DATA:20 marzo 2009
TITOLO: "Banchieri corrotti e signori della guerra sulle vie del silicio" di Benedetto Vecchi
FONTE: Il Manifesto

Un tranquillo paese del Piemonte, dove la vita scorre così lenta e tranquilla da risultare asfissiante tanto è ripetitiva. Tutti si conoscono, dalla maestra elementare all'ufficiale della guardia di finanza al dirigente di banca. Ognuno conduce un'esistenza masticando amaro sui sogni infranti della gioventù, Ci sono anche quelli che guardano con disprezzo il resto dell'umanità, perché non si fanno intrappolare in sentimentalismi: il loro motto è quello degli spiriti animali del capitalismo, dove uomini e donne si trasformano appunto in lupi. Alcuni sono diventati ricchi e guardano con bramosa malizia i centimetri di pelle lasciati scoperti dalle proprie segretarie, sperando di scoprirne, in separata sede, molti di più: altri preferiscono un cinico e limaccioso pragmatismo, acquistando i favori di giovani donne ungheresi o ucraine con i soldi accumulati facendo affari con la criminalità organizzata. A migliaia di chilometri dall'Italia, c'è Monrovia, capitale della Liberia, punto di snodo nello smaltimento illegale di rifiuti elettronici, del traffico illegale di diamanti e di armi. Città caotica, dove la povertà si accompagna al dramma dei soldati bambino ed è alimentata dai tanti signori della guerra che si sono susseguiti al potere. Il rapporto tra i due luoghi è garantito dalle tonnellate di vecchi computer, telefoni cellulari, televisori che devono essere «smaltiti». In Europa, o negli Stati Uniti, smaltire un computer costa dai trenta ai quaranta dollari; in Liberia, o in Cina, tantissimo in meno. Chi riesce a dirottare i rifiuti in queste discariche nel Sud del mondo ha trovato la classica gallina dalle uova d'oro.
Il romanzo di Francesco Abate e Massimo Carlotto gira proprio attorno a questo fiorente business. È stato pubblicato da Edizioni Ambiente, nella collana verdenero, della quale va sottolineato la scommessa editoriale. In questa collana, infatti, vengono pubblicati romanzi noir attorno a ciò che i media chiamano ecomafie. Oppure ai disastri ambientali che lo sviluppo capitalistica ci ha abituati (ma anche i regimi dell'ex-socialismo reale non hanno certo scherzato a inquinare il pianeta). Gli scrittori che partecipano a questa avventura di «verdenero» sono tra i migliori del genere noir o della cosiddetta nuova generazione letteraria italiana, da Wu Ming a Giancarlo del Cataldo, da Carlo Lucarelli a Sandrone Dazieri, da Girolamo De Michele a Licia Troisi, solo per citarne alcuni (www.verdenero.it).
Per tornare al romanzo di Abate e Carlotto, tutto ruota attorno allo smaltimento illegale di materiali indicati come simboli e macchine di un'era radiosa, che cancella la fatica, che consente di comunicare in tempo reale, che attenua se non cancella lo sfruttamento. Sono i computer che l'industria hig-tech rende superflui ogni due, tre anni perché ne sforna di sempre più potenti. Lo stesso si può dire dei telefoni cellulari, delle stampanti e dei televisori a rubi catodici, in via di rapida sostituzione dopo l'introduzione di quelli a cristalli liquidi e al plasma. Ma il mondo che i due scrittori raccontano ha ben pochi punti di contatto con la retorica mainstream sull'era dell'informazione o sulla globalizzazione. Il pianeta che Abate e Carlotto descrivono tutto è meno che un paradiso in terra; è un mondo dove sviluppo economico significa commistione tra attività produttive lecite e criminalità organizzata, opulenza a Nord dell'equatore e estrema povertà a Sud dell'equatore. Se non fosse usurato per il troppo uso, totalità è infatti il termine adatto per qualificare la globalizzazione. Insomma, tra politiche neocoloniali, malaffare da seconda repubblica, sfruttamento schiavistico in Africa e soft power in Occidente, un graduato della guardia di finanza italiana e un ufficiale liberiano dei caschi blu proveranno a mettere fine al traffico. Toccheranno, alla fine, con mano che la politica dei piccoli passi qualche risultato l'ottiene, ma lasciando l'amaro in bocca a chi l'ha praticata. E lasciando un pianeta per niente cambiato. Perché dalla Liberia le discariche possono essere trasferite in Cina o in qualche altro posto, d'altronde testimonia anche l'ultimo rapporto di Greepeace dedicato allo smaltimento dei rifiuti elettronici.






DATA: 4 marzo 2009
TITOLO: "L'albero dei microchip" di Alessandra Anzivino
FONTE: www.milanonera.com

"Così scrivere sarà sinonimo di lottare. E Leggere di resistere”
Piergiorgio Pulisci sul noir mediterraneo Piergiorgio Pulisci è uno degli scrittori che fanno parte del collettivo Mama Sabot che sotto laguida di Massimo Carlotto e Francesco Abate ci regalano un altro romanzo, a breve distanza dal grande successo di Perdas de Fogu, : L'albero dei Microchip. Le sue parole esprimono in maniera efficace l'appartenenza di questi coraggiosi autori ad un filone assolutamente minoritario del noir: il romanzo d'inchiesta. E' una scelta esistenziale prima ancora che letteraria, lastricata di fatica e ricerca continua, che riesce a far nascere un romanzo dietro l'altro perché nel momento in cui si delineano i contorni di un fatto si azzanna immediatamente un'altra tematica, dando vita ad un processo vivace di creazione e di sperimentazione letteraria continua. L'albero dei microchip indaga sul traffico di smaltimento dei rottami tecnologici accompagnando il lettore attraverso due piani narrativi che scorrono paralleli e che solo alla fine si ricongiungono. La trama è divisa tra la Liberia e il Piemonte dove a seguito di una spacconata crudele di ragazzini ai danni di un bambino autistico si trovano componenti di computer, sotterrati maldestramente in un campo. In Liberia invece, nel tentativo di mettere ordine nel porto di Monrovia, dove si incrociano traffici illeciti provenienti da tutto il mondo, si intercetta, forse non proprio per caso, un carico di materiale informatico in disuso destinato ad una discarica illegale della zona. In questo inferno a cielo aperto si riciclano come manodopera schiavizzata gli ex bambini soldato, incaricati di separare i pezzi ancora utilizzabili e dare alle fiamme l'irrecuperabile, ovviamente creando nubi mefitiche per se stessi e gli abitanti della zona. Il ritmo della storia, come sempre, è sostenuto, incalzante e accompagna il lettore verso un finale sospeso nella sua drammatica ineluttabilità.Nell'albero dei microchip sono presenti una serie di tematiche presenti anche in Perdas de fogu, in primis il disastro ambientale causato dalle nuove vie di profitto della malavita. Inoltre, è sottolineato il rapporto strettissimo tra fragili assetti politici di paesi allo stremo facile preda di dittature e malaffare mondiale corroborato da missioni militari dagli scopi sempre meno umanitari, ispezioni farsa e indagini pilotate. Tutto ciò è studiato per consentire la creazione di un equilibrio studiatissimo dove il profitto economico non venga mai messo in discussione.Sempre più difficile da identificare questo malaffare, sembrano suggerirci Carlotto e Abate, sempre meno fatto di inseguimenti a perdifiato e pistolettate e invece intriso di morti civili occulte, nuovi schiavi e devastazioni ambientali. Il compito dei romanzi d'inchiesta è assolto in pieno, metterci in guardia dalla strisciante metodicità del danno che ci viene arrecato tutti i giorni, sistematicamente, contro ogni nostra aspettativa, mentre ci fanno sembrare che le paure vere dalle quali difenderci siano altre.La macchina scova inchieste funziona, si affina, e regala a questo romanzo un'omogeneità narrativa e di linguaggio che ha del miracoloso vista la compartecipazioni di più stili. Perchè non c'è spazio per gli individualismi quando si vuole “lottare”, la compattezza è la carta vincente.





DATA:2 marzo 2009
TITOLO: "High-tech trash, il romanzo inchiesta" di Emiliano Angelelli
FONTE: www.puntosostenibile.it

Nei giorni in cui Greenpeace svela a tutto il mondo i meccanismi assurdi attraverso i quali si muove il traffico illegale di rifiuti elettronici tra il nord e il sud del mondo, esce L’albero dei microchip, il nuovo VerdeNero firmato da Massimo Carlotto e Francesco Abate. È un avvincente romanzo inchiesta sul traffico di high-tech trash tra Italia e Liberia, un noir mozzafiato sulle rotte dello smaltimento illegale dei rifiuti elettronici, tra servizi corrotti, guerre e attentati alla salute del pianeta.

Partiamo dal titolo: L’albero dei microchip. A chi è venuta l’idea e perché?
Massimo Carlotto: L’idea è di Michele Ledda, uno dei Mama Sabot, il collettivo di scrittori che ha partecipato a questo progetto. Il titolo suggerisce l’immagine che potrebbe avere un bambino di un campo "seminato" di spazzatura elettronica.

Il traffico dei rifiuti elettronici è uno dei business più lucrosi delle ecomafie e riflette in modo perfetto i rapporti tra nord e sud del mondo. Non solo la produzione industriale viene decentrata, ma anche lo smaltimento dei rifiuti. Come vi siete trovati a trattare un argomento così complesso?
M.C.: Lo abbiamo scelto tra molti altri (purtroppo l’Italia è profondamente segnata dall’attività delle ecomafie) perché ci permetteva di parlare di Africa, una parte del mondo che fa meno notizia. In questo paese sempre più razzista si alimentano ignoranza e rimozione nei confronti di un intero continente afflitto da un sottosviluppo a cui noi stessi lo abbiamo condannato. Inoltre ci sembrava importante raccontare il ruolo italiano nel disastro della Liberia: gli affari sporchi, i traffici, le ruberie, il saccheggio delle materie prime.
Francesco Abate: Come sempre ci siamo posti davanti all’argomento con molta umiltà e curiosità, con la voglia di informarci in maniera completa e sapere di più di quanto già non sapessimo, spinti dalla necessità di capire in maniera più specifica. Insomma, abbiamo fatto un lavoro di approfondimento per poter poi raccontare ai lettori ciò che nella nostra ricerca abbiamo scoperto.

"La narrativa d’inchiesta nasce dalla necessità di risolvere un problema" diceva Carlotto nel corso di un dibattito alla fiera del libro di Roma dello scorso dicembre. "Sui giornali e sulle riviste non c’è più spazio per una certa saggistica scomoda". In questo contesto quanto è importante che esista un filone di letteratura come quello del romanzo-inchiesta, dove si colloca anche VerdeNero?
M.C.: È davvero importante perché permette di tenere sempre viva l’attenzione su temi scottanti, come quello delle ecomafie. Stampa e televisione si limitano a riportare le notizie senza analizzare il prima e il dopo. Invece il romanzo-inchiesta, oltre a informare, racconta i meccanismi criminali nel loro complesso con l’obiettivo di fornire strumenti utili al lettore.
F.A.: Personalmente credo nel ruolo sociale della letteratura, nella sua capacità di comunicare informazioni in maniera diversa rispetto ai classici media e, per di più, spesso a un pubblico diverso. Mi spiego: a volte – numerosi romanzi di questi ultimi anni ne sono buoni testimoni – la forza della narrazione arriva là dove a volte purtroppo, lo dico da giornalista, non riescono ad arrivare gli articoli dei quotidiani o i servizi tv. Inoltre, si ha la possibilità di giocare sulla fascinazione della forma-romanzo, sul suo potere di trascinare il lettore dentro una vicenda con più forza rispetto, ad esempio, a una fredda relazione statistica che afferma la stessa cosa. Rimango convinto, però, che il romanzo non debba sostituirsi al giornalismo d’inchiesta, ma piuttosto possa affiancarlo. Il guaio è che in Italia il giornalismo d’inchiesta non vive un momento brillante.

Questo fa sì che spesso siano gli stessi cittadini o comitati locali a sollecitarvi rispetto ad argomenti di cui non si parla o non si vuole parlare per una serie di motivi. Che cosa significa per uno scrittore scrivere in un contesto politico-sociale del genere? Ci si sente investiti in qualche modo di una responsabilità che va al di là della semplice divulgazione culturale?
M.C.: Più che altro ci si sente parte di quell’Italia che vuol capire e reagire. In qualche modo siamo al servizio dei nostri lettori, rifiutando la dotta estraneità dello scrittore dalla realtà. Noi vogliamo raccontarne i lati oscuri non solo per informare in modo "altro", ma per contribuire a costruire un’alternativa.
F.A.: Ci si sente sempre investiti di una responsabilità quando chiedi, al di là dell’argomento che tratti nel tuo libro, a un lettore di darti fiducia e leggere ciò che hai scritto. Tanto più questo accade quando a fare da traccia principale al tuo racconto c’è una storia con evidenti risvolti di cronaca, con lampanti riferimenti a una realtà scomoda. Quando poi si fa i portatori di cattive notizie, come nel caso de L’albero dei microchip, allora la responsabilità aumenta ancora di più.

Non è la prima volta che scrivete un romanzo a quattro mani, così come per VerdeNero non è il primo episodio del genere (era già accaduto con Bloody Mary di Vichi e Gori). Come è nata questa forma di collaborazione? E come ci si trova a scrivere un romanzo collettivamente?
M.C.: L’albero dei microchip è stato scritto con il contributo complessivo di sei persone. Scrivere collettivamente questo tipo di opere significa lavorare a un’inchiesta e poi trasformarla in un romanzo senza smarrirne il senso e seminando i dati raccolti nella narrazione. La collaborazione nasce, oltre che dal piacere di lavorare assieme, dalla necessità di affrontare indagini complesse che il singolo scrittore non sarebbe in grado di portare a termine.
F.A.: La scrittura a più mani è un gioco fatto di sapienti equilibri che con Carlotto abbiamo sviluppato negli anni come diretta conseguenza e derivazione naturale di una profonda amicizia e una grande stima professionale. Insomma, alla base ci deve essere un sentire comune che poggia necessariamente non solo su valori letterari. Un romanzo collettivo è poi un lavoro delicato anche sul piano strettamente tecnico, ma basta darsi delle regole e non ci saranno né intoppi né incomprensioni. Come mai ci sono stati, basti pensare che questo è il quarto libro che ci vede insieme.

Un’ultima domanda. Vi riconoscete nella "New Italian Epic"? E se sì perché?
M.C.: Io ne faccio parte dopo aver pubblicato Cristiani di Allah. Il romanzo storico (e non solo) come metafora del presente in cui viviamo è un’altra formula narrativa di grande potenza e valenza sociale.
F.A.: Wu Ming in New Italian Epic definisce il mio ultimo romanzo single, Così si dice, una scrittura di genere che preme per divenire altro e ne dà segnale. Credo sia la definizione migliore che si potesse dare al mio attuale cammino in solitario. Quando la mia penna si incrocia con quella di Massimo allora, invece, siamo in pieno “noir mediterraneo”.


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