è sempre una rivincita rose e fiori.
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| DATA:27
aprile 2007
TITOLO: "Massimo Carlotto e il cibo oscuro" di Laura
Crinò
FONTE: Kataweb
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Massimo
Carlotto, uno dei nostri più amati autori noir, torna in
libreria con un romanzo mentre esce per Mondadori la sua prima
incursione nella graphic novel, ovvero Dimmi che non vuoi morire,
illustrato da Igort (il 2 maggio). Il romanzo si intitola Mi fido
di te e segna il passaggio dello scrittore padovano dalla casa
editrice e/o, che finora ha pubblicato tutti i suoi titoli, alla
collana Stile Libero di Einaudi. Ambientato a Cagliari e scritto
con Francesco Abate, giornalista scrittore e dj, già autore
di Il cattivo cronista e Getsemani Mi fido di te intreccia alcuni
dei temi e degli scenari più cari a Carlotto (l'intreccio
delle mafie del Nord Est e quella russa, i tentacoli del crimine
su settori e personaggi 'insospettabili') con un 'filone' nuovo,
ovvero quello dei reati legati alla sofisticazione alimentare.
Protagonista è Gigi Vianello, che dopo un oscuro passato
nel natìo Veneto si è riciclato come proprietario
di uno dei ristoranti più chic del Cagliaritano e che tuttavia
continua, dietro le quinte, a muovere le fila di un orribile traffico
di cibo avariato, tossico, contraffatto, destinato a finire sul
nostro mercato e sui mercati esteri. Una trama gialla dove non
mancano crimini e omicidi ma in cui, come ha detto recentemente
Carlotto in un' intervista a L'Unione Sarda, "Non indulgere
troppo alla violenza serve a sottolineare la crudeltà peggiore,
cioè far mangiare veleno e schifezze a gente ignara».
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| DATA:26
aprile 2007
TITOLO: "Mi fido di te, Massimo Carlotto e Francesco Abate"
di Aldo Funicelli
FONTE: Unoenessuno
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"-
Dice? Davvero? - chiese con un tono tremolante. - E' un paio di
giorni che ho una strana nausea, spossatezza, mal di testa, mal
di pancia, sto persino andando di corpo più del dovuto
...
- Intossicazione... - diagnosticai, sorridendo malefico.
- Sono i chiari segni di un'intossicazione alimentare.
I suoi occhi divennero due limoni e il viso color paglia.
- No, no, non credo. Anzi, glielo assicuro, si tratta di ben altro.
Un mio giovane praticante mi ha detto che nella palestra che frequenta
sono in tanti con gli stessi sintomi. Ha consultato il medico
che segue le sue stesse lezioni di aerobica e gli ha spiegato
che mezza città è nelle mie stesse condizioni. Dice
che è un virus. Quest'anno l'influeanza prende così....".
Se anche voi ristorante sintomi come quelli indicati nel pezzo
estratto da "Mi fido di te", allora siete passati da
un ristorante rifornito da Gigi Vianello, il protagonista della
storia.
La "simpatica canaglia" che fa affari d'oro in tutta
Sardegna con il business della contraffazione alimentare: merce
avariata (o quasi) veduta a ristoranti o all'industria alimentare.
Mercato dove le nuove mafie si muovono con spavalderia e spesso
impunità. Specchio e sintomo di una società adulterata
in ogni suo aspetto.
Un altro estratto dal libro:
"Come la partita di uova provenienti da una ditta di riciclaggio
dei rifiuti del torinese che, invece di smaltire uova ammuffite,
rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona dalla putrescina
e dalla cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata
in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere versati
nelle impastatrici delle industrie dolciarie."
Tutto questo con la complicità della Guardia di Finanza,
dei controlli portuali ...
Gigi Vianello ha messo in piedi un bel business: un mondo perfetto
come dice lui. Proprietario di un bel ristorante (Chez Momò)
a Cagliari, con i contatti giusti nel mondo della distribuzione
alimentare.
Passa le sue giornate tra una truffa e l'altra e le sue avventure
con le ragazze attratte dai suoi occhi dai colori diversi (eterocromia).
Ma un giorno tutto questo meccanismo perfetto si inceppa: a causa
di una sua avventura con la donna sbagliata. La moglie di un un
importante uomo d'affari che si sta mettendo in politica.
E qualcuno, che Gigi credeva di aver sepolto definitivamente nel
suo passato di spacciatore nelle discoteche del nordest, torna
a compiere la sua vendetta.
Qui inizia la caduta agli inferi del povero Gigi (perchè
nonostante tutto, torna anche simpatico questa persona priva di
scupoli morali): perde gli affari, la fidanzata, il ristorante.
Stretto tra la morsa della polizia, che indaga su di lui, e le
persone che stanno dietro all'uomo politico cui lui ha pestato
i piedi.
Ma Gigi, un traditore, senza scrupoli, senza morale, ha dentro
di sè le capacità per uscire comunque dai guai.
Anche nel freddo della russia ...
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| DATA:25
aprile 2007
TITOLO: "Fidarsi è bene, ma attenti al cibo"
di Giancarlo Biffi
FONTE: Il Sardegna
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Fidarsi
è bene ma non fidarsi è meglio. Era il proverbio
che mia madre come un ritornello mi ripeteva nelle più
svariate occasioni e così, io sono cresciuto con una particolare
diffidenza per tutti coloro che mi stanno troppo addosso. Un’attenzione
che col tempo ha iniziato a scemare; perché a dire il vero,
aver per compagna la diffidenza non è un gran bel vivere.
E poi mi dicevo: “Come faccio a stare attento a tutto e
a tutti? Io sono uno, gli altri sono miliardi!” Ed è
su questa apparente solitudine che speculano
gli odierni criminali, cavalcando agevolmente sul confine tra
lecito e illecito.
Dopo aver letto: “Mi fido di te”, edizioni Einaudi,
di Francesco Abate e Massimo Carlotto, verrebbe d’astenersi
per un po’ dal mangiare, perché è proprio
di quel cibo avariato che nel libro abbonda, che ogni giorno noi
ci nutriamo. Due anni di studio e un mare di articoli, che presi
singolarmente non danno l'esatto contorno del fenomeno ma che
composti assieme e condensati in un libro, mostrano agli
occhi un problema enorme e spesso sottovalutato: quello degli
alimenti adulterati. Bene hanno fatto Abate e Carlotto, ad infarcire
l’avventura criminale di Gigi Vianello col cibo; sono così
riusciti con intelligenza, a sciogliere in un romanzo un'inchiesta
degna del miglior giornalismo. “Mi fido di te” è
un libro da consigliare alle mamme che certamente dopo averlo
letto, ci penseranno bene prima di rimpinzare nuovamente di qualsivoglia
merendina i propri figli.
Un bel libro, scritto bene, avvincente, che non si tira indietro
nel denunciare atteggiamenti e vizi che ci appartengono; un romanzo
di gente senza scrupoli che passa con disinvoltura, dallo spaccio
di droga allo smercio alimentare. “Mi fido di te”
è un libro “politico” come nella migliore tradizione
del noir, come lo sono le migliori opere teatrali o i film che
fanno i conti col nostro tempo. Poi ognuno può scegliere
da che parte stare ma quando il protagonista del libro: “Il
simpatico bastardo” ci tira dalla sua, allora s’intuisce
quanto sia facile raggirarci. È che lui, Gigi Vianello,
una volta chiuso il libro vi resta intrappolato dentro, invece
gli altri: le migliaia in carne ed ossa, tanto per bene e tanto
criminali, sorriso aperto, battuta pronta e pacca sulla spalla…ecco
quelli, continuano impuniti a ronzarci attorno.
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| DATA:22
aprile 2007
TITOLO: "Carlotto e Abate, incontro spiritoso" di Andrea
Tramonte
FONTE: Il Sardegna
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Non
è stata la solita “presentazione cagliaritana”.
La suddetta sarebbe, secondo la definizione del giornalista Celestino
Tabasso, quella in cui è presente l’autore di un
libro e il presentatore parla dei fatti suoi perché pensa:
“quando avrò di nuovo un pubblico?”. In questo
caso peraltro erano presenti due scrittori, Francesco Abate e
Massimo Carlotto, autori di Mi fido di te, insieme ad un attore,
Gioele Dix, un agente letterario, Luisa Pistoia, e ai due direttori
della collana Stile Libero Paolo Repetti e Severino Cesari. Insomma,
non la solita presentazione cagliaritana quella che si è
svolta venerdì sera al Teatro delle saline, perché
la serata è stata congegnata come uno spettacolo attraverso
l’artificio della “preparazione” della presentazione,
attraverso i “si, quando ci sarà il pubblico potremmo
dire questo” e cose così. Si è scherzato molto
e tutti sono stati al gioco, tra battute, barzellette e prese
in giro. Anche se poi si è parlato del libro e del suo
tema, ben poco simpatico: il cibo adulterato e la sofisticazione
alimentare, con cui personaggi a margine della legalità
come Gianni Vianello avvelenano i nostri pasti, con un lavoro
di documentazione giornalistica molto rigoroso, grazie alle fonti
riservate di Abate. Spiega Carlotto: “La nuova criminalità
si sta creando una nicchia nell’alimentazione: meno rischiosa
della droga e molto redditizia”. E gli autori hanno spiegato
anche il perché di Cagliari: “Sta diventando un luogo
noir sempre più interessante per l’arrivo di nuove
culture criminali”.
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| DATA:22
aprile 2007
TITOLO: "Le carrube di Gioele Dix e il noir di Carlotto-Abate"
di Luigi Almiento
FONTE: L'Unione Sarda
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Gioele
Dix annuncia: «D'ora in poi mangerò solo carrube».
Effetti collaterali di "Mi fido di te", il libro di
Massimo Carlotto e Francesco Abate, nel quale le sofisticazioni
alimentari (e sociali) sono protagoniste assolute. Leggi un noir
e pensi a quel che mangi: è successo venerdì alle
centinaia di cagliaritani riusciti a entrare in un traboccante
Teatro delle Saline, dov'è stato presentato il volume targato
Einaudi. Come presentare un noir? Lo scrittore padovano Carlotto
e il giornalista-scrittore cagliaritano Abate, il problema, se
lo sono posto: nel senso che se lo sono posto durante la presentazione,
giocata sulla falsariga di una prova senza pubblico, con frasi
come: «Questa cosa, non dirla alla presentazione vera».
Un invito a nozze per Celestino Tabasso, altro giornalista (poi
dicono che è una categoria di ignoranti), moderatore della
serata. Dix legge brani di "Mi fido di te", Carlotto
e Abate ne descrivono l'anima. Al centro c'è Gigi Vianello,
un simpatico lestofante che inizia la sua carriera di fuorilegge
come spacciatore di ecstasy in Veneto e la prosegue come industriale
del cibo adulterato a Cagliari. Import-export di uova marce, latte
scaduto e altre delizie, che poi finiscono nelle merendine dei
nostri bambini: Grillo approverebbe. Approvano senz'altro Paolo
Repetti e Severino Cesari, responsabili della collana "Stile
libero" di Einaudi, e l'agente letterario Luisa Pistoia,
anche loro sul palco alle Saline. Quello di Abate e Carlotto è
e rimane un noir, e di quel Gigi Vianello risentiremo parlare
in altri libri. "Mi fido di te" ha però anche
il merito di denunciare una piaga - quella del cibo adulterato
- di cui si parla troppo poco, ma anche una morale in caduta libera.
Il retrogusto amaro del noir è che si deve sospettare di
tutto. Con le sue carrube, ad esempio, Gioele Dix evita uova marce
e latte scaduto. Prima o poi, però, gli verranno in mente
anche gli antiparassitari.
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| DATA:22
aprile 2007
TITOLO: "Massimo Carlotto approda all'editrice Einaudi"
FONTE: Il Gazzettino
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Massimo
Carlotto approda all'editrice Einaudi (dalla e/o) e ci presenta
- nel suo nuovo romanzo "Mi fido di te" (€ 14 titolo
da una canzone dell'ultimo Jovanotti) stavolta scritto assieme
al cagliaritano Francesco Abate, giornalista, scrittore e Dj nei
club dell'isola - un altro dei suoi bei "personaggini"
del Nordest: Gigi Vianello, ristoratore e boss della sofisticazione
alimentare, perennemente in bilico tra nefandezza e ambigua simpatia,
crimine e ipocrita rispettabilità. La vicenda si svolge
tra il Veneto e Cagliari, i due orizzonti di riferimento dello
scrittore padovano, e mette insieme mafiosi russi e imprenditori
disinvolti, intorno ad un ristorante per gourmet (anche Carlotto
ne gestiva uno, nei suoi anni padovani) che per il protagonista
è «il mio mondo perfetto». Fino a che qualcosa
si inceppa, e fa emergere dal passato di Gigi l'ombra del tradimento,
che egli riteneva sepolta per sempre. Il meccanismo del male dispiega
implacabile la sua azione, appena temperata dalla scrittura leggera,
scanzonata e venata di umorismo.
«Volevamo inventare un nuovo personaggio che fosse un grimaldello
per raccontare la società scissa e contraddittoria di oggi
- commentano i due autori - Quella dove il nuovo crimine si presenta
molto pi accettabile, dove l'illegalità è diffusa
e coinvolge tante persone. Un personaggio come Gigi Vianello.
Uno cosí, dannatamente simpatico». Che diventerà
il protagonista di una serie.
Ma non si tratta dell'unica novità per lo scrittore padovano,
che ha all'attivo (dall'esordio con "Il fuggiasco" nel
1995) una quindicina di libri editi da "e/o", tradotti
in molti paesi stranieri. Dal 2 maggio tornerà infatti
in libreria il suo Alligatore, nel libro Dimmi che non vuoi morire,
ma a fumetti (in collaborazione con Igort) ed edito da Mondadori/Strade
Blu.
Carlotto è inoltre finalista all'Edgar Allan Poe Award,
l'Oscar dei giallisti, che sarà assegnato il 26 aprile.
Con l'occasione lo scrittore sarà a New York per partecipare
assieme ad altri noti giallisti europei come Carlo Lucarelli e
Alicia Gimenez-Bartlett al Festival del Noir Mediterraneo, sezione
del PEN World Voices Festival (fondato da da Salman Rushdie) dedicato
al genere giallo.
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| DATA:20
aprile 2007
TITOLO: "Quel crimine che nutre il paese dell'illegalità"
di Luca Barbieri
FONTE: Il Corriere della Sera
del Veneto
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È
dimagrito di venti chili in un mese e mezzo, ha subito due interventi,
messo da parte sigari e Calvados. Un inizio di 2007 un po’
agitato quello di Massimo Carlotto.Ma è già tutta
acqua passata: un po’ di pausa, e giù di nuovo a
scrivere. È così che a soli sei mesi da La Terra
della mia anima lo scrittore padovano torna in libreria con Mi
fido di te
(Einaudi – Stile Libero, pagine 178, 14 euro, sugli scaffali
da oggi). Il libro, scritto a quattro mani con il giornalista
sardo Francesco Abate, scorre veloce e tagliente, si consuma in
poche ore. E fin qui è il suo marchio di fabbrica. Di inedito
ci sono un personaggio tutto da scoprire e un settore della malavita
non ancora esplorato. Eccolo qua Gigi Vianello, il protagonista:
partito come piccolo spacciatore di ecstasy nelle discoteche venete
diventa presto un genio della sofisticazione alimentare. Tratta
partite di cibo adulterato, inondato di pesticidi, lo «ripulisce»
(giusto un po’) e lo immette nel mercato facendo una marea
di soldi.
La descrizione è così accurata che a pagina 5 viene
già voglia di dimenticarsi la strada del supermercato.
Anche al nostro «eroe», a forza di trafficare robaccia
gli viene la paranoia, tanto da comprarsi un ristorante per essere
al sicuro. «Volevamo creare un personaggio negativo di natura
seriale che ci permettesse di entrare a fondo nelle grandi inchieste
sulla malavita organizzata», racconta Carlotto. Il «serial
killer» Gigi Vianello quindi è già pronto
a tornare. «Con Abate l’idea è quella di riuscire
a fare un romanzo ogni due anni. Dopo San Pietroburgo, dove si
conclude Mi fido di te, Gigi ha già ripreso a viaggiare
e in futuro ci permetterà di sondare nuovi mondi della
malavita, magari quelli legati alla moda. Tra due anni sarà
sicuramente diverso, difficilmente più buono». Da
seguire insomma.
«Volevamo un protagonista maledettamente simpatico. L’obiettivo
che sto inseguendo da tempo è quello di affrontare i temi
forti del noir attraverso personaggi che non puntino più
su messaggi autoconsolatori, che evitino i meccanismi del buono
che arresta il cattivo. Eppure Gigi Vianello non è la carogna
di Arrivederci amore ciao, ricorda piuttosto un protagonista di
Vallettopoli». Ei nfatti sarà, ma questo Gigi Vianello,
che ha studiato al Pigafetta di Vicenza, che in fondo è
un self made man alla veneta, risulta proprio simpatico: fisicamente
somiglia a David Bowie, ha gli occhi di colore differente, conosce
i programmi tv a memoria e si caccia nei guai a causa delle donne.
Al lettore viene la sincera speranza che prima o poi riesca a
uscirne, a mettere la testa a posto. «Sì, magari
Gigi, tra dieci romanzi, quindi tra vent’anni, forse si
potrebbe redimere— scherza Carlotto —. Ma ora come
ora, riflette quest’Italia dove l’illegalità
si diffonde in ogni strato della società. Riflette un Paese
in decadenza che sta precipitando. Io penso che sia giusto dirlo
in modo impietoso: il crimine sta dentro la quotidianità,
in ogni ambito». Ovunque, anche a tavola. «La parte
sulla sofisticazione alimentare è tutta vera—conferma
Carlotto —. Francesco Abate è un ottimo giornalista,
aveva gli agganci giusti e ci ha permesso di lavorare su elementi
precisi».
Non bisognerà comunque attendere i due anni che ci separano
dalla prossima puntata per vedere Carlotto di nuovo in libreria.
Tra pochi giorni volerà negli Stati Uniti: per la seconda
volta nella storia dell’Edgar Allan Poe Award, il più
prestigioso riconoscimento americano nell’ambito della narrativa
poliziesca, un autore italiano è entrato nella cinquina
dei finalisti con The Goodbye Kiss. Poi il 2 maggio l’Alligatore
tornerà sugli scaffali con Dimmi che non vuoi morire (Mondadori/Strade
Blu), un’avventura a fumetti scritta e realizzata da Massimo
Carlotto e Igort. A ottobre uscirà per Rizzoli un fumetto
sulla guerra di Spagna, che in realtà è già
pronto da tempo. «Ma poi veramente, per un po’ sparirò
dalle scene: passerò i prossimi mesi a lavorare a un romanzo
storico che spero di far uscire a settembre 2008. È un
lavoro sulla Resistenza italiana in Francia, un noir storico,
storie di tradimenti, passioni. È la prima volta che mi
cimento con questo genere e ora, scusate, mi devo proprio mettere
a studiare».
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| DATA:18
aprile 2007
TITOLO: "Carlotto e Abate? Una svolta narrativa" di
Andrea Tramonte
FONTE: Il Sardegna
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Ci
interessano le scritture che tengono conto dei generi, ma che
siano in grado di superarli e che sappiano raccontare il loro
tempo». Stile Libero può essere racchiusa anche in
questa definizione, resa dalle parole di Severino Cesari che della
collana einaudiana con la costina gialla è stato uno dei
due creatori (l’altro è Paolo Repetti). Una collana
che ha superato i dieci anni di vita si è in qualche modo
istituzionalizzata ma che all’epoca – si parla del
’96 - seppe davvero portare un vento nuovo nell ’editoria
italiana, aggiornandone il linguaggio con spregiudicatezza. Si
parlava di commistioni di linguaggi, di cultura cosiddetta bassa
(fumetti, canzoni, tv) che stava alla pari con la letteratura.
C’erano gli scrittori cannibali che irrompevano sul mercato
con tutto il loro carico di novità, c’era la rivincita
del noir a cui la collana diede un impulso non trascurabile, i
romanzi americani avant-pop e postmoderni. Imponendosi come modello
vincente per gran parte dell’editoria italiana. Cesari sarà
a Cagliari insieme a Repetti per presenziare alla prima nazionale
di Mi fido di te, libro scritto a quattro mani da Massimo Carlotto
e Francesco Abate - al loro debutto su Stile Libero. L’appuntamento
è venerdì al Teatro delle Saline alle 20.
Allora iniziamo dal libro. Qualè la qualità
che vi ha colpito di più?
Eravamo da sempre amanti del lavoro di Carlotto. Stile Libero
ha sempre avuto a cuore non tanto il genere noir e il poliziesco,
ma piuttosto le nuove scritture che tengono conto dei vari generi.
Carlotto non è solo un noirista ma uno scrittore complessivo,
che conosce i generi, se ne sa servire, ma va sempre al di là.
L’occasione della collaborazione è stata fornita
dal fatto che aveva creato un personaggio nuovo con Francesco
Abate, e che rappresenta una svolta narrativa vera .
In che senso?
C’è un personaggio fragoroso, Gigi Vinello, un figlio
di puttana simpatico. Un signore che pensa di gabbare il mondo
usando gli illeciti, e in questo senso è uno specchio di
un'Italia che non è illegale, ma è vicina all'illegalità.
Non è un personaggio tradizionale, come ad esempio “il
criminale”, ma un imprenditore, uno che ha un ristorante
e contemporaneamente sotto questa maschera ha un traffico spaventoso
di sofisticazione alimentare. È questa la novità.
Avete dato un grande impulso al noir, eppure lei parla
di andare al di là dei generi.
È proprio così. Un giorno eravamo a Cagliari, era
quasi primavera, e c'è venuto questo slogan: un folgorante
romanzo di avventura criminale. Non è un noir, un giallo.
Ma c'è dentro un movimento avventuroso basato sul crimine.
Il discorso della contaminazione È da sempre alla
base della collana.
Noi siamo stati i primi a sostenere certe scritture considerate
di serie B, ma non per promuoverle in serie A. Ci interessava
puntare sulle mescolanze. Il noir alimenta i nostri libri in modo
diverso. Ci interessa l’evoluzione dei generi e delle scritture.
Si pensi a Il ponte di Trevisan: alla base sembra un’inchiesta
fatta dal lettore sul protagonista che è un meccanismo
del noir, ma al servizio del disvelamento delle colpe della società.
La letteratura non prende un genere e ci si adagia dentro ma lo
usa per raccontare storie
Commistioni non solo in letteratura, ma anche tra linguaggi
diversi, no?
Sin da subito abbiamo alternato i libri con i vhs, per primi a
farlo. Il documento visivo poteva avere un'importanza altrettanto
grande di un libro, quando aveva la densità giusta. Il
teatro civile di Paolini, ad esempio. La nostra scelta è
stata vista in modo dissacrante, ma un video entrava quando davvero
valeva la pena. Grande è il numero delle storie sotto il
cielo, c'è la letteratura, e gli altri linguaggi. Noi abbiamo
in mente una persona complessiva .
Oggi sono nate molte collane che vi prendono ad esempio.
Ben vengano. Ma in tutte le cose conta chi le ha fatte le prima
volta, chi ha tracciato il solco. In realtà oggi tutta
l’editoria si è stileliberizzata, e non sempre con
rigore.
I libri per raccontare la collana? “Gioventù
cannibale”e. . . ?
Certo, Gioventù cannibale. E citerei 5 romanzi, che rappresentano
dei punti di svolta della letteratura italiana. Q di Luther Blisset,
la grande avventura che fa i conti in profondità con il
meccanismo narrativo. Io non ho paura di Ammaniti: il libro giusto
perché ci si riconoscessero diverse generazioni. Dei bambini
non si sa niente di Simona Vinci, che fa emergere una voce letteraria
fortissima. Almost blue di Lucarelli, perché tutta la letteratura
di genere viene trasformata. Romanzo criminale di De Cataldo,
un affresco epico dal punto di vista dei criminali.
Continuerà anche la tradizione delle antologie?
Sì, e potrebbe arrivare un Crimini 2. |
| DATA:14
aprile 2007
TITOLO: "I killer? Pendagli da forchetta" di Celestino
Tabasso
FONTE: L'Unione Sarda
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L’arma
del delitto stavolta è una forchetta. Quella che le vittime
di Gigi Vianello affondano ignare in bistecche putrescenti ma
ben condite, pesci tossici, pasti fetidi, adulterati, sofisticati,
venefici.
Vianello è il protagonista di “Mi fido di te”,
il romanzo che Massimo Carlotto e Francesco Abate hanno scritto
insieme per la Einaudi, che lo manderà in libreria venerdì
20. Un noir sui generis, un libro agile e robusto che sbatte in
faccia al lettore lo scandalo del cibo violentato. La trama è
condita dagli elementi classici del noir e studiata per far scivolare
d’un fiato una storia di delitti, indagini, mafia russa
e corruzione isolana, ma anche una satira di costume divertente
e affilata su vallette, aspiranti, vittime della telefoninomania,
carrieristi e leccascarpe senza scrupoli. Un trattatello d’antropologia
al sangue.
Gigi Vianello sarà un personaggio seriale come
l’Alligatore, come scrive “Panorama”?
Carlotto: «Magari come l’Alligatore no, ma sarà
seriale: è stato costruito come un personaggio assolutamente
negativo che esprima a fondo l’Italia di oggi, il tipo di
persona che ritrovi in Vallettopoli e in tutti gli altri scandali.
Diciamo che è uno strumento docile per indagare storie
di ampio respiro criminale».
Abate: «D’altra parte la cronaca ce ne ha presentati
tanti di imprenditori alla Vianello. Belli, giovani, rampanti,
venuti dal nulla come i soldi che maneggiano. Vianello è
così, è il tipo del criminale da rotocalco».
Carlotto dice spesso che i romanzieri devono occuparsi
di attualità perché i giornalisti non lo fanno.
Abate fa il giornalista. Allora?
Carlotto: «Beh, infatti non è stata una scelta casuale.
Anzi, direi che è stata furbissima: intanto perché
Abate è un grande scrittore e poi proprio perché
è un abile giornalista. Senza la sua capacità di
individuare e recuperare le notizie non sarebbe stato possibile
raccogliere il materiale per questo libro».
Abate: «Il punto è che il romanziere può raccontare
tutto, anche ciò che ha soltanto intuito, cosa che ovviamente
il cronista non può fare. Ma è anche vero che il
mestiere del giornalista è fatto sempre più alla
scrivania e sempre meno in strada, sia pure con alcune belle eccezioni
di giornalismo d’inchiesta. Non è un caso se il sindacato
dei giornalisti si batte contro questa tendenza».
A proposito, sapevate che un Gigi Vianello esiste e fa
il giornalista? Automobilistico, per l’esattezza.
Abate: «Non lo sapevamo, lo giuro. In realtà cercavamo
un nome che restasse impresso nella memoria».
Dev’essere difficile mettere piede in ristorante
dopo aver scritto un libro così.
Carlotto: «Per la verità ci sono stato anche da poco,
a Pasqua ero ad Alghero e davanti all’aragosta non mi sono
certo tirato indietro. Basta sapere dove andare, ovviamente».
Nei suoi romanzi precedenti Carlotto ha scelto temi come il contrabbando,
il terrorismo, la mafia del Nord Est: la sofisticazione alimentare
sembrerà acqua fresca agli amanti del noir.
Carlotto: «E invece secondo me abbiamo anticipato la madre
di tutte le inchieste e il padre di tutti gli scandali. Quel che
scoppierà sarà devastante quando verrà fuori
la dimensione delinquenziale legata al cibo. Tra rischi bassi
e ricavi altissimi, oggi le grandi organizzazioni criminali investono
uomini e mezzi in quantità nella sofisticazione alimentare».
Abate: «In realtà con questo libro volevamo andare
alle radici dell’avvelenamento della vita. Non volevamo
parlare solo di sofisticazione alimentare, ma raccontare una società
adulterata in tutti i suoi aspetti»
Come vi siete documentati?
Carlotto: «Intanto raccogliendo puntualmente tutte le notizie
di stampa. Per il resto chiedete a Francesco e alle sue talpe,
chi leggerà il librò capirà che certe informazioni
può dartele solo chi si occupa istituzionalmente di certe
cose».
Abate, che dice?
Abate: «E che devo dire? Le fonti sono sempre riservate.
Comunque non vanno sottovalutati i giornali, in particolare la
stampa locale. Se arriva un carico di grano radioattivo in Puglia,
tanto per fare un esempio, sulla stampa nazionale trovi un trafiletto,
ma sulla Gazzetta del Mezzogiorno trovi un bel po’ di notizie.
Poi tutto questo materiale è stato passato per il filtro
della letteratura: volevamo raccontare una storia, non fare un
documentario».
Quanti personaggi sono ispirati a cagliaritani realmente
esistenti?
Carlotto: «Sono tutti ispirati a personaggi veri, abbiamo
dovuto sudare sette camicie per evitare che i nomi potessero alludere
in qualche modo a quelli reali».
Abate: «E comunque non ci trovi tutte le caratteristiche
del tale o del talaltro: una delle cose più divertenti
è manipolare la realtà e prendere in prestito alcuni
tratti di un carattere, più che un intero personaggio.
D’altronde a noi interessava raccontare una città
come Cagliari ma anche farne una metafora della provincia italiana,
di quel tessuto urbano che a parte tre o quattro metropoli vere
è fatto di tante, tantissime Cagliari».
In “Mi fido di te” c’è sesso
e c’è sangue, ma le scene erotiche e quelle di violenza
potevano essere molto più spinte e “commerciali”.
Carlotto: «Creare un personaggio divertente e non calcare
troppo la mano serve per arrivare a un certo tipo di pubblico,
quello che preferisce il “poliziesco consolatorio”
dove il buono arresta il cattivo. E poi non indulgere troppo alla
violenza serve a sottolineare la crudeltà peggiore, cioè
far mangiare veleno e schifezze a gente ignara».
Com’è scrivere un libro in due?
Carlotto: «Un delirio. Però se la coppia funziona
è anche un’esperienza molto bella, e in questo caso
direi che funzionavamo benissimo. Prima abbiamo sceneggiato la
trama, poi ci siamo divisi le scene e abbiamo iniziato a lavorare
ognuno per conto suo finché non abbiamo unito il lavoro».
Abate: «E lì abbiamo toccato vette di ridicolo davvero
notevoli: “Questa l’hai scritta tu”, “No,
guarda che io ho scritto quell’altra, questa l’hai
scritta tu, non ricordi?”. La cosa davvero bella è
che dall’inizio alla fine non abbiamo avuto non dico un
litigio, ma neanche una divergenza: nessuno dei due ha mai pensato
di far prendere alla trama una strada diversa, abbiamo lavorato
in grandissima sintonia. In fondo non ci conosciamo da tantissimo,
sei anni non sono una vita, ma siccome ci siamo frequentati molto
più da amici che da scrittori la cosa ha funzionato egregiamente.
Ovviamente è servita molta disciplina, questo sì,
e un lungo lavoro di riscrittura. E poi di riscrittura della riscrittura
e via così...».
Ultimo libro letto e prossimo libro da scrivere.
Carlotto: «Ho appena finito un saggio sulla Resistenza in
Francia, mi serve per un romanzo storico al quale sto lavorando».
Abate: «Ultimo libro letto “Un gelido inverno”
di Daniel Woodrell. È la storia di una moderna Cappuccetto
Rosso che vive nei monti della provincia americana e va alla ricerca
di suo padre tra i villaggi di una vallata dove l’attività
principale è la raffinazione di cocaina. Splendido. Quanto
al prossimo libro, preferisco non rispondere: ho un paio di idee
e non vorrei fare torto all’una o all’altra».
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| DATA:29
aprile 2007
TITOLO: "Marianne regina di maggio" di Emiliano Farina
FONTE: L'Unione Sarda
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Nomi
di grido e di classe (Marianne Faithfull e Rickie Lee Jones),
note d'autore (Avion Travel, John De Leo e Mauro Ermanno Giovanardi),
"avventure criminali" (Massimo Carlotto e Francesco
Abate) e laboratori con la voglia di mettere la letteratura
in musica. Giunto alla nona edizione, il festival musical-letterario
Abbabula ritorna a Sassari dal 9 al 13 maggio (è organizzato
dall'associazione "Le Ragazze Terribili" e patrocinato
dal Club Tenco di Sanremo) con cinque giorni fitti di concerti,
reading, presentazioni di libri e mostre fotografiche. La rassegna,
presentata ieri mattina nelle sale del Palazzo Ducale del capoluogo
turritano, quest'anno punta su nomi di sicuro richiamo. Tanto
che protagoniste della sezione «Musica d'autore» saranno
due muse come Marianne Faithfull (di scena il 9 al Teatro Verdi)
e Rickie Lee Jones (l'11, sempre al Verdi). La prima - vanta anche
una parte nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette - proporrà
Songs of innocence and experience, mentre la cantautrice americana
presenta The sermon on exposition boulevard, tredici pezzi inediti
usciti l'anno scorso con la New West Records. Nella prima giornata
il palcoscenico di Abbabula ospiterà anche Ginevra Di Marco,
una delle voci italiane più raffinate e, il 12 al Verdi,
gli Avion Travel. Nella stessa giornata, durante gli appuntamenti
organizzati per il pomeriggio, si esibirà anche John De
Leo, l'ex cantante dei Quintorigo, che presenterà in anteprima
il suo nuovo album, in uscita in autunno. Nella sezione «Parole
e note», che privilegia la contaminazione fra l'universo
sonoro e la dimensione letteraria, arriva la performance di Arnoldo
Foà, «Storie di Tango» (il 10 al Verdi), nella
quale l'attore, regista e commediografo sarà la voce recitante
di uno spettacolo in cui, i versi di Jorge Luis Borges si fonderanno
con le musiche di Astor Piazzola e le coreografie di due tangueiros.
Diverse e suggestive anche le performance di alcuni dei più
talentuosi artisti sardi. Una produzione originale della rassegna,
Omaggio a Luigi Tenco, è il progetto che verrà portato
in scena da Giovanni Peresson ed Elena Pau il 9 al Cortile Estanco.
Il giorno dopo andrà in scena «Teatrosonoro»
di Luca Faggella, fra elettronica, minimalismo, rock'n roll, musica
popolare ed il pop influenzato dalla bossanova e dalla musica
d'autore italiana per il duo "Aprile in super8" (il
12). Infine la sezione «Laboratori» che prenderà
il via il 10 con L'anima dei Poeti. Quando la letteratura viene
messa in musica, un progetto a cura del giornalista, critico musicale
e storico della canzone, Enrico de Angelis. L'11, invece,
un appuntamento letterario che metterà a confronto gli
studenti della Facoltà di Lettere con gli scrittori Massimo
Carlotto e Francesco Abate, per presentare il loro ultimo libro
scritto a quattro mani, Mi fido di te, edito da Einaudi.
Prevendite da Ticketok in via Tempio 65, Sassari (tel. 079.2822015).
Per informazioni: 079.278275 (Le Ragazze Terribili) oppure chiamare
il numero unico 800.881.188.
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| DATA:02
gennaio 2007
TITOLO: "Nuovi libri: anticipazioni" di Francesco Mannoni
FONTE: La Provincia di Sondrio, Lecco, Varese
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Cosa
bolle nelle pentole di fine d’anno di tre noti scrittori
italiani, grandi firme delle pagine culturali de La Provincia?
Quali manicaretti lacustri rimescola il bellanese Andrea Vitali,
autore di romanzi molto venduti e vincitore del Bancarella 2006
con La figlia del podestà quali salse piccanti il veneto
Massimo Carlotto, affermato scrittore noir e creatore del personaggio
dell’ Alligatore, quali altri orizzonti si prepara ad esplorare
il comasco Mario Biondi, che dopo varie esperienze di narrativa,
e prima dell’ultimo Destino, si è dedicato anche
ai resoconti di viaggio? Li abbiamo incontrati per sapere dalla
loro viva voce cosa dobbiamo aspettarci nella stagione lette-raria
2007.
«Attualmente ho una storia a cui sto ancora prendendo le
misure per capire bene in quale assetto narrativo la debbo circoscrivere
- dice il medico scrittore Andrea Vitali il cui ultimo libro,
Olive comprese (Garzanti) viaggia nelle zone alte della classifica
dei più venduti -, e perciò non posso dire di più.
Posso invece anticipare che a primavera uscirà sempre da
Garzanti Il segreto di Ortelia, un ripescaggio, perché
si tratta del primo dei quattro romanzi brevi che componevano
la serie di L’aria del lago.
«La ristampa di questo romanzo aggiornato – prosegue
Vitali - è giustificata dal fatto che ne è stato
tratto un film che stanno ultimando di girare proprio in questi
giorni nelle stesse zone in cui io ho ambientato la storia, interpretato
da Mario Opinato, uno dei protagonisti dello sceneggiato televisivo
Orgoglio. A fine estate uscirà invece un nuovo romanzo
che si intitola Guardia e ladro, ambientata negli anni Cinquanta.
«In questo libro acconto il duello all’ultimo sangue
tra una guardia notturna e una specie di ladro di polli che si
crede un gran ribaldo, ma in realtà non ha le capacità
per essere un vero furfante. Nelle mie intenzioni dovrebbe essere
un libro dedicato ai ladri di paese, perché ho una certa
conoscenza di bulli di provincia, di ladri più nelle intenzioni
che nei fatti. Un canto, una sorta di Amarcord felliniano su delle
figure caratteristiche che sia a
Bellano che sul lago di Como non ci sonopiù».
Lasciamo Andrea Vitali che, dopo un anno di successi consistenti
e tra questi il premio Bancarella (è considerato uno dei
più importanti narratori italiani del momento) ha voglia
di riposarsi per «ricaricare le batterie», come dice
lui, e incontriamo Mario Biondi. A Milano, l’indimenticabile
autore di tanti romanzi e libri di viaggio conduce una vita un
po’ appartata, in una casa piena di libri e di cartine geografiche
sulle quali disegna i futuri itinerari dei suoi spostamenti. «Sto
pensando ad un nuovo libro di viaggi - confessa a La Provincia
- ma non vorrei scendere in dettagli perché in passato
ho avuto qualche sorpresa per aver rilasciato delle anticipazioni.
Sarà comunque un itinerario buddista attraverso l’Asia
centrale fino alla Cina. Penso, grosso modo, di muovermi in questa
vasta area nella quale vado ormai da anni, perché mi piacciono
la differenza di cultura, gli oggetti, i templi e le strade. Ma
non è un fatto religioso, non sono diventato improvvisamente
buddista: è solo un fatto culturale. «Sono stato
molto colpito qualche anno fa dai resti mistico-buddistici nell’Ovest
del Pakistan - prosegue lo scrittore comasco - dovuto all’incontro
tra Alessandro Magno e i buddisti che salivano dall’India
per aggirare l’Himalaja e da lì scendere in Cina.
Sapevo pochissimo di questa cultura, e trovarmi lì tra
resti grandiosi è stato molto emozionante. Le cose raccolte
dell’incontro di Alessandro Magno con la cultura buddista
che ho potuto ammirare nei musei, sono stupefacenti. Da quel sito
ho proseguito nei miei viaggi cercando tutte le località
che si identificano con la via della Seta. Questo nuovo tomo di
viaggi sarà il completamento del mio libro precedente sulla
via della Seta che si intitola Strada bianca per i monti del cielo
(Ponte alle Grazie) e ha come sottotitolo Vagabondo sulla via
della seta. Sottotitolo non casuale: mi piace molto vagabondare,
e più volte mi sono definito un nomade di fatto. Viaggiare
quando e come voglio, sviluppa nel mio animo una sorta di potenza
morale, di volontà che affina intellettualmente. Provo
un senso di assoluta libertà, quasi fossi il padrone degli
orizzonti che si allungano all’infinito davanti ai miei
occhi».
Sulle tracce di Massimo Carlotto ci spostiamo da Milano
a Cagliari, perché è nel capoluogo della Sardegna
che lo scrittore di tanti noir di successo con protagonista l’Alligatore,
un detective originale quanto imprevedibile, ha da tempo fissato
la sua residenza.
Carlotto, che da poco ha pubblicato con grande successo La terra
della mia anima (e/o) lavora a pieno ritmo anche durante le feste.
«Ho molta carne al fuoco come suol dirsi, da rigirare sulla
brace affinché il lettore trovi un arrosto cotto a puntino
- dice lo scrittore di origini venete - Il genere praticato è
sempre quello del giallo e del noir, ambientazioni entro le quali
si svolgono tutte le vicende che racconto.
«È un mondo che offre molte possibi- lità
di variare il corso delle storie – spiega Carlotto - di
raccontare il male che sempre più spesso si insinua nella
vita degli esseri umani. Sotto questo profilo è nato il
libro che uscirà da Einaudi Stile Libero in aprile, scritto
a quattro mani con Fran-
cesco Abate, giovane scrittore sardo che ha pubblicato due bellissimi
romanzi con l’editore Frassinelli. Il nostro è un
noir intitolato Mi fido di te, ed è il primo giallo sulla
sofisticazione alimentare».
Ma le anticipazioni di Carlotto non sono finite: «A fine
marzo uscirà un altro libro, anche questo scritto a quattro
mani con Igort, un importante fumettista, e sarà un’avventura
del mio personaggio, l’Alligatore, illustrata da questo
eccellente disegnatore. Il libro, a significare quello che ormai
è un confine quasi inesistente tra letteratura e fumetto,
sarà pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu.
La vicenda si svolge tra Cagliari e Parigi ed è ambientata
nel mondo dei trasformisti, degli imitatori. A fine 2007 o al
massimo nel gennaio 2008 uscirò con un romanzo tutto mio
ambientato in Francia durante la Resistenza. E’ una storia
di tradimenti politici, ma è una storia molto particolare
perché il personaggio principale è un italiano».
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DATA: 17 novembre
2006
TITOLO: "La nuova frontiera di Stile Libero: dopo 10 anni
la maturità" di Mirella Appiotti
FONTE: Tutto Libri- La Stampa
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Dicono
Severino Cesari e Paolo Repetti: «L'anno 2007 è per
la narrativa italiana di Stile Libero, un anno di mietitura: una
buona parte di quanto è stato seminato e coltivato...»
nei dieci anni di vita che la sigla di frontiera, amata e discussa,
dell'Einaudi festeggia in questi giorni anche con un volumetto
fuori commercio che i lettori potranno avere in omaggio in libreria
(comperando però due titoli dello Struzzo). Senza piaggeria,
un piccolo libro singolare: per i 52 racconti di altrettanti autori
della casa, nostrani e stranieri, chiamati (seguendo l'ordine
alfabetico, da Altan a Wu Ming, con il primo Englander, la scoperta
di Faber ecc.) alla Descrizione di un luogo, un «loro»
luogo, fisico, di cuore, di disagio, di odori, di baci.
Sappiamo tutti che Cesari e Repetti, oltre a praticare una trasversalità
di generi inedita nei 90 della nostra editoria, sono stati (Repetti
aveva già cominciato con Theoria) tra i principali sdoganatori
dei «nuovi» scrittori italiani, al di là della
celebre e redditizia trovata dei «Cannibali». Allora,
il 2007 «italiano» (un po' di trionfalismo glielo
si può passare?): «Attesissimo il nuovo romanzo di
De Cataldo, ancora senza titolo e protetto dal riserbo dell'autore,
non un seguito di Romanzo criminale ma un vasto affresco che fa
i conti da par suo con la cosiddetta, mafiosa «stagione
delle stragi». Più avanti, il nuovo vero romanzo
di Simona Vinci, un lavoro che l'ha impegnata per anni. Sui
sentieri del noir il primo Carlotto per Stile Libero che, insieme
a Francesco Abate, mette sotto tiro un pezzo fondamentale della
nostra civiltà globale, globale anche nel crimine: il cibo».
I Dioscuri einaudiani indicano come espressione significativa
della «nuova stagione» in particolare due autori,
Letizia Muratori e Wu Ming con due titoli in uscita prima dell'estate.
«La vita in comune è l'autentica rivelazione, il
salto di qualità della Muratori (esordiente con il racconto
lungo Tu non c'entri, ndr) che si apre a una narrazione ampia,
dall'Eritrea a Roma alla Germania delle manifestazioni nucleari,
tre persone di età diverse e diversamente esiliate che
si ritrovano a dare un senso alla loro vita... e "Manituana",
ovvero i Giardini del Grande Spirito, la terra tra i Grandi Laghi
agli inizi della Rivoluzione americana quando sembrava ancora
possibile che nativi pellirossa e coloni bianchi potessero fondare
insieme un Mondo Nuovo: ma le cose non sono a date così
e tra guerra e amori e avventure di ogni genere e una imprevista
Londra "colonizzata" dai Mohawk come pre-punk, prende
forma il crogiuolo violento degli Stati Uniti d'America ».
Un «mito del nostro tempo » demolito, con ampia documentazione
storica, e ricostruito nel nuovo romanzo collettivo (dopo Q, uno
dei successi di Stile Libero e 54, ndr) dei Wu Ming, la Premiata
Band degli ex Luther Blisset. Auguri.
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